L’ESTATE DEL ‘78
 











Estate della maturità. Dopo la giornata di studio, appena la calura si abbassa, il gruppetto degli esaminandi in attesa degli orali per dire finalmente addio alla scuola muove a gustarsi un gelato nella sottintesa illusione di riprendere dopo a sgobbare. Siamo a Mondello, vicino Palermo, in una stradina cieca di trenta metri, sede di infiniti giri in biciclettaavanti-indietro fino ai dieci anni dell’autore protagonista e narratore, per il divieto materno di andar fuori dalla stessa. Porta su via Stesicoro eall’incrocio, seduta sul bordo del marciapiede, lui vede la madre Elena. Ha 42 anni. Sarà la sequenza che va a fissarsi per sempre, maestosa, nella mente del giovane licenziando perché l’ultimadella mamma senza che lui ne abbia il minimo sentore. Dall’apparente fortuita occasione - lei gli dice di essere venuta per vederli, i figli ma non il marito - non s’incontreranno più. Un evento si compirà precipitando poi, in tutta l’asprezzacollegata, sulle fragili spalle di un giovane il cui mondo al momento è di tutt’altro tenore. Il tempo scolpirà la visione, intatta in ogni dettaglio, in una freschezza sempre viva nei tanti anni a venire. E l’attenzionenel presente lavoro,quasi esclusiva, è volta alla complessa ed enigmatica figura di questa donna.
Da Elena e dal marito Vittorio, due figli: il primo Roberto e il secondo, due anni più giovane, Marcello, da grandi il primo scrittore e il secondo musicista. Vittorio è un bancario sfortunato nella carriera, e non solo. Appena in pensione, sarà menomato da un’ischemia cerebrale e vari ictus lo costringeranno a un lungo addio, dal 93 allo 03, obbligando la famiglia – Roberto in primis - a un sofferto “golgota” di dieci anni. L’ultima parola a questi in ospedale, in un raro momento di lucidità, sarà “BASTA!”.
Elena è maestra di scuola elementare e, a inizio anni 70, tenta di introdurre i precetti di don Milani nella scuola di un quartiere popolare di Palermo, fattosingolare che si scontra, inevitabilmente, con la direttrice e con il bacino sociale di allievi, famiglie e colleghi. Vorrà poi tentare il concorso a direttrice didattica ma il progredire della depressione ansiosa bloccherà questo desiderio venendo a coincidere con un periodo di assunzione di farmaci più pesanti per contrastare il malessere principale.
Dettagli dell’insegnamento verranno in seguito a conoscenza dei figli attraverso un’amica di Marcello che è stata sua scolara. Ne ricorda il forte tremito delle mani, il fermarsi a metà nei discorsi rivolti alla classe, persa dietro qualche idea dirompente, e le frequenti uscite dall’aula senza motivo agli alunni che causeranno i primi interventi disciplinari. Inizierà poi il periodo delle prolungate assenze per malattia e dei ricoveri in casa di cura, dove forse viene utilizzato l’elettroshock, con uscite dovute a miglioramenti - e puntuali riprese familiari della speranza di guarigione - purtroppo solo altalenanti, con ricorrenti epeggiori ricadute. Si andrà poi affermando in lei una vera e propria tossicodipendenza dai pesanti farmaci assunti che, in osservanza del precetto non scritto “privato dolore, pubblico silenzio”, sarà un tabù perenne di approfondimento sia tra i parenti cheall’esterno.
Il racconto si sofferma sulle vicende che occupano la storia di ogni famiglia e che vanno a riempire la gran parte del sacco di memorie recato da ognuno senza sforzoapparente. Il libro è arricchito da molte foto, scattate perlopiù da Vittorio e Roberto, ed è partendo dalle più significative che l’autore si spinge a indagare dietro la banale facciata di superficie. Quando l’unione inizia a non funzionare più? Cosa è avvenuto nella mente della mamma in quel trasformarsi del sorriso nelle foto più antiche alla seriosità delle più recenti, per non parlare di quelle asettiche eppur stravolgenti degli ultimi tempi? Roberto, a memoria, ricerca nella vita di Elena quei prodromi che lo aiutino a capire, che spieghino perchéla madre, all’improvviso, decida di troncare ogni rapporto con loro.
Nel 76 i genitori “finalmente” si separano. Arduo spiegare il disagio dei figli:
La loro separazione è un destino tremendo e desiderabile, tremendamente desiderabile. In quegli anni è raro e difficile fare la parte del figlio di genitori separati. Nella mia classe ci sono solo io, e per quanto possa fare il disinvolto mi sento addosso una specie di compatimento generale molto fastidioso. Beati i bambini di oggi, in grado di stemperare il trauma della separazione dei genitori con una forma di infantile savoirfaire, confortati dalla constatazione del così fan quasi tutti. È una mutazione sociale avvenuta nel giro di trent’anni. Allora, per niente: i genitori che si separavano erano uno scandalo senza precedenti, che ti portavi addosso senza scampo dalla pubblica compassione. C’era persino qualche ipermoralista che aggiungeva alla compassione anche il peso della condanna, co¬me se il divorzio fosse una colpatanto grave da essere trasmessa dai genitori ai figli. Una tara ge¬netica, praticamente.
Antonio è amico di Elena da prima della separazione, forse già amante. Si sono avvicinati per l’amore per la pittura che tiene entrambi legati. Non hanno grossi pregi nel campo ma li accomuna la grande passione e dipingono entrambi, per cui hanno molto su cui parlare. I quadri di Elena negli anni 60 hanno una certa risonanza. Negli ultimi anni pratica un’esplosione di colori nella scena raffigurata che richiama il Van Gogh dell’ultimo periodo di deriva mentale. L’ultima mostra di Elena precederà di pochi mesi la data della scomparsa. Dalla metà degli anni 70 Vittorio profitta della situazione creatasi, fa viaggi solitari di vacanza e nelle foto relative mostra aspetti del tutto ignoti in casa. In seguito avrà una seconda moglie, Francesca.
Nel colloquio di un quarto di secolo dopo, in un caffè, Antonio dice a Roberto che lei adorava i figli e che la moglie si era rassegnata sul fatto chefosse l’altra il grande amore della sua vita. La pittura sarebbe potuta essere la salvezza, nelle numerose mostre e vendita di quadri di un certo pregio, se lei ci avesse creduto fino in fondo, ma questo non avvenne. Roberto ora ha la stessa età della madre. Superandola arriverà forse a un similrapporto padre-figlia, inconcepibile per tutto il pregresso.
Roberto e la moglie francese, Annick, hanno un figlio, Arturo, 17 anni, per la cura del quale si allentano le tensioni dei ricordi. La tendenza a scomparire senza dare notizia di sé, riscontra Alajmo, pare ripetersi in lui, a volte molto reticente. E l’ansia genitoriale si accende in pieno quando il figlio si trova per caso a Parigi in occasione dell’attentato al Bataclan e non ne hanno per un giorno intero notizie. Quando lo rintracceranno sapranno che lui era molto lontano dal pericolo. 
Leggendo i resoconti del Grande Nau¬fragio del 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa, im¬provvisamente arriva un soprassalto. La routinedel dolore e dell’indignazione s’impenna per un dettaglio. Finiti in mare, i naufraghi sul punto di annegare chiedevano aiuto. Quasi tutti. Alcuni no. Alcuni forse non pensavano valesse la pena di sperare in un soccorso, e allora cominciarono a urlare il loro nome assieme a quello del paese da cui provenivano. Lo ripetevano ciascuno tre, quattro, cinque volte, cercando di farsi sentire in mezzo al marasma di quei momenti.
Sul momento non se ne capisce il motivo, ma poi arriva una rasoiata di coscienza: sapendo di essere spacciate, quelle persone morivano gridando i propri ¬dati anagrafici nella speranza che qualcuno soprav¬vivesse e raccontasse della loro sorte. Nel momento estremo il loro pensiero è andato alla famiglia che avevano lasciato, al doloroso travaglio di chi non sa se piangere un figlio morto, senza avere la certezza che sia davvero morto. 
La depressione materna diviene per gradi un gorgo che nulla risparmianelle attività e nel clima generale di familiariparenti e amici. Elena ha sempre preferito passare la maggior parte della giornata a letto dove fa tutto: mangia, legge, studia, soddisfa gli interessi. Per i figli un binomio inscindibile dove è come se sprofondasse nel tempo. La zia Chiara, sorella della nonna paterna, si occupa di mandare avanti la casa.
Emblematica tra le tante appare una foto di Elena doppia. In metà immagine c’è una lei ATTUALE, sorridente, giovane e bella, con collana e orecchini, vestita in gonna e giacca chiare. La sua mano destra addita l’altra lei, a sinistra, VECCHIA, accasciata, triste e stanca, che, in blusa nera, emerge da una drappeggiata tenda di pari colore che la riveste tutta, lasciando emergere solo volto e una mano, truccata con i capelli argentei e finte rughe sul volto. 
Roberto Alajmo (Palermo, 1959) è scrittore, giornalista e drammaturgo, autore di numerosi libri tradotti in molti paesi. Amante di musica, cinema, interista, campi nei quali cerca di indottrinare il figlio, si avviaverso la senescenzaintimorito per quanto potrà trovarvi d’imprevisto. Osserva la vita con la sapiente considerazione che ogni accadimento, a ben guardarlo, non reca una faccia sola ma multiple, estremamente utili a meglio comprenderlo. Ogni cosa è poliedrica e reca, in nuce, la traccia di ogni possibile trasformazione futura. Questo lavoro rappresenta una dolorosa discesa in se stesso nel tentativo di scagionarsi da presunte colpe filiali che non hanno ragion d’essere. La complessa poliedricità di quanto accade non lascia agganci all’estraneo, sia pur figlio o congiunto stretto, per penetrare quella che è stata la struttura motivazionale all’origine dell’accaduto. Scrivere, però, rappresenta unaffrancamento dell’animo perché in qualche modo esteriorizza quanto portato dentro, ed è come se il doloroso e opprimente peso singolo si ripartisse su più compagni nel cammino a seguire. Un’elegia questa, dunque, per scalfire in qualche modo il grande masso soffocante l’animoche noi leggiamo conrispettopartecipando all’intera vicenda e al tormento di interrogativi irrisolti connessi.
Nell’ultimo periodo diviene difficile sapere cosa Elena abbia fatto, dove sia stata, di che si occupava. Bisogna ricorrere a testimonianze indirette o a vaghe informazioni da lei lasciate per altri motivi. Di certo cede largamente ai farmaci contro i quali nemmeno il nuovo compagno, che l’ama intensamente, può nulla:
Una volta rimasta sola scava una buca e ci si sprofonda dentro.
Della madre il figlio ricostruisce,con affetto,l’arduo quadro caratteriale: una donna molto dura con se stessa, portatrice di alti ideali di vita e di azioni che, per motivi diversi – presumibilmente con inizio nella crescente incomunicabilità con il coniuge -, la guidano a una severità sempre maggiore. Questa, non contrastata da alcun saldoancoraggio a sentimenti pervadenti o alla passione pittorica che pur la conquista per un lungo tratto di vita, finisce, all’avanzare negli anni, con l’indurre uno scompensoche deprime in misura sempre maggiore la natura dell’Io. L’indebolimento conseguente provoca una severa regressione psichica, facendo affondare il soggetto in una palude profonda ove scopi e speranze di futuro divengono obiettivi sempre più remoti e irraggiungibili. Nell’ultima lettera, affidata alla madre Dora, lei passa in rassegna i suoi ambiti: intelligenza, arte, affettività, e dichiara di non credere più a niente... l’urto della vita è divenuto per lei insostenibile. È distante dai grandi affetti che hanno dominato gli anni giovanili, e si circoscrive nel blocco di ogni possibilità di riscatto a venire. Avvenuto ciò, si abbandona, sventurata e passiva, nella corrente travolgente del non voler più essere in alcun modo nel domani.
Luigi Alviggi

Roberto ALAJMO:  L’estate  del  ‘78
Sellerio Editore, 2018 – pp. 176 - € 15,00






2018-06-26


   
 



 
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