La RAI salvata da Fazio
 











Non so se la RAI avrebbe retto senza Fazio”: quest’affermazione della Presidente della RAI Monica Maggioni, è da incorniciare, se non altro perché traduce “autorevolmente” lo stato dell’arte di un comparto tutt’altro che secondario della nostra vita civile. Infatti, se dobbiamo dare credito a quello che si sostiene e cioè che la RAI rappresenta la maggiore industria culturale del Paese, è facile dedurre che la stessa se non ci fosse Fazio sarebbe destinata al fallimento.  Non è ovviamente una sorpresa di poco conto, giacché avevamo sempre pensato, probabilmente sbagliando, che erano ben altri i pilastri su cui fondare una “presunta” egemonia culturale. Evidentemente bisognerà, per così dire, rifare i conti: il paese di Dante e Leopardi, di Michelangelo e Verdi, ha oggi bisogno di far ricorso a un signore come Fabio Fazio perché il comparto di riferimento, la cultura appunto, non vada a rotoli.
E questo spiega evidentemente l’elargizione di un compenso professionale di tutto riguardo, ai di fuori di ogni parametro accettabile (a quanto pare è il conduttore più pagato d’Europa), visto che il signore in parola si accolla l’onere con le sue prestazioni di portare in spalla  un castello (?) che altrimenti franerebbe rovinosamente.     Impossibile ovviamente non pensare per deduzione logica a cosa si sia ridotta la cultura nel nostro paese. Ma i pensieri diremmo più drammatici sono altri. Cosa dire ad esempio a quegli otto milioni circa di nostri concittadini che sono malauguratamente   disoccupati e che non sanno come tirare a campare e talvolta presi dalla disperazione, come è accaduto di recente a Torino, decidono di farla finita dandosi fuoco dopo essersi cosparso il corpo di benzina?. Potrà essere sufficiente per costoro pensare che la barca culturale è tenuta tuttavia a galla da uno scipito   programma  d’intrattenimento imbottito di  compari e comparse varie?
Si potrebbe beninteso anche avanzare qualche suggerimento, proporre cioè di staccare la spina ad uno come Fazio e  averne il beneficio di farla finalmente finita con un “servizio pubblico” che pubblico non è e non è mai stato e  giunto ormai ai limiti  dell’inverosimile e cercare magari di  impiantare un’azienda culturale dal basso, con molta semplicità, senza prosopopea e false prime donne, magari chiamando a raccolta quei giovani talenti (ce ne sono anche in quegli otto milioni prima ricordati)  desiderosi e capaci di  “mettere mano alla casa” e darle  se non altro  un’immagine di ritrovata  dignità.
E’ verosimile pensare, ahimè, che nulla accadrà di tutto questo, tenuto conto dell’autoreferenzialità con cui mamma rai procede senza sosta e che è perfettamente funzionale alla gestione politica che concepisce il quarto potere come una costola vitale della e per la propriasopravvivenza. Con buona pace ovviamente della cultura, quella vera, che chissà quando rifarà capolino in un orizzonte tanto asfittico e “malfamato”.
Antonio Filippetti






2017-07-01


   
 



 
01-11-2017 - Il linguaggio divisivo nella società globale
01-10-2017 - La cultura del peperoncino
01-09-2017 - La letteratura del Sud e i programmi scolastici
01-08-2017 - La promozione della lettura
01-07-2017 - La RAI salvata da Fazio
01-06-2017 - Il libro dei sogni
01-05-2017 - Totò per sempre
01-04-2017 - Memoria e cultura: celebrazioni a confronto
01-03-2017 - Finzione e realtà: un paese che ha bisogno di un commissario
01-02-2017 - Il ritorno degli intellettuali
01-01-2017 - La letteratura del Sud e i programmi scolastici
01-12-2016 - Bestiario italiano: tra coccodrilli e gattopardi
01-11-2016 - Ok. J’m neapolitan
01-10-2016 - Italianisti a congresso a difesa della lingua
01-09-2016 - A margine del sisma/Informazione & Informazione