Eventi senza cultura
 







Antonio Filippetti




La politica dei grandi eventi sembra ispirare gli organizzatori istituzionali senza tregua: che si tratti di sport, di spettacolo, di attrazioni  eterogenee o di cos’altro ancora,  la voglia di organizzare   manifestazioni  in qualche modo memorabili appare come una tentazione invincibile per chi  è preposto a  guidare la macchina pubblica  dell’entertainment. E non importa poi se di quello che si è messo in campo non resta nulla (vedi le passerelle di Christo) o se alla fine i bilanci delle iniziative poste in essere risultano  fortemente  deficitari (vedi  vari eventi sportivi e spettacolari e persino l’Expo milanese).
Insomma l’imperativo è creare un evento ricordevole, costi quel che costi. L’inganno più palese sta nel fatto che  quasi sempre (ovvero sempre) queste kermesse sono  veicolate come  episodi d’indiscussa cultura  e conseguentemente  in gradodi  impinguare  le casse delle amministrazioni  locali e sviluppare il turismo. Ora occorre dire che quasi mai questo è vero, specie per quel che attiene il dato della cultura. In effetti, non può bastare un momento di richiamo spettacolare  per cambiare lo stato dell’arte, il che significa  far nascere nel breve volgere di qualche ora  un sentimento di  passione civile, correttezza istituzionale,  di  autentica solidarietà umana   e così via. Vale a dire tutte quelle peculiarità connesse appunto  alla cultura. Com’è possibile che possa bastare una “ospitata” di una grande griffe della moda  per cambiare radicalmente l’andazzo  corrente resta francamente un azzardo: al di là dei disagi che questo comporta per il grosso della cittadinanza che si deve arrangiare con la viabilità modificata , con strade chiuse al traffico o rese inaccessibili (in aggiunta agli impicci  ordinari che non sono certamente ne miniminé  secondari).  La verità è che la cultura, quella vera, rimane ovviamente assente e anzi è spesso oltraggiata visto che una volta conclusi gli eventi  in parola molte “locations” risultano  più danneggiate che migliorate. 
Una politica di valorizzazione del patrimonio ambientale e monumentale sarebbe ovviamente auspicabile ma non chiudendo evidentemente le piazze o destinandole a gazebo vari per momenti mangerecci e di svago occasionale. Troppe volte ci siamo sentiti ripetere che i beni culturali rappresentano il petrolio per il nostro paese,  e che la beneamata Italia  ospita  la maggior parte di ciò che è stato realizzato in termini di creatività artistico-culturale nel corso dei secoli. O ancora che la città di Napoli possiede il più grande centro storico d’Europa che guarda caso, però è anche quello tenuto diciamo  meno bene e che si pensa di valorizzare  episodicamente  “vietandolo”  alla  fruizione cittadinaper destinarlo magari ad una sfilata di moda.
 La considerazione più amara risiede forse nel dover ammettere che  sulla spinta di una  cultura posticcia che pretende di compiersi nel rubricarsi “on line” possa davvero realizzarsi un incremento della consapevolezza culturale  in grado  di fornire risultati durevoli ed esaltanti, ignorando naturalmente  che  la cultura vera non è il capriccio  di un momento ma una conquista che può compiersi solo in maniera strategica, con un impegno  costante,  verificando e revisionando per così dire “orazianamente” , cioè passo dopo passo, i  frutti lungo un cammino affascinante ma nello stesso tempo anche  impervio e faticoso.
Antonio Filippetti






2016-08-30


   
 



 
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