Corrado Calabrò, una vita in poesia
 











Per commentare l’opera di un autore come Corrado Calabrò che ha dedicato tutta la sua attività creativa alla poesia, sostanziata in oltre venti raccolte nell’arco di più di cinquant’anni di milizia, appare doveroso prima di tutto fare qualche considerazione sul “genere” ovvero sulle ragioni per cui uno scrittore di primo piano  abbia così tenacemente dedicato il proprio lavoro alla produzione poetica.
E qui entra necessariamente in gioco una valutazione diremmo teorica: cosa rappresenta la poesia e perché a essa è possibile votarsi senza soluzione di continuità. La risposta non è certo semplice se anche uno studioso come Georges Bataille affermava che “la poesia è il nostro fondamento     anche se non sappiamo  come definirla”.
Ci troviamo cioè di fronte ad un “assoluto” che per antonomasia non è definibile. E lo stesso Calabrò confesserà problematicamente in un’intervista che “nella poesia si sublimatutto quello che il poeta ha dentro e – ancora più – quello che non sapeva di avere dentro”. Ora per meglio intendere la poesia di Calabrò giunge in libreria un documentatissimo saggio di Carlo Di Lieto che esplora l’opera del poeta nella sua interezza e complessità adottando l’originale metro della psico-critica. L’opera di Calabrò è stata a lungo oggetto di analisi da parte della critica più qualificata; di lui si sono occupati tra gli altri e a più riprese Piero Cimatti, Carlo Bo, Dante Maffia, Mario Luzi, Elio Pecora, Domenico Rea, Renato Minore, Maria Luisa Spaziani; e tutti hanno per così dire analizzato e descritto il mondo intenzionale di questo poeta. Ora Carlo Di Lieto ci fornisce una chiave di lettura al tempo stesso insolita e definitiva in quanto riporta il testo ad una matrice   ispirativa  inequivocabile. Secondo il critico, infatti, la chiave per intendere la poesia di Calabrò, o per meglio dire gli archetipi che presiedono alla sua vocazione,  è darintracciare nella dicotomia tra la donna e il mare. Ed è una suggestione che alla fine si rileva fondata e vincente. Scrive Di Lieto: “La voce del poeta è nell’anima delle cose naturali, la particolare sintonia è nella voce del mare”.  E poi ancora: “La personificazione del mare è la doppia anima del poeta, il suo subcosciente viene alla luce senza infingimenti. E’ un amplesso voluttuoso, forse un involontario rapporto sessuale,  vissuto con intensità, fino all’estasi dello sfinimento”.
Ma come  avviene  anche nella poesia di Eugenio Montale, il mare rappresenta   necessariamente il luogo in cui si abilita l’esperienza, si  misura  cioè  la capacità  dell’”equorea creatura”, di assolvere il proprio destino in un agone sempre incerto o addirittura tempestoso ma nel quale si  inverano  al tempo stesso sogni e passioni,  speranze  e delusioni.
De resto lo sa bene Calabrò quando cita Senofonte: “ora siamotrasportati come i naviganti che, per quanto solchino il mare,  non possiedono il tratto che lasciano dietro di sé più di quanto non possiedono il tratto che devono ancora solcare”. Il che tradotto con un suo testo poetico, suona più o meno così: “se non sognassi  non avrei un passato/ non appartiene al navigante il mare/che ha solcato/Non trattiene chi nuota/altro che il sogno/ del mare che ha abbracciato”.
Il lucidissimo studio di Di Lieto  illumina non solo l’opera  di Calabrò ma ci consente per così dire una riflessione più ampia che attiene proprio alla peculiarità  della poesia e al suo significato e che anche Calabrò può accogliere nel  proprio humus  creativo, vale a dire l’indispensabile funzione del poeta nella società di tutti i tempi in quanto tramite ed interprete di quello che I.A. Richards definì  come “una musica d’idee”, vale a dire la lunga, difficile, armoniosa meditazione sull’esistenza che è poi  anche l’espressionelinguistica più alta (vedi Leopardi) dell’animo umano.
Antonio Filippetti

Carlo Di Lieto
La donna e il mare,
Gli archetipi della scrittura di Corrado Calabrò,
Vallardi Editore, pp,256, euro 12,00

 






2016-11-24


   
 



 
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