La cultura dell’incultura
 







Antonio Filippetti




Può mai esistere una cultura dell’incultura? Sembra ovviamente questa una  domanda  sciocca più che retorica, come a dire che  non è possibile sconfessare se stessi proprio  nel momento   in cui si afferma la propria ragion d’essere.
E tuttavia, a ben guardare, si sta creando nel nostro paese un flusso di pensiero, se così si può dire, che  si organizza intorno ad un nucleo di rinnovata e fino a ieri impensata “barbarie” che finisce per costituire un blocco sociale preciso e sempre più riconoscibile. Non si tratta di avere a che fare con “i nuovi barbari”, come li ha definiti Eugenio Scalfari, nel senso che  un gruppo sempre più numeroso di individui, in specie i giovani e i giovanissimi, si muovono, atteggiano, vestono, parlano ormai  secondo un codice incomprensibile o comunque diverso rispetto agli altri, vale a dire alle generazioni  precedenti.
Il discorso è sicuramente più ampiopoiché al di là di questo dato indubbiamente presente nell’attuale panorama sociale, si va sempre più allargando una “corrente di pensiero” che non solo sconfessa  la cultura acquisita ma peggio ancora la ignora costruendo a suo modo una serie di codici all’insegna della negazione di ciò che per lungo tempo è stato vissuto e fatto circolare attraverso la scuola, i libri, le convenzioni  morali, socio-politiche, ecc. A creare questo magma sempre  più espansivo ed omologante molto hanno concorso i nuovi media, in particolare l’esplosione della comunicazione istantanea che  puntando tutto sul presente, ha relegato in secondo piano, fino  a farlo progressivamente  scomparire del tutto, il controllo critico, la riflessione e  l’accertamento di quanto viene via via  prodotto e proposto.
Accade ora che questo blocco di pensiero  sia ormai  cresciuto al punto tale da offuscare tutto il resto, per cui  il sistema  tradizionale, comeavviene per gli atteggiamenti  criminali e malavitosi, si  qualifica  intorno a questo dato che è sicuramente  anticulturale  ma che diventa paradossalmente   un acquisito e riconosciuto standard  culturale per i più. E lentamente anche gli  “operatori dell’intelligenza” che dovrebbero non solo contrastare  il nuovo andazzo  ma addirittura raddoppiare gli sforzi per riaffermare  ciò che conta  e che è inscritto nella memoria  universale, si adeguano allo stato corrente, perfino rischiando spiegazioni banali  e desolanti, secondo cui le cose cambiano e occorre seguire il flusso degli eventi. Alla fine, come nel “Rinoceronte” di Ionesco, la paurosa trasformazione in esseri bestiali sembra accomunare un inevitabile destino.
Antonio Filippetti






2016-05-01


   
 



 
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