I social media e la banalità del linguaggio
 











Diversi anni fa, su alcune riviste letterarie (in quel periodo ne esistevano ancora ed erano tante) si accese un agguerrito e colto dibattito sull’esistenza in Italia di una società letteraria. Intervennero, di volta in volta, i maggiori autori, tutti impegnati a far conoscere la propria opinione sulla questione.  La risultanza fu nel complesso negativa nel senso che  alla fine la conclusione fu che nel nostro paese non esisteva al momento una società letteraria organica, produttiva e facilmente riconoscibile. Ovviamente il discorso rimase aperto visto che l’argomento della discussione  poteva subire continui aggiornamenti e arricchirsi di nuovi contributi.
Ma il punto adesso è un altro. Se si volesse riproporre  oggi la questione, dovremmo constatare  che la società letteraria in Italia esiste  ed è quella veicolata dai social media.  Grazie a questo “medium”  utilizzabile e fruibile datutti   su vasta scala, oggi la società in parola  è appannaggio “democratico” delle masse, nel senso che chiunque è abilitato a intervenire,  ovvero a far sentire la propria voce e diffondere il proprio punto di vista.  Tuttavia qualche sospetto è  più che legittimo. Si ha l’impressione, infatti,  che al di là delle competenze,  che pure sarebbero necessarie per intervenire autorevolmente, la partecipazione al “rito” comunitario è dettata più che altro dal desiderio di “comparire”, di essere presente. Accade in tante circostanze, pressoché ininterrottamente.  Prendiamo l’esempio  della recente scomparsa di Andrea Camilleri. Al di là dell’affetto che moltissimi italiani nutrivano nei confronti dello scrittore,  abbiamo visto fiorire  una miriade di “post” diremmo senza passaporto; difatti politici, manager, sportivi, conduttori televisivi e radiofonici, attori e così via si sono improvvisati critici  fornendo  levalutazioni più disparate  sull’opera dello scrittore  per di più tutte improntate ad un incensamento  smisurato, spesso decisamente ipocrita ma col solo obiettivo, si direbbe, di  sedere in ogni caso  alla tavola dei convenuti. Viene davvero di dare ragione qui a Jaron Lanier, il guru di Silicon  Valley che ha esortato in un suo recente libro tutti i “praticanti” a cancellare di corsa i  propri social account  tenuto conto che essi finiscono per renderci tutti più  stupidi (in verità lui usa un altro termine  ben più  diretto e violento) e “amministrabili”. Ma la  moda del “c’ero  anch’io” è inarrestabile e coinvolge  e travolge senza appello. Incurante anche delle banalità espressive che sono ormai padrone non solo dei blog vari ma che investono (o corrompono) il linguaggio anche nelle sue categorie canoniche. Il giornalismo cartaceo o televisivo non è per niente esente ed anzi è preda di questo conformismosbiadito e retorico. Valga qui un solo esempio. Nel caso dell’annuncio di morti eccellenti, quando si vanno a rispolverare “coccodrilli” spesso datati e scontati, il ricorso al termine ultimo è di prammatica, una sorta di orpello che non manca mai; muore cioè sempre l’ultimo maestro (es. Camilleri o Zeffirelli), l’ultima diva (es. Valentina Cortese o Ilaria Occhini) e via di questo passo. In altri termini il mondo finisce a quel  punto, sembra che d’ora in avanti non ci possa essere nient’altro. Eppure, verrebbe da dire che nella filiera numerica o cronologica ci sono da considerare anche gli altri, almeno i penultimi.
Antonio Filippetti






2019-07-31


   
 



 
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