Bestiario italiano: tra coccodrilli e gattopardi
 











Con una buona dose di amarezza verrebbe da dire che siamo rimasti il paese dei coccodrilli e dei gattopardi.  Questo strano bestiario nazionale trova ripetutamente applicazione se si analizzano un po’ più attentamente avvenimenti recenti e recentissimi e purtroppo quasi mai piacevoli.  E’ come se nel dna scattasse ogni volta un meccanismo perfino inconscio che ritualmente si ripropone a fronte di eventi gravi o straordinari. Il gravissimo episodio della recente  morte degli operai nel porto di Messina  come non molto tempo fa lo scontro dei treni in Puglia, ad esempio, ha scatenato un’enorme doglianza postuma, intrisa ahimè di retorica scontata e a buon mercato, tanto più grave se si pensa che viene  esercitata  proprio da coloro (e sono tanti) che avrebbero avuto il compito se non altro di agire e vigilare perché  il fatto non accadesse. Contestualmente si fanno promesse di cambiamento, di modifichesostanziali all’insegna di una politica di rottamazione senza tregua, salvo poi verificare come “gattopardescamente” tutto resta come prima: fino al prossimo evento tragico, o all’ennesimo  scandalo o quello che sia.
Insomma ce ne accorgiamo sempre “dopo” e dopo appunto versiamo quelle che secondo il detto popolare sono le lacrime di coccodrillo. Mentre si cercano – quasi sempre inutilmente e spesso senza arrivare da nessuna parte – capri espiatori per mettere  a tacere forse la coscienza o una parte almeno dell’opinione pubblica, in specie quella più colpita dagli eventi in parola. Gli slogan ovviamente si sprecano: non sarà più come prima, sarà fatta giustizia, i responsabili saranno scovati e puniti e via di questo passo. Quante volte ci siamo dovuti confrontare con storie del genere e soprattutto sorbire “affronti” come questi!
Ora accade  che questa presa di coscienza postuma  sia messa in campo anche in altre occasioni, quando si tirano le somme dieventi annunciati come meravigliosi o addirittura epocali. E’ avvenuto – ed è solo un esempio -  per  il Napoli  Teatro Festival    del quale si è parlato più ( o solo) per le polemiche che ha suscitato che per la qualità e il valore degli spettacoli. E non poteva essere diversamente.  A cose fatte  ci si accorge degli errori, della pochezza dei risultati rispetto agli investimenti attuati, dell’indifferenza con cui la manifestazione ha convissuto. Dai dati risulta che gli spettatori sono stati una vera “miseria” (visti gli incassi), che gli omaggi si sono sprecati a più non posso, secondo l’abominevole abitudine secondo cui la cultura va bene se è “a sbafo” e così via. Ma per capire tanto bastava  solo chiedere perfino agli addetti ai lavori e agli appassionati se erano almeno  al corrente che un evento del genere fosse in corso. Personalmente e per quel che vale, tra i miei interlocutori “acculturati” quasi nessuno sapeva dellerappresentazioni, cioè ignoravano del tutto che nella  città  partenopea si stava svolgendo una manifestazione che si pretendeva di grande fascino e richiamo. Ora sappiamo anche che nemmeno l’Expo di Milano è stato quel successo che si attendeva e che gli errori sono stai molti e  molti ancora da chiarire. La “Nuvola”  di Roma passerà alla storia  soprattutto per le polemiche mentre l’Auditorium capitolino  sì è per cosi dire bloccato prima ancora di cominciare E allora? Allora ecco, “dopo”, le  immancabili lacrime di coccodrillo e c’è da scommettere anche la promessa di cambiamento, l’impegno “tassativo” che non sarà più fatto nulla del genere, ovvero negli stessi termini. Salvo poi vedere spuntare l’ennesimo gattopardo che cancella tutto e ripristina lo “status quo ante” delle cose.
Antonio Filippetti






2016-12-02


   
 



 
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