Libro e moschetto
 











In una delle sue ormai incredibili esternazioni, il presidente americano Donald Trump ha proposto, per evitare le periodiche carneficine nelle scuole del suo paese, di fare armare i professori. In pratica ha suggerito a suo modo una strategia da occhio per occhio che si trasformerebbe poi in una guerra senza scampo con gli studenti che sparano da una parte e gli insegnanti che rispondono a loro volta da dietro la cattedra: una riedizione moderna della “filosofia” del vecchio West.
In altri termini la politica culturale diventa tutt’uno con la politica della guerra e delle armi.  Ma solo perché non è possibile negli States ridurre il potere delle lobbies delle armi che da sempre dominano la scena politico- economica  americana. Con questa idea, infatti, ci sarebbe da dotarsi di un vero e proprio arsenale bellico: almeno settecentomila pistole per un costo, a carico dei contribuenti, di oltre un miliardo di dollari, compresol’addestramento dei professori, visto che sarebbero “armati” il 20 per cento del totale.  La riflessione che ne consegue ci induce a un’amara considerazione che investe poi nella sua interezza il modo stesso di fare cultura.
Negli anni del nostro famigerato ventennio, uno degli slogan più diffusi e accreditati parlava di libro e moschetto, nel senso che la scuola doveva essere orientata politicamente sin dalle classi elementari verso la celebrazione e l’indottrinamento dell’ideologia dell’Impero mussoliniano.  Una scuola (e una cultura) votata alla pubblicizzazione di un credo e asservita al canone comportamentale imposto dal regime. I due esempi richiamati – quello del passato e quello dell’attualità presente - sembrano riassumere fedelmente il modo in cui la politica culturale viene da sempre usata. I libri che sono lo strumento essenziale per la veicolazione della cultura, dovrebbero servire a diffondere innanzi tutto un ideale di libertà, essere studiati e diffusinell’ambito di una condivisa strategia di libero confronto d’idee ed espressioni. Registriamo viceversa ancora una volta la strumentalizzazione di concetti obsoleti che dietro il paravento della cultura nascondono ben altri obiettivi e interessi. Semmai ci sarebbe da chiedersi come mai ancora oggi, nella patria della democrazia occidentale, la cultura sia così poco efficace da non riuscire a impedire le reiterate carneficine, e  a non essere capace di  divulgare una “filosofia” di civile convivenza e  combattere  ogni tentazione di distruzione e di morte.  
Antonio Filippetti






2018-02-28


   
 



 
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