La comunicazione standardizzata
 











Il grado di civiltà di una comunità si rileva da diversi indicatori; uno di questi, certamente tra i più importanti e significativi, è rappresentato dagli standard comunicativi, vale a dire dai codici comunemente condivisi attraverso i quali si scambiamo  opinioni,  notizie, sensazioni, sentimenti,ecc. La società di massa tende sempre più ad uniformare per cosi dire questi  standard al fine anche di semplificare il flusso di informazioni e renderli  immediatamente accessibili ad un numero sempre maggiore di fruitori.  Gli slogan, le frasi fatte, alcune abbreviazioni (distorsioni lessicali) che si incontrano ad esempio  frequentemente sui siti web (ma non solo) rispondono  a questa esigenza. Così come nel gergo parlato riscontriamo  locuzioni di altre lingue (in specie l’inglese ormai recepito a quanto pare stabilmente nella comunicazione  pubblicitaria o nei titoli dei film) che sono talvoltaostentate come un “marchio di fabbrica” d’impronta snob o semplicemente come certificazione di un essere “à la page” che è poi il segno viceversa  di un vetusto e mai sconfitto provincialismo che sempre più tenacemente avvolge e coinvolge la nostra comunicazione.
Questa omologazione lessicale ha anche, a ben guardare, alcuni aspetti che seppur paradossali a prima vista, rivelano poi non solo una conclamata povertà espressiva ma l’incapacità di ricercare un minimo di originalità e inventiva. Questo lo si rileva scorrendo ad esempio i titoli dei giornali. A conferma del dato di fatto  che ci stiamo adattando ad un “modus vivendi” sempre più omologato (“amministrato” direbbe la Scuola di Francoforte) in cui tutto si livella e appiattisce  ed anche la ricerca di uno straccio di “originalità “ va  a farsi benedire.
 Tutto ciò  deve esser visto non come uno spunto  occasionale o una curiosità del momento sibbene  come la spia di una  realtàsempre più desolata,  quella stessa  che  ci impone di fare i conti con un paese svuotato e contraddittorio o meglio che sembra voler procedere testardamente   a senso unico e spesso perfino contromano: siamo rimasti cioè  paesani  (e provinciali) eppure  è scomparsa  la cultura contadina, inneggiamo alla industrializzazione globalizzata  laddove scarseggiano sempre più  le fabbriche  e gli opifici.   Il proscenio  (l’eterno “specchio delle mie brame”)  viene concesso sempre  agli stessi  personaggi che  sono poi  i  più inadatti al “ruolo” – e  non di rado veri e propri cialtroni  - i quali non fanno che  ripetere monotonamente un unico ritornello e che  dovrebbero suscitare,   nel migliore dei casi,  un sentimento di  avara  compassione.  E così facendo anche  la comunicazione  si imbastardisce o perisce del tutto.Qualche  tempo fa Livio Garzanti ebbe a sottolineare come proprio  la cultura si sia fermata e come   la lingua che si parla  ne sia un segno evidente: “sta degenerando  - disse - senza sostegni. E’ difficile persino capirsi tra padri e figli. Le frasi fatte stanno soffocando la lingua parlata, i luoghi comuni corrompono anche l’immaginario”.Ecco: proprio il riferimento alla perduta creatività dell’immaginazione sembra apparire ora  come il sintomo più eloquente e preoccupante  di un inarrestabile   declino civile.
Antonio Filippetti

 






2018-06-30


   
 



 
01-10-2018 - I fondi per la cultura
01-09-2018 - Insegnare a fare il proprio dovere
01-08-2018 - Il linguaggio della comunicazione
01-07-2018 - La comunicazione standardizzata
01-06-2018 - Il Nobel postdatato
01-05-2018 - Per chi suona la campana
01-04-2018 - Una giornata particolare
01-03-2018 - Libro e moschetto
01-02-2018 - La scomparsa della cultura
01-01-2018 - L’anno che verrà
01-12-2017 - Il successo “prezzolato” degli scrittori
01-11-2017 - Il linguaggio divisivo nella società globale
01-10-2017 - La cultura del peperoncino
01-09-2017 - La letteratura del Sud e i programmi scolastici
01-08-2017 - La promozione della lettura