La Napoli di Mauro Giancaspro
 











Vi sono molti modi di raccontare una città; se poi si tratta di una città particolarmente complessa e contraddittoria come Napoli le scelte sono diverse ma anche più complicate. Mauro Giancaspro viceversa, in questo suo recente romanzo (“Da Giùnapoli al Vomero”, Polidoro editore, pp.140, euro 12,00), si attiene a un cliché per così dire più semplice, tutto orientato sul filo della memoria. Sulle prime può sembrare una scelta quasi obbligata, persino ammiccante nei confronti del lettore predisposto evidentemente a cullare il sentimento della nostalgia. Ma in realtà così non è giacché il libro, al di là del valore diremmo strettamente  letterario, costituisce una riflessione di grande  richiamo , in particolare se riferito al momento storico che stiamo vivendo.  Sull’onda dei ricordi Giancaspro ci racconta le sue personali vicissitudini, vale a dire il rapporto con la città della sua infanzia e giovinezza quando s’insediò conla propria famiglia nel quartiere del Vomero e sottolinea  quanto questo tipo di “trasloco” fosse vissuto  negli anni del dopoguerra come  un vero e proprio  sradicamento  non sempre condiviso anche da chi era costretto a “subirlo”, come  ad esempio la madre dello scrittore. Ma dalle pagine del racconto che si snoda in diversi capitoli, ognuno rappresentativo di uno stato d’animo e una condizione esistenziale (tante le vicende che formano un corpus unitario) emerge un quadro storico che ci invita a riflettere. E questo per due principali motivi. In primo luogo perché percorrendo le pagine del romanzo   alla fine dobbiamo prendere atto  di un cambiamento epocale,   che   ha mutato  inesorabilmente   il valore  esemplificativo di una comunità laddove occorre certificare come l’avvento di una “globalizzazione” territoriale al tempo stesso onnivora e selvaggia abbia finito per  omologare ovverodistruggere le peculiarità anche toponomastiche  e di conseguenza  individuali degli abitanti : alla fine la riflessione di Giancaspro si fa amara;  lo deduciamo chiaramente dalla chiosa finale: “Ora il nostro quartiere, varcata la soglia del terzo millennio,  non è più il Vomero. E’ un quartiere qualunque di una città qualunque. E’ pieno di isole pedonali che somigliano alle isole pedonali di altre città. Panchine e fioriere resistono perché i soliti vandali  si sono alla fine stufati di distruggerle. I bar straripano sulla strada con tavolini e ombrelloni tutti uguali che si contendono gli spazi con giganteschi totem pubblicitari. Le bancarelle nelle isole pedonali  danno al quartiere l’aspetto di una perenne fiera della globalità, dove si trova tutto quello che  si può trovare nelle altre città d’Italia”.
E qui il riferimento a quanto è accaduto e sta accadendo a Napoli è evidente, insieme con la denuncia di una condizione  alienante chenon fa presagire niente di buono.
 In secondo luogo è da evidenziare il registro per così dire metodologico, vale a dire la chiave letteraria con cui lo scrittore propone la sua opera.  La ripresa mnestica degli eventi che animano il libro rappresenta una dichiarazione  d’intenti tutt’altra che secondaria poiché il ricorso alla memoria, è fondamentale  per capire da dove veniamo e chi siamo , un dato importante se si pensa all’imperativo sin troppo “cool” secondo cui tutto  ora deve essere  vissuto (e bruciato) nell’attimo presente e laddove la memoria viene  immediatamente relegata in soffitta o addirittura  distrutta per sempre. E i libri - lo sa bene Giancaspro - rappresentano uno strumento di conoscenza e approfondimento essenziale poiché servono anche o forse soprattutto per interrogarsi ma  più ancora per definirsi,  visto che, come del resto aveva felicemente  intuito  Stephane Mallarmé,  “tutto ciò che esisteal mondo esiste per compiersi in un libro”.
Antonio Filippetti

 

         






2018-02-05


   
 



 
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