Casa Museo Enrico Caruso, una riflessione
 







Rosario Ruggiero




Innumerevoli sono gli indizi che possono mostrare la condizione culturale di una nazione.
Innanzitutto la lingua, la sua ricchezza lessicale, la vastità e profondità della sua letteratura e la capacità dei suoi parlanti di articolarla correttamente e finemente, e così leggerla e comprenderla.
Un altro indizio è la televisione come strumento di diffusione di idee e, conseguentemente, rivelatore delle idee circolanti.
Non ultimi, i miti, i valori, i punti di riferimento collettivi, che documentano lo spessore del pubblico giacché il successo non è principalmente la misura del valore di chi lo riceve, ma di chi lo tributa.
E già dalla valutazione di questi primi tre punti esce abbastanza malconcia una nazione come la nostra, detentrice di una lingua veneranda e nobilissima che purtroppo perde sempre più identità infarcendosi passivamente, gratuitamente, e con un certo entusiasmo, di parole straniere. Ben vengano vocaboli da altriidiomi se arricchiscono l’italiano di nuovi significati e se metabolizzati con opportuna italianizzazione come avvenuto con tante antichissime parole greche e latine. Ma che senso e significato ha l’utilizzazione di una formula verbale come “step by step” in una lingua che già di suo possiede “a poco a poco”, “gradatamente”, “passo dopo passo”, “progressivamente”, se non per sancire un’acquiescente, compiaciuta colonizzazione culturale?
A dire poi della valenza intellettuale della nostra televisione basterà la stupidità, non di rado offensiva, di certe produzioni nostrane, i dialoghi dei loro protagonisti e finanche, in accurate trasmissioni divulgative tramandate da padre in figlio, il tono di soffuso stupore con il quale vengono raccontate le cose, la scansione quasi sillabica delle parole, ed il largo uso di drammatizzazioni e simulazioni grafiche che tradiscono la loro destinazione ad un pubblico, in larga parte, per cultura di base ed esercizio di intelligenza, evidentemente, egiustamente, visto il successo e la longevità della trasmissione, assai poco dissimile dai bambini.
In contrapposizione, ben più ambiziosi documentari stranieri approdano in buon numero nei palinsesti televisivi della nostra penisola per insegnarci, tra Rinascimento ed Umanesimo, pittura e scultura…la civiltà italiana.
Circa infine le scelte collettive di figure esemplari, le nostre ultime attenzioni toponomastiche dedicate a personaggi della musica da consumo come Franco Califano, Pino Daniele, Aurelio Fierro o Nunzio Gallo, a discapito, per far solo un esempio, di figure che hanno portato nel mondo la scuola, la finezza e la sensibilità italiana, come il compianto pianista Aldo Ciccolini, uno dei maggiori concertisti che il mondo ha avuto negli ultimi due secoli, si commenta da sola.
Eppure, nel pieno di questa realtà, qualcosa felicemente sorprende.
A Napoli, patria del belcanto, città natale del tenore per eccellenza, Enrico Caruso, il 2 agosto scorso, giorno delcentesimo anniversario della sua morte, finalmente un museo viene dedicato all’illustre cantante, e l’umile appartamento dove visse i suoi primi anni l’ugola più celebre del mondo oggi raccoglie ed espone cimeli della vita e della carriera di quell’artista.
Qualcosa non torna. Cosa si nasconde sotto?
Presto detto.
Seppure all’inaugurazione non sia mancata la presenza di compiaciute figure politiche lì ad elargire sorrisi, approvazione, commenti e saluti, la neonata casa museo dedicata ad Enrico Caruso deve la sua realizzazione giammai ad istituzioni politiche preposte, ma alla passione, la sensibilità, la volontà e l’impegno di uno sparuto gruppo di comuni cittadini, Raffaele Reale, Armando Jossa, Gaetano Bonelli, Guido D’Onofrio, Aldo Mancusi e Carlo Postiglione, che hanno unito le loro risorse, la loro forza ed i loro sforzi per donarci questa magnifica, doverosa realtà.
E. mentre a loro va il nostro plauso, che altro dire?
Forse non tutto è perduto.
Finché c’èvita c’è speranza.
 






2021-08-08


   
 



 
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