A spasso per Napoli con Nick Drake
 











In “Puzza di bruciato” il protagonista, Nick, fa fatica a vivere serenamente, ovvero conformisticamente, la propria contemporaneità: Beato fra i sordi, sorride agli schiamazzi degli uomini e di questa città, “una città che sembra non acquietarsi mai neppure di notte”, e della cui bellezza Nick ne godrà solo alla fine della sua ’avventura umana e professionale’, come dirà l’Autrice in modo secco ed essenziale, senza nessun barocchismo, nella frase finale: “Faccio due passi. Mi godo la città”.
Una bellezza profonda quella di Napoli, che accompagna come una traccia sotterranea l’attraversamento di Nick dentro le pieghe della sua verità interiore. Una città che domina con le sue atmosfere nelle indagini del nostro investigatore privato, così come nelle indagini di tutti quei commissari e detective oggi diventati personaggi che accompagnano si può dire ogni giorno la nostra fantasia.
Nelle pagine di “Puzza di bruciato” la trama non sipuntualizza solo nello specificare il ’fatto di sangue’, ma in ciò che non si vede bene che con il cuore.
Bisogna andare oltre le apparenze, dove c’è lo spirito che incarna il sentimento presente in ciò che facciamo. E’ questo spirito a rendere le cose uniche. A esso si giunge attraverso il cuore.  La frase è tratta da un libro famosissimo, “Il piccolo principe”, una lettura che segna la crescita adolescenziale, dove si vanno a definire i primi contorni della personalità.
Quello che si può vedere con il cuore è la scoperta di se stessi, continua nel tempo e nelle scelte che man mano si decide di compiere, oltre i confini del paese che abitiamo cioè il nostro corpo, il nostro linguaggio. Confini che delimitano la relazionalità. Il nostro sé ci appare allora come un paese straniero, sconosciuto, dove incessantemente si accavallano le domande su temi quali l’identità, la sua incertezza, la sua polivalenza, o quello della costante, ritmica perdita e riconquista della persona.Quali sono le frontiere da attraversare per trovarsi, riconoscersi: qual è il luogo di noi dove incontrarsi? Di cosa siamo composti?
Nick lo scopre solo dopo aver rinunciato all’amore di Carmen, dopo aver respirato la memoria del passato - i genitori, la casa natale con i suoi oggetti e il suo profumo di cibo -, ritrovando il proprio ’odore’, non lontano da un elemento strutturale di Napoli, il mare. 
Il rapporto con l ’alterità che è centrale nel romanzo è una tematica già affrontata dalla scrittrice in “La rivincita di Tommy. Una storia di bullismo omofobico” (La Medusa Editrice).
Napoli dialoga con l’alterità, con la diversità ponendoci all’interno della sua endemica contraddittorietà, che è poi il senso del vacuo della vita, quel suono morte/vita che ci accompagna per le strade, i decumani, le piazze, tema che viene contratto nella sinteticità degli aforismi, dei proverbi, delle parole.
Altre questioni la nostra autrice tocca e sfiora: l’importanza dei rapportiche si instaurano all’interno della famiglia, il peso del ’cosa può dire la gente’ sulle decisioni e sui comportamenti che si assumono di volta in volta allorché ci si scontra con i problemi e il velo ironico del tono della scrittura, la leggerezza della sintassi non smorzando il valore della espressività ne determinano un valore aggiunto, che impone la ’riflessione’ oltre la storia e l’intrigo della storia.
La ’storia’ è un pretesto per dirsi altro, la storia è quello che si vive nel quotidiano avvilendo lo scopo dello stare al mondo, come dimostra anche l’interesse superficiale e distaccato del commissario Cuommo; la vita autentica è il non detto, e il non detto non è detto che sia la ’felicità’. Ma se non lo è, è senza dubbio la strada che conduce ad un ’ felice, consapevole sognare’, che ci rende a volte inconsapevoli visionari, cassandre, premonitori.
Nick osserva se stesso, nei punti cruciali della storia, da ’sdraiato’, posizione dalla quale si smuove solo dopo che lastoria si è ’sgarbugliata’, riunendo i protagonisti nello stesso luogo, nello stesso tempo, dopo anche l’apparizione in ombra e in controluce di Blasi jr. Una apparizione, non a caso come quella di Picasso in uno dei suoi ultimi quadri l’ombra, un dipinto a olio e carboncino su tela del 1953, dove si staglia un uomo – Picasso appunto – in controluce su uno sfondo composto da tele. Un soggetto difficile per le arti visive, quello dell’ombra senza traccia, anzi se stessa come traccia in una realtà che ancora non ha contenuto, o che ha avuto un contenuto, riempita solo di simboli appartenenti alla vita dell’artista, come nel caso di Picasso, in quel tempo abbandonato dalla sua donna, dolorante, quindi. Blasi jr appare così, come Picasso, in penombra, avvolto dalla sua ombra, abbandonato, senza autorità, materna, paterna.
Lo sdraiato Nick si desta all’interno di ’questa situazione’, rendendo vivo e creativo il suo ’stato d’essere’, visto come quello migliore per poter continuare adagire.
"La cura del mondo è una abitudine che si eredita", scrive Serra nel suo penultimo libro “Gli sdraiati”; possano trovare nello sdraiato, apparentemente indifferente alla visione panteistica del padre, il loro giardiniere impossibile”.
Se nella nostra cultura il tema della paternità è diventato negli ultimi anni un tema egemonico, è perché intercetta un’angoscia diffusa non solo nelle famiglie, ma nelle pieghe più profonde del nostro tessuto sociale: cosa resta del padre nell’epoca della sua evaporazione autoritaria e disciplinare? Può esistere ancora un’autorità simbolica degna di rispetto? Può la parola di un padre avere ancora un senso se non può più essere la parola che chiude tutti i discorsi, che può definire dall’alto il senso Assoluto del bene e del male, della vita e della morte? C’è... puzza di bruciato.
Rita Felerico

Monica Florio
“Puzza di bruciato”
Homo Scrivens, pp.134, euro 14,00






2015-11-30


   
 



 
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