Noi precari della cultura buttati via
 







I precari Iccu -Biblioteche italiane




Aprile 2004: mese ed anno di inizio della nostra storia. Una storia che rischia di finire male e non solo per noi.
Siamo stati selezionati sulla base dei nostri titoli: laurea, specializzazioni, esperienze professionali, curricula. E questo perché siamo bibliotecari e collaboriamo da svariati anni con l’Iccu, Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche, nato a seguito della costituzione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con il compito di catalogare l’intero patrimonio bibliografico nazionale, a garanzia dello sviluppo di servizi di uguale livello su tutto il territorio nazionale.
Noi lavoriamo e maneggiamo libri rari e preziosi, antichi e moderni, grazie a contratti di collaborazione che la pubblica amministrazione ha voluto stipulare direttamente con noi, evitando di ricorrere all’impiego di cooperative e a forme di cottimo nascoste.Siamo, per essere chiari, personale altamente specializzato.
Dopo molteplici rinnovi contrattuali, il 31 maggio 2008 «scadiamo», non perché i progetti siano conclusi - in effetti il nostro lavoro rientra nell’insieme delle attività istituzionali dell’Iccu - ma perché non ci sono soldi o forse perché la pubblica amministrazione non può o non vuole continuare a stipulare contratti con noi che siamo ormai già dentro.
Dal 2004 la vita ha fatto il suo corso: matrimoni , figli, mutui...ma la fatica è tanta e le difficoltà anche quelle minime e scontate (un esempio la malattia) diventano a volte enormi. E naturalmente il punto è questo: non parliamo di un lavoro precario ma di una vita precaria, perché di fatto non esistiamo. Ma se i precari sono coloro che lavorano con contratti di varia natura nel settore privato e quelli che hanno contratti a tempo determinato nella pubblica amministrazione, noi cosa siamo?
In tutto questo tempo lo Stato ha investito tempo e denaro per formarci emetterci in condizione di fare il nostro lavoro al meglio. Perché ora sprecare l’investimento fatto?
Perché anche così lo Stato spreca: gettando via le risorse che ha creato e non perché non serviamo più; con il nostro lavoro contribuiamo a creare e conservare la cultura del nostro paese.
L’applicazione dell’ultima finanziaria e della successiva circolare (n.3/2008) della Funzione Pubblica potrebbe cancellarci definitivamente come se non fossimo mai esistiti.
Ci chiediamo quale sia il motivo che porta il mondo politico in generale, ora alla vigilia delle elezioni, a proclamare preoccupazione per il precariato, definito piaga ed emergenza sociale, ma a tacere sulle modalità di regolarizzazione di quanti abbiano contratti atipici «in essere».
Non vogliamo miracoli, vogliamo che ci venga garantita una continuità lavorativa e che venga chiarita la nostra situazione. Vogliamo che lo Stato non ci butti via, non si butti via.
La cultura non è meno importante della famigerataTav, del «Corridoio 5» o dell’onirico ponte sullo Stretto.
La cultura è un’infrastruttura non tangibile, ma altrettanto concreta. Vogliamo sapere: cosa faremo il 1° giugno 2008?

 






2008-04-09


   
 

 

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