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Uno dei ritornelli più noti della canzone popolare, quello di “Bella ciao”, inizia affermando che un bel giorno il protagonista della storia si è “svegliato ed ha trovato l’invasor”. Quel motivo, come sappiamo, è diventato espressione della volontà civile di ribellarsi alle imposizioni e di resistere all’oppressione. La forza più plausibile di quel canto risiede soprattutto nella dimensione della sorpresa con cui si presenta all’ascoltatore. Improvvisamente cioè si è costretti a prendere atto di un cambiamento non solo inatteso e non voluto, ma talmente repentino da lasciare interdetti e per certi versi senza vie di scampo. Ora ci rendiamo conto che la situazione rappresentata in quel ritornello ha non poche analogie con quello che sta accadendo ai giorni nostri con esiti addirittura più preoccupanti. Ci svegliamo cioè una mattina e siamo costretti a prender atto con stupore e raccapriccio che il paese sta scomparendo ovvero è scomparso del tutto. Sembra di vivere in un incubo e di perpetrare la suggestione di un sogno e si è presi allora dalla voglia di correre in biblioteca, consultare gli atlanti, verificare sul mappamondo l’esistenza dello stivale, accertarsi che la penisola c’è ancora, che non è stata cancellata per qualche motivo a noi sconosciuto dalle mappe ufficiali. Questa certezza ci rincuora, ma solo per un momento, perché lo sgomento persiste. Se il paese , almeno geograficamente esiste ancora, come mai vien da chiedersi non si fa vivo, ovvero non si fa sentire laddove urge - e come! - ascoltare la sua voce e verificare la sua presenza?. Ecco allora il punto: laddove è più necessario farsi vedere e sentire il belpaese latita, diventa evanescente o scompare del tutto. Proviamo a vedere se è vero e soprattutto a capire perché. Le ragioni si possono sintetizzare in questo modo. 1. La voce residua che il paese è in grado di far sentire è quella stonata, confusa, contraffatta che viene da una ufficialità per così dire istituzionale, sprovvista di autentico timbro vocale, che ripete un ritornello non solo privo di “appeal” ma affatto improponibile e pertanto incapace anche di diventare popolare. 2. Una fetta sempre più consistente di uomini e donne si sono fatti per così dire da parte, tacciono scientemente poiché non credono più al loro stesso paese ( e alle classi dirigenti) e sembrano aver concluso che è meglio (e più utile) vivere per contro proprio, vale a dire tentando di sbarcare il lunario come possono, magari alla meno peggio e non di rado al limite di un modesto ma non meno pericoloso malcostume,e che si sottraggono soprattutto alle loro “responsabilità civili”: non votano, non cercano relazioni sociali stabili,non si impegnano in attività virtuose ed hanno deciso di rinunciare finanche (i più giovani) alla ricerca di un lavoro ,ecc.ecc. 3. Un’altra larga porzione di umanità s’industria viceversa per essere in sintonia col vuoto morale, politico e ormai anche esistenziale che domina la società presente; è la cosiddetta società civile che è sempre meno etichettabile come tale o per meglio dire che dovremmo pensarla come incivile in quanto prigioniera del proprio egoismo, arroccata sui propri interessi, pronta ad alzare la voce (quel che resta) se si intaccano anche marginalmente i propri tornaconti e del tutto incurante del bene comune. 4. I territori praticabili di civiltà e convivenza si sono ristretti fino quasi a scomparire del tutto, ovvero a lasciare il campo ad una “zona franca” dove tutto è permesso in assenza di regole condivise e dove si improvvisa e si pratica una sempre nuova e incontrollata politica del malaffare. In un panorama di questo genere appare francamente non solo impraticabile ma addirittura risibile la “querelle” su come fondare un partito del Sud che faccia da contrappeso ai leghisti del Nord ed ha il sapore di una beffa anche il rituale delle celebrazioni dei centocinquant’anni dell’unità nazionale in un contesto che tende a scolorire come una foto “d’antan” in cui non è più possibile riconoscere le sagome dei protagonisti. Il ritornello richiamato all’inizio invita in fondo a non demordere, a resistere, ma ora il dubbio appare legittimo: resistere fino a quando e per cosa?. |
2010-05-31
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