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SUCCESSO E DIFESA ELASTICA
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di Antonio Filippetti
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Il successo come si sa può avere tante forme e tante connotazioni, comprende cioè uno spettro molto ampio e che non sempre viene recepito in maniera positiva, tanto è vero che può arridere anche a personaggi “negativi” o coinvolgere eventi e situazioni non proprio edificanti. Nella società mediatica e globalizzata è proprio la reiterazione del messaggio ad assegnare primati di vario genere: in questo senso una guerra, un’epidemia, un terremoto, possono risultare familiari o addirittura popolari come la conquista dello spazio, l’acquisizione di un premio Nobel e via di questo passo. Di alcune cose occorre ovviamente parlare anche se spesso il sistema dell’informazione appare scarso quanto a completezza poiché intere vicende ed esperienze di primo piano vengono sottovalutate o ignorate del tutto. Ma qui entriamo in un altro territorio. La riflessione che vorrei fare invece riguarda per così dire la sovraesposizione che taluni personaggi o determinati accadimenti, anche loro malgrado, acquistano e che sul medio periodo può diventare dannosa. Focalizziamo l’attenzione sulla lotta alla criminalità e alla malavita. Un personaggio come Roberto Saviano che ha beninteso meriti straordinari e coraggio da vendere per l’operazione di denuncia di cui , con grosso rischio personale, si è fatto protagonista, può rappresentare un esempio di quello che sto dicendo. Lo scrittore è da diverso tempo sulla bocca di tutti, è l’esempio di una rivolta civile che non solo suscita ammirazione e consenso ma che dovrebbe spingere ad ulteriori approfondimenti ed azioni concrete. Segnalo tuttavia la necessità di stare in guardia e questo per due ordini di ragioni. La cosiddetta “società amministrata”, infatti, ha in serbo un’arma letale di svuotamento del potenziale innovativo o addirittura rivoluzionario. Ho richiamato lo slogan della Scuola di Francoforte perché proprio da quel pensiero proviene la teorizzazione della cosiddetta “difesa elastica” con cui il “sistema” svuota e alla fine addomestica i ribelli. Ne parlò in anni ormai lontani Herbert Marcuse e l’applicazione ebbe patenti risvolti negli anni dalla contestazione politica americana, coinvolgendo scrittori “contro” come i protagonisti della “beat generation”. E’ emblematico, ad esempio, il caso del capofila di quel gruppo, anzi un guru del movimento come Jack Kerouac. All’autore di “On the road”( di cui cade quest’anno il quarantennale della morte) dedicai più di trent’anni orsono una monografia (e guarda caso, malgrado il tempo trascorso ed il fatto che tutti continuino a parlare del mitico Jack, nessuno più in pratica si è occupato in maniera organica della sua figura) in cui riflettevo proprio sul progressivo inglobamento consumistico subito dallo scrittore, svuotato progressivamente della sua carica antagonistica e reso innocuo”alla causa” proprio dal sistema editoriale, comunicativo, politico che finì per assorbirlo e integrarlo nel sistema garantendogli fama, successo,denaro,ecc. ma lasciandolo titolare unicamente del suo “cliché”. Un risvolto amaro di tutto ciò è leggibile, peraltro, nella confessione finale del suo “Vanità di Duluoz” (pubblicato postumo). Non si tratta ovviamente di una contropartita offerta o proposta in maniera dichiarata, ma della somministrazione lenta di un perverso e insidioso contro veleno che corrode le radici dell’impegno e della passione e acqueta i “bollenti spiriti”. In altri termini, il rischio che si corre è proprio quello di vedersi blandito, incensato o proposto in tutte le salse, ovvero esser preda di un processo di familiarizzazione che spegne la carica di “novità” e rende alla fine innocui o passivi. D’altra parte la creazione dell’idolo o del mito conduce inevitabilmente ad una vita sopra le righe. Nel caso specifico, sarebbe opportuno poi allargare - come spesso si sostiene ma poi non si realizza- la platea ad altri protagonisti che pure ci sono ma che restano nell’ombra e che non riescono quindi ad “essere utili” fino in fondo. Occorre poi ricordare che la memoria mediatica è assai labile e perfino menzognera, se è vero com’è vero che il povero grande Giancarlo Siani (che di camorra è morto, ricordiamocelo sempre) viene preso in considerazione solo ora, al di là degli episodi marginali che si sono registrati nei quasi venticinque anni che ci separono dal suo sacrificio. E poi la “guerra di resistenza” dovrebbe essere orientata a sconfiggere l’eccezione, a vivere di regole sane e certe. E’ stato detto e ripetuto più volte, del resto, che un paese non sarà mai veramente civile se ha bisogno, per andare avanti e sentirsi meno smarrito, di eroi, santi e “condottieri” vari. |
2009-02-27
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