La poesia di Giuseppe Vetromile tra passato e futuro
 











In una breve nota d’autore, Giuseppe Vetromile dichiara (o sarebbe meglio dire giustifica) quello che è il senso di questa sua ultima silloge. Ed è come se il poeta volesse non tanto “istruire” il lettore e neppure mettere le mani avanti, ma più che altro fornire anche a se stesso la spiegazione del suo lavoro. Il tema di fondo è il rapporto che  lega tutti noi   al passato e nello stesso tempo ci proietta verso il futuro con l’aspirazione mai sopita di assicurare un continuum  umano e civile.
Ed ecco allora che la forma di quest’ assunto diventa la poesia, vale a dire il linguaggio che più si  addice allo scopo   in termini assoluti e che  può essere il mezzo adatto per riuscire nell’impresa.  Il risultato è vivo ed efficace: lo scrittore si ricollega alle sue radici, al padre e alla madre che hanno costituito l’humus essenziale e naturale e nello stesso tempo si slancia verso chi vienedopo, i figli, vale a dire coloro che possono davvero “raccogliere il sogno del domani”. Ed è in questo rapporto esistenziale problematico, giacché interessa al tempo stesso  memorie sofferte e prospettive di futuro, che il poeta mette alla prova  per così dire  le sue “chances”, verificando in primis dentro di sé  le possibilità di  centrare l’obiettivo, ovvero di creare effettivamente una “congiunzione”, tra quello che è stato e quello che (forse) sarà.
In questo scandaglio quasi esegetico tra il prima e il dopo, il poeta dimostra di possedere la padronanza dei  propri mezzi, poiché il verso con cui ci sollecita e non di rado ci ammalia è all’altezza del dettato, vale a dire  felice e coinvolgente. In particolar modo quando scava tra i ricordi, tra i “vestimenti dismessi” e scopre d’esser cambiato anche se soltanto in apparenza o quando afferma la propria incapacità di proferire “a memoria le parole occorrenti”. Ed è qui che la poesia diventaspecchio dell’anima ma soprattutto si fa strumento essenziale di conoscenza per poter custodire e  meglio apprezzare il sentimento di sé e del tempo che ci tocca vivere, visto che “siamo solo forme in cammino”, “ferite aperte alla morte”. Ma non c’è dubbio  poi che soltanto in questi termini, ovvero a queste condizioni, Giuseppe Vetromile riesce  a dare corpo alla sua prestigiosa milizia poetica aggiungendo un ulteriore tassello alla lunga parabola che lo vede protagonista di un’appassionante avventura.
Antonio Filippetti

Pino Vetromile
“Congiunzioni e Rimarginature”
Scuderi Editrice, pp.60. euro 10,00

 






2015-12-09


   
 



 
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