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Gli architetti sono delle canaglie. E io, naturalmente, conto molti di loro tra i miei migliori amici. Gli architetti lavorano per regimi vili e spietati, se ne hanno l’occasione - magari non proprio quelli che sono i miei amici. Pur di non perdere l’opportunità di costruire la nuova Reichsbank, nelle elezioni del 1933 Mies votò per Hitler. Le Corbusier era pronto a lavorare per Stalin, per Mussolini e il regime di Vichy. Gli Smithson presero parte al concorso indetto dallo shah per la nuova biblioteca nazionale iraniana, mentre Bob e Louise Venturi hanno mancato per un soffio di costruire una nuova grande moschea per Saddam Hussein. Dov’è la dimensione etica in tutti questi esempi? Oppure, già che ci siamo, dove trovarla nel lavoro di Massimiliano Fuksas, che ha allestito una Biennale di architettura dal titolo «Meno estetica più etica»? All’inizio della mia carriera come giornalista di architettura al settimanaleinglese Building Design, ricordo lo smarrimento che si diffuse nell’intera redazione quando aprimmo una busta inviata anonimamente da un dipendente di un noto studio di architettura londinese. Conteneva i piani per un progetto a cui lui, o lei, era stato invitato a lavorare. Si trattava del nuovo quartier generale della polizia di Baghdad. Un dilemma senza dilemma Tutto questo accadeva molto tempo fa, quando, benché il committente principale fosse un certo Saddam Hussein, quello iracheno era ancora considerato un governo rispettabile per cui lavorare. In quei giorni a Baghdad stava infatti nascendo il suo nuovo aeroporto, progettato dallo stesso studio che aveva firmato il terminal Four di Heathrow e dotato di una suite privata per i Vip curata dagli arredatori preferiti da François Mitterrand. In altre parti della città, il palazzo dello sport di Le Corbusier era prossimo al completamento,mentre il campus disegnato da Walter Gropius era già in funzione. Nelnostro caso, tuttavia, il problema non risiedeva nella glorificazione di un regime repressivo. Al centro del dibattito vi era una questione molto più pratica, quella della destinazione d’uso: il nostro anonimo corrispondente aveva dato un’occhiata ai progetti e aveva subito intuito quale sarebbe stato l’utilizzo della stanza sotterranea e priva di finestre che gli era stato chiesto di disegnare nei particolari. A cosa serviva la trave d’acciaio che attraversava lo spazio in tutta la sua lunghezza? Qual era la funzione della fossa sottostante? Appariva subito chiaro che doveva trattarsi di una cella per esecuzioni, e la trave d’acciaio doveva essere abbastanza robusta per effettuare impiccagioni di gruppo. Non era di certo, concludeva il mittente, il tipo di commessa a cui potesse lavorare un professionista dalle idee liberali, mescolandola magari alla convenzionale progettazione di edilizia popolare, di cliniche e di piccoli fabbricati industriali che in quei giorni rappresentavala parte principale del lavoro di uno studio. Il nostro anonimo corrispondente dichiarava che era tempo di prendere posizione in termini di etica, che lo studio per cui lavorava doveva semplicemente rifiutare il progetto. In realtà, il suo comportamento rappresentava per molti versi la reazione estetica a una richiesta tecnica, un problema di gusto più che di etica. Si trattava ovviamente di una scelta molto semplice, il tipo di dilemma morale che, in fondo, non è per niente un dilemma. Il problema era infatti così palese che solo una totale cecità morale o una apatica mancanza di attenzione avrebbero permesso di accettare il progetto. O esisteva forse un punto di vista da cui accogliere una commissione del genere? In una società in cui la pena di morte è ancora in vigore, non si può forse affermare che spazi del genere meritano comunque una dignità architettonica? Così come le carceri non vanno mascherate da campus universitario, è possibile trovare un motivo che giustifichil’idea di far fronte a realtà così sgradevoli? Un compito altrettanto chiaro, per quanto se ne parli pochissimo - anche nel momento in cui i principi vengono chiamati in causa con più enfasi, come quando ci si chiede se sia etico costruire in Cina - sarebbe quello di prendere in esame le condizioni della manovalanza che sta erigendo le nuove architetture-simbolo di una Cina dal nuovo e risoluto profilo, ma sempre e irremovibilmente antidemocratica. La nuova Cina dipende dalla forza lavoro, e chissà quante morti si devono contare nella categoria degli operai edili, per la maggior parte emigranti interni, individui privi di diritti civili, che per sette dollari al giorno lavorano nelle condizioni più disperate. Non ho la minima idea di quante persone siano rimaste vittime di gravi incidenti o abbiano perso la vita durante la costruzione degli edifici-simbolo delle olimpiadi di Pechino. Magari nessuna. Ma pare difficile crederlo, almeno per quello che ho potuto vedere, quattro annifa, in occasione di una visita ai cantieri aperti in città. Più che ai luoghi in cui dovevano nascere le eleganti bolle in vetro e acciaio visibili nelle riproduzioni computerizzate degli architetti, quei cantieri somigliavano a dei campi di battaglia medievali, concepiti sulla scala di una epica pellicola del cinema giapponese. Vi si vedevano intere armate di guerrieri sciamare e radunarsi attorno a gigantesche gru, protese come antiche macchine da guerra nel corso di un assedio. E tuttavia, la polvere che si spostava turbinosamente attraverso il sito rendeva impossibile contarne più di una manciata prima che sparissero di nuovo nella caligine acre. Enormi striscioni appesi a improvvisati pennoni piantati qua e là nel fango portavano i nomi di ogni squadra di lavoro, ciascuna delle quali aveva il proprio territorio. Questi gruppi, identificabili dal colore dei loro elmetti, si muovevano come disciplinate coorti di formiche operaie, spostandosi alla cieca, eppure con efficienza,intorno ai vari ostacoli che intralciavano ogni movimento nel sito. Qualcuno consegnava nuovi materiali, altri li preparavano per l’uso, altri ancora spostavano qua e là carriole cariche di viti e bulloni mentre coppie di operai portavano a spalla pesanti tubi d’acciaio. Sette dollari per morire di lavoro In primo piano, gruppi di uomini dagli abiti sgualciti ammucchiavano cataste di verghe di rinforzo pronte a essere piegate in quei ganci che le avrebbero tenute saldamente al loro posto quando, più tardi, sarebbero state sepolte nel calcestruzzo. In lontananza, altri grappoli di elmetti si muovevano intorno a crateri che sprofondavano per sei piani nel terreno. Enormi betoniere manovravano lente per poi fermarsi a gruppi sul ciglio del baratro: dirette da uomini con palette e fischietti, scaricavano ininterrottamente, giorno e notte, enormi quantità di materiale. Nel cantiere lavoravano 35.000 uomini, ma dal mio punto di osservazione - una specie di trampolinoche si sporgeva oltre il margine di un canale largo 150 metri, scavato da un’estremità all’altra del sito - la mia attenzione si concentrò solo su due di loro. Uno indossava una casacca militare, l’altro un abito tutto macchiato che un tempo doveva essere stato il suo capo migliore. Entrambi portavano elmetti gialli e scarpe da ginnastica. Il più basso dei due aveva una sacca a tracolla e impugnava una chiave inglese. Erano appollaiati su un’impalcatura alta quindici metri, che saliva dal letto di un profondo fossato scavato nel fango. L’uomo più alto, in apparenza poco più che adolescente, se ne stava a gambe larghe, piedi divaricati, un braccio proteso a stringere il più vicino montante dell’impalcatura. Indossava un’imbracatura di sicurezza intorno al petto, ma il moschettone penzolava inutilmente dietro alla sua schiena. Senza guardare, fece una pausa per trovare una posizione più solida. Poi, con un unico agile movimento, usò la mano libera per sollevare un altro pesante tubo daimpalcatura e lasciarlo cadere nel fermo di bloccaggio. Il suo esile corpo formava una grande X, che tracciava le diagonali del rettangolo metallico intorno a lui. Trattenne il pezzo in posizione quanto bastava perché il suo compagno serrasse i bulloni, e mi sembrò del tutto chiaro come fosse lui a prendere le decisioni e ad assumersi i rischi. Quando ebbero completato il loro compito si riposarono un minuto. Poi, senza dire una parola, si lanciarono lungo l’impalcatura come equilibristi sulla fune, per ripetere la manovra con la grazia e la precisione di un balletto. Lavorare senza imbracatura significava sfidare continuamente la morte. Guadagnavano sette dollari al giorno, meno di quanto costava tornare in centro col taxi. Durante la giornata sopportavano le nuvole di polvere e la calura estiva. Di notte lavoravano alla luce delle lampade ad arco. Dormivano in gruppi di casotti sgangherati e tende militari, in una serie di baraccopoli sparpagliate intorno al sito. Questi ricoverivariavano per dimensioni e forma: alcuni erano fatti di compensato, con tetti in fogli trasparenti di plastica ondulata a cui solo qualche mattone qua e là impediva di volar via. Le finestre erano prive di vetri e i servizi igienici ammontavano a niente più che a un blocco di latrine senza copertura. Quegli uomini erano la versione contemporanea dei manovali che costruirono i canali e le ferrovie inglesi. Migranti legali, semilegali e illegali, sfuggiti a milioni da province cinesi disperatamente povere per inseguire la prospettiva di un impiego nell’edilizia e nell’industria nelle città del boom economico. Eppure non è la logica, o piuttosto la vitale questione della sicurezza nei siti ad aver attirato l’attenzione di quanti criticano gli architetti pronti a lavorare in qualunque posto del mondo: a interessare ancora di più è il contenuto simbolico del loro lavoro. ed è un peccato, perché, senza bisogno di grandi polemiche, gli architetti potrebbero avere un peso determinante nelmigliorare le condizioni di lavoro nei cantieri. Nell’intera messe di celebrità dell’architettura operanti in Cina, Rem Koolhaas si è imposto come l’esempio più provocatorio, e ciò gli è costato aspre critiche. I suoi concorrenti cinesi lamentano che la sua sede per CCtV sia orribile, smodata e fuori luogo. Critici occidentali come Ian Buruma chiedono se sia appropriato progettare un edificio evidentemente pronto a diventare strumento della propaganda di un regime repressivo che impone a miliardi di persone cosa pensare. Si tratta di critiche che Koolhaas rigetta con crescente irritazione: «partecipare alla modernizzazione della Cina non è un’attività che garantisca un risultato», ha affermato nel corso di un’intervista. «Il futuro della Cina rappresenta il più avvincente degli enigmi, il suo esito avrà un influsso su tutti noi e voler porvi resistenza mi sembra rappresenti una posizione ornamentale». I nuovi simboli di Pechino promettono una nuova Cina, un paese sufficientementesofisticato da muoversi oltre i tradizionali limiti dell’architettura di regime e oltre i banali espedienti dei suoi primi tentativi di modernizzazione. Un futuro patinato, ma pur sempre costruito con celerità stalinista, proprio come quello vecchio. Tra il lavoro e il potere L’odierna situazione cinese è quindi al centro del dibattito sulla questione etica nell’architettura contemporanea. Eppure quello dell’etica è un argomento sempre presente tra le righe della pratica architettonica. Basta ricordare che in passato Leon Krier sosteneva come fosse un dovere di tutti gli architetti coscienziosi non costruire affatto, perché farlo rappresentava contribuire alla distruzione della città europea - ma si dice che lo stesso Krier sia oggi pronto ad accettare un incarico di consulente del sindaco di Roma: un post-fascista la cui nomina è stata accolta dai sostenitori col saluto romano. E può essere interessante ricordare come Leon Krier abbia insegnato allaArchitectural Association a fianco di Rem Koolhaas. Ricordo quando questi mi disse quanto era contento del fatto che il governo olandese, suo committente, avesse scelto Berlino est come sede della nuova ambasciata da lui disegnata. Questo perché, a sentir lui, «era una società molto più gentile e amorevole dell’occidente capitalista». Una società così amorevole che i suoi cittadini erano pronti a rischiare la vita per abbandonarla. Il problema degli architetti e dell’etica è che nella maggior parte dei casi si tratta di un rapporto tanto superficiale e futile quanto quello tra la musica pop e la politica. L’idea che Rem Koolhaas o Norman Foster debbano assumere delle posizioni politiche è così balzana quanto credere che una rock star che evade il fisco e gira su un jet privato come Bono debba dar consigli a George Bush e Tony Blair su come sradicare la povertà globale. Alla fine, tutto quello che possiamo lecitamente aspettarci da un architetto è che faccia il proprio lavoro. Perquesto, nonostante i suoi dubbi rapporti con Hitler, possiamo ammirare Mies van der Rohe in tutta coscienza, perché metteva l’architettura davanti a ogni altra cosa; e processare invece Albert Speer come criminale di guerra, perché per lui l’unica ragione per lavorare coi potenti, anziché realizzare una visione estetica, fu ingigantire il proprio potere.de Il Manifesto
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