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Il merito in politica e altrove
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Antonio Filippetti
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Alle tante difficoltà che si riscontrano nella vita civile del nostro paese, se n’è aggiunta – o si è solo evidenziata più nettamente per ragioni contingenti - un‘altra che riguarda per così dire la legittimità ovvero il riconoscimento della rappresentanza. Argomentiamo meglio il concetto. Alla vigilia delle elezioni regionali tutti i partiti appaiono in sofferenza giacché non riescono ad esprimere un candidato unanimemente condiviso. Ma il problema non sta tanto nella condivisione del nome quanto nella difficoltà ad esprimere un personaggio che sia realmente presentabile, ovvero dichiaratamente autorevole - anche se per una sola parte - nel senso che può offrirsi ai suoi concittadini con animo sgombro e la coscienza a posto. In alcune regioni in particolare, come sappiamo anche da analisi e rilevazioni che si sono susseguite in questi ultimi tempi con ritmo persino eccessivo (o forse ossessivo), i governanti in carica non godono buona salute quanto ad indice di gradimento e apprezzamento popolare. Il che significa che quando un mandato arriva a scadenza è assai arduo riproporsi alla carica elettiva. Ecco allora che i partiti si danno da fare per scovare il nome vincente (o almeno presentabile). Ma qui si aprono due crepe che aggravano per così dire la situazione. In primis, la scelta pare sempre debba essere fatta in obbedienza alla logica del clan, vale a dire l’ appartenenza a filiazioni e gruppi che non hanno alcun rispetto della realtà; in questo condizionati anche dalle normative elettorali che come sappiamo non tengono conto dei radicamenti territoriali per cui arrivano come pacchi postali da un capo all’altro del paese determinati campioni “fuori contesto” che pure vengono poi eletti con grande clamore, salvo poi a distinguersi per assenza e incompetenza. Tuttavia la sofferenza politica maggiore sta probabilmente nel fatto che i partiti, sempre più lontani dal tessuto civile e sociale del paese, non hanno costruito al loro interno una vera scuola di formazione, per cui dietro i “soliti noti” c’è oggi un vuoto incolmabile , un vero e proprio deserto senza prospettive. E qui entra in ballo la questione culturale, poiché la classe dirigente si è rivelata assolutamente non all’altezza anche per quanto riguarda la creazione diremmo di una discendenza, ovvero di un continuum in grado di far progredire la vita comunitaria ed è rimasta rinchiusa nella strettoia dell’egoismo e dell’autoreferenzialità. Ma se gli uscenti per così dire non sono più presentabili, dietro di loro c’e un vuoto pericoloso e sconvolgente, come se ci trovassimo di fronte ad un evento naturale catastrofico che ha distrutto tutto e tutti per cui una eventuale ricostruzione non può non richiedere anni ed anni di lavoro. A ben guardare poi, questa situazione si è geograficamente radicalizzata, giacché si ripropone pari pari in ogni area del paese, da Nord a Sud. Difatti, a meno di due mesi dalla data delle elezioni, le candidature, tra un litigio e l’altro, sono ancora “in progress” da diverse parti e la cosa è ancora più rilevante se si pensa che in Italia le campagne elettorali durano anche sei mesi o addirittura un anno intero! E naturalmente l’impasse riguarda l’intera sfera politica senza eccezioni, dall’estrema destra all’estrema sinistra. Non sapendo che pesci pigliare si brancola spesso nel buio e magari si va alla ricerca, come sta avvenendo in questi giorni, del nome nuovo, da estrarre come un coniglio dal cilindro del prestigiatore e giusto per tirarsi fuori dalla mischia e far finta di accontentare una stanca platea. Alla fine viene da pensare, per dirla con Leonardo Sciascia, che in determinati casi dovremmo probabilmente accontentarci di alcuni “ominicchi” o peggio ancora di “quaquaraqua”. In un contesto del genere continuare a parlare di sviluppo economico, ripresa culturale, rinnovamento civile, ecc., sembra davvero un “pensierino della sera” riproposto incautamente dalla “favola della nonna”. |
2010-01-31
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