L’età della solitudine
 











Ogni periodo storico è contraddistinto da una precipua peculiarità che descrive e qualifica il sentimento dominante che l’ha segnato; per ricordare solo alcune “etichette” che hanno vergato il nostro passato, basta riferirsi all’età dell’ansia del secondo dopoguerra oppure a quella dell’incertezza della guerra fredda e così via. Ci sono poi anche altre definizioni non meno rappresentative di un certo momento storico, come i cosiddetti anni di piombo e quelli del “vietato vietare” della contestazione sessantottina, ecc.
Ora se si volesse racchiudere in una formula il tempo presente per consegnarlo agli storici per un’analisi più completa, potremmo senz’altro suggerire che la nostra è l’età della solitudine, il che può sembrare di primo acchito un paradosso se si pensa agli affetti della globalizzazione imperante o a quelli della socializzazione universale favorita dal web e dagli altri strumenti telematici. Eppure una riflessiones’impone anche alla luce del periodo che stiamo vivendo e che con ogni ponderata certezza ancora vivremo nell’immediato futuro dopo l’esplosione dalla pandemia da coronavirus.
 Proprio le conseguenze che derivano dal Covid 19 evidenziano una nuova dimensione di vita diffusa a livello mondiale. Il timore del virus, infatti, comporta necessariamente una condizione d’isolamento che sarà ancora più marcata nel tempo avvenire: è nata e soprattutto si è diffusa una forma di socialità per così dire asociale, vissuta in solitudine davanti allo schermo del computer o digitando compulsivamente sullo smartphone e sul tablet.  L’esplosione del lavoro agile, il cosiddetto smart working è destinato a diventare via via maggioritario escludendo tutti i rapporti di colleganza lavorativa e anche  la formazione e l’apprendimento avverranno sempre di più in funzione remota, magari in pigiama e pantofole e paradossalmente, mentre  il mondo   conosce un’esplosionedemografica senza precedenti raggiungendo presto gli otto miliardi di persone, ci ritroveremo a “chattare” per tutte le esigenze individuali  e persino i rapporti più personali ed esclusivi come l’amicizia e l’innamoramento  avverranno per via telematica.  Saremo forse destinati allora ad innamorarci di un OS (sistema operativo) come preconizzato nel film Her di Spike Jonze e accetteremo la riproduzione  a distanza, per via extra-uterina come avviene in Brave new world di Aldous Huxley. Del resto abbiamo già ora alcune previsioni illuminanti: Bill Gates ha detto di recente che in futuro prevarrà sicuramente il lavoro agile e avremo molto meno occasioni di amicizia. L’isolamento produrrà inevitabilmente un incremento di sentimenti ostili verso il prossimo come già dimostrano una miriade di “comportamenti” telematici: prevarrà l’astio sociale in mancanza di una vera e propria conoscenza umana o corporea e paradossalmente ci si sentirà sempre più assediati e inpericolo (da qui anche la chiusura difensiva nel bunker telematico che garantisce pure segretezza e anonimato).  Viene in questo modo capovolto il senso sotteso nell’aspirazione alla “beata solitudo” di classica memoria; in un futuro nemmeno poi tanto remoto potremmo invece ritrovarci preda di infernali “device” che  “produrranno” un’umanità sempre più  impersonale e  desolata.
Antonio Filippetti






2020-11-30


   
 



 
01-08-2021 - Il futuro del lavoro
01-07-2021 - Ciarlatani e creduloni
01-05-2020 - Il linguaggio alla moda
01-05-2021 - La civiltà delle chiacchiere: essere o sembrare?
01-04-2021 - Un paese normale
01-03-2021 - Uomini e politica
01-02-2021 - L’eredità di Leopardi
01-01-2021 - La società di oggi e di domani
01-12-2020 - L’età della solitudine
01-11-2020 - La società di premiopoli
01-10-2020 - Rinnovamento vo’ cercando
01-09-2004 - Un paese in emergenza
01-09-2020 - Un paese in emergenza
01-07-2020 - Lessico e…bufale
01-08-2020 - Lessico e…bufale