La poesia di Lucia Stefanelli e la parola “definitiva”
 






Palazzo Serra di Cassano, Via Monte di Dio 14-Napoli
Il 17-02-2016, alle ore 17,00
Antonio Filippetti




1. La lettura di un poeta è sempre un’operazione complessa e difficile: ancora più al giorno d’oggi, in un epoca cioè in cui tutto avviene  per così dire di corsa, in ossequio ad uno standard di vita, anche intellettuale, che impone un codice di  rapidità senza pause né deroghe. Questo può spiegare anche le ragioni per cui un grande critico come George Steiner abbia  sentenziato con amarezza che “la funzione  del poeta nella nostra società e nella vita delle parole è fortemente diminuita”, il che significa che  la nostra stessa esistenza è destinata a dipanarsi  sempre di più in una sorta di “caos sordo”. La difficoltà nasce ovviamente dal fatto che la poesia “pretende” una fondamentale prescrizione, esige cioè la necessità di fermarsi a riflettere  essendo l’espressione poetica per sua natura  complessa e bisognosa pertanto  di un tempo di comprensione adeguato, spesso non breve,  un tempo di riflessione e maturazione concettuale che  la società “liquida” dei nostri anni non sembra esser disposta a concedere.
Naturalmente occorre chiedersi cosa sia la poesia e a cosa serva. La risposta a questi interrogativi non è semplice giacché come affermava Georges Bataille “la poesia è il nostro fondamento ma non sappiamo come definirla”, il che è poi l’eterna difficoltà di descrivere gli assoluti, come aveva già sperimentato a sua volta Agostino cercando di spiegare il tempo. La riflessione  sulla funzione della poesia  è tuttavia di grande momento e necessiterebbe anzi  una lunga e articolata dissertazione. Innanzi tutto  per capire noi stessi e l’epoca in cui viviamo. E qui giunge a sostegno una storica affermazione dei surrealisti, che appare ora per noi  addirittura profetica. La considerazione è che viviamo un  “momento  nullo”, immersi  in  una società dominata  dai “vuotidell’immaginazione  e del sogno”. E pur senza spingerci ora alle estreme conseguenze di André Breton e dei suoi seguaci sulla messa in disparte dell’estro creativo e della pratica immaginativa, occorre prender atto che il ruolo stesso del poeta nella società odierna – ma l’aveva già perfettamente intuito Giacomo Leopardi -  esce ahimè decisamente ridimensionato.
2. Le note in premessa servono come vestibolo  intellettuale allorché ci si accinge a porre mano a questa silloge poetica di Lucia Stefanelli  poiché sia mondo intenzionale che resa  stilistica reclamano a buon titolo una “esercitazione” che tenga conto del mutato contesto  ma nello stesso tempo capace di dare voce e sostanza alle ineludibili  esigenze esegetiche. Intanto occorre dire che ci troviamo di fronte ad una prova della maturità dell’autrice. La raccolta, infatti, completa, arricchisce e determina ulteriormente i dati già emersi nei dueprecedenti volumi, “Radici d’acqua” e “Fuori di persona”. Potremmo anzi affermare subito  che con “Definitiva”  giunge a buon esito quella maturazione che, come suggerisce egregiamente  il sottotitolo, soltanto “la preziosa ombra della sera” riesce ad assicurare.  E bisogna forse fare anche un passo indietro, domandarsi  perché si scrive e perché  ci si affida  ancora premurosi alla parola  scritta.  La risposta semplice ed eterna è che la vita  è insufficiente e  di per sé non basta ma soprattutto non riesce, “da sola”, a dare senso e compiutezza esistenziale. A giustificare  persino  la  nostra presenza.  Ecco allora la necessità di fissare un punto fermo, di ricercare, o meglio “ri-creare”, quello che è stato, sottraendo all’inevitabile  corrosione del tempo “ciò che conta”.  E’ un compito arduo, ma ancora una volta ci viene in soccorso Giacomo Leopardi secondo cui la poesia è la solapossibilità  che abbiamo  per “aggiungere un filo alla tela brevissima della nostra vita”.
3. Lucia Stefanelli ha  tutte le carte in regola  per farci  riflettere e guidarci verso il conseguimento di un approdo: “Assume il giorno/pallidi bagliori di luce/stanca quanto basta/per restare dolente/ed attendere il tempo che trascorre/inconsueto/al ritmo d’alternanza nuova/Corse fugaci e attardamenti brevi/ “Che meraviglia l’aritmia dell’ore/ultimo tradimento onesto/ al sentore di fine”.
In questo pellegrinaggio dell’anima, col trascorrere del tempo e la consapevolezza della “perdita”, emerge anche la luce di un possibile traguardo, uno spiraglio di speranza che si riconosce nell’altro e che reclama   una nuova opportunità: “Sulla zattera antica di Medusa/i neri volti dello strazio/digrignano il biancore dei denti/al grido d’aiuto”. E’ indispensabile  trovare un punto di orientamento ma non è né semplicené facile: “Saluteremo il tempo/all’abbandono provvido/del suo incerto futuro/lieti villeggianti del decoro/forgiati ad arte come usanze antiche/ Ma l’abito soltanto/avrà memoria d’essere stato/Sempre più sbiadito”.
In questo smarrimento epocale, il ricorso al valore della parola diventa un’esigenza indispensabile, quasi un’arma di difesa naturale, un argine  contro un degrado che non è soltanto stilistico ma coinvolge la sfera stessa della passione sentimentale. Nessuna comunicazione è possibile senza la “chiarezza” della parola, la sola ancora in grado di dare voce all’unicità e diversità  degli uomini, perché dietro ogni “verbo” c’è appunto una persona, ma  non solo. È grazie ad essa che è ancora possibile alimentare il germe della riflessione, lottare contro la solitudine del mondo, sconfiggere un universo popolato da “individui senza individualità”: “Sfugge/ la Parola/all’ineluttabile del buio/Saluta la mezzanotte/Dopo tace/impaziente/di impossibili albe”. Si definisce in  questo modo il viatico di un destino,  si afferma il  paradigma di una sorte: “Muto transitare di forme/è sfondo a questo tempo disfatto”…..Aspetti il fraterno nubilare di polvere/che ridisegni la vaporosa avventura/d’un improbabile segno”. Ci sarebbe probabilmente la necessità di una parola non a caso  risolutiva, disposta ad  opporsi alla precarietà dell’essere o almeno  in grado di ergersi come una roccaforte inespugnabile di senso e  garante di tempo compiuto, capace infine di assicurare  ogni volta  risposte certe e verificabili.  Che è poi  la perenne aspirazione  della poesia, “la musica d’idee”, come la definì felicemente  I.A.Richards, ovvero  la lunga, difficile e armoniosa meditazione sull’esistenza   e  che diventa   ora,  con Lucia Stefanelli, anche  la paziente ma incessante ricerca di una parola “definitiva”.
Antonio Filippetti






2016-02-14


   
 



 
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