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MERITOCRAZIA E UGUAGLIANZA Nella quotidiana girandola di etichette, slogan e luoghi comuni, un posto di rilievo spetta ormai al termine meritocrazia e al suo contenuto etico e politico. In tutti i momenti in cui viene agitata la bandiera del rinnovamento o se si parla solo occasionalmente di riformismo, il ricorso al merito, ovvero al suo riconoscimento, è un obbligo avvertito da più parti, dal quale anzi non si può e non si deve prescindere. Ma forse s’impone anche qualche considerazione “in limine”, per comprendere cioè meglio non solo quello che si sostiene in maniera sin troppo disinvolta sibbene per riflettere su alcune abitudini consolidate non proprio onorevoli. Lascoperta della meritocrazia, vale a dire il premio che si riconosce a chi è davvero meritevole in un contesto di giustizia sociale, ci induce necessariamente a pensare che per tanti, troppi anni siamo andati avanti controcorrente, privilegiando cioè in tutti i campi, non tanto il valore individuale e il talento soggettivo quanto l’affiliazione alla casta, la parentela politica, l’appartenenza al clan e al gruppo. E sembra qui perfino troppo banale dover ammettere che, stando così le cose, non ci sia di che lamentarsi se poi le vicende pubbliche e private sono andate nel modo che sappiamo e ci ritroviamo a vivere in condizioni semi-comatose in tanti settori della vita civile, amministrativa, politica, ecc. Le osservazioni di maggior momento sono tuttavia d’altra consistenza. In primo luogo viene ragionevolmente da chiedersi a chi toccherà d’ora in poi di “riconoscere il merito” ovvero invertire la tendenza sinqui seguita ed assicurare un futuro nuovo e diverso a chi ha i numeri. E già perché coloro che si assumeranno il compito diremmo di stilare le classifiche sono in massima parte – se non in maniera esclusiva – figli, parenti, sostenitori, privilegiati ed epigoni dei non meritevoli, sono coloro cioè che hanno “regnato” grazie appunto a quel malaffare diffuso appena segnalato; in seconda istanza occorre poi rilevare che, essendo essi stessi privi di capacità acclarate, non potranno verosimilmente riconoscere il valore altrui e valorizzarlo adeguatamente. L’esempio dell’università è solo il più lampante di una costellazione pluriforme e riccamente sfaccettata. In questo caso – ma non è il solo – i responsabili governativi hanno pensato di risolvere il problema tagliando i finanziamenti, non assicurando più a chi di dovere le risorse economiche. E’ come dire: visto che non sei all’altezza, ti sospendo i viveri, o, piùdrammaticamente, poiché non ti sai curare ti lascio morire. Strano modo ovviamente di rinnovare con merito. Soprattutto se si pensa che il problema vero del merito - perché esso si manifesti e sia riconosciuto adeguatamente – è dare a tutti uguali opportunità. Se così non è, non è nemmeno possibile avviare la competizione in nessun settore , poiché esisterà sempre un forte squilibrio ed i risultanti saranno, anche involontariamente ,truccati. Ritorna qui imperiosamente alla memoria la puntuale osservazione di Don Milani secondo cui non si possono fare parti uguali tra diseguali. Nel Mezzogiorno d’Italia poi il problema appare ancora più serio poiché il malcostume s’intreccia troppe volte con la criminalità vera e propria e “fare le parti” riesce ancora più difficile. Ed allora accade pure che qualsiasi attività, per andare avanti ,è costretta a “sposarsi” con parentele politiche, anche se di pessimolignaggio, e la corruzione diventa allora pratica quotidiana.
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