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La tenda spessa di feltro marrone separa la luce del giorno dalla parete bianca, su cui vengono proiettati i video. Altri ritagli di lana manipolata con l'acqua sono a terra, come zolle appena vangate. Una penombra accogliente, quella in Campo San Martino, sede dell'Associazione Spiazzi che ospita il padiglione dell'Asia Centrale, (10 giugno-21 novembre), a cura di Yuliya Sorokina. Il titolo è Muzykstan. Media generation of contemporary artists from Central Asia. A prendere per mano lo spettatore, stavolta, prima ancora delle immagini sono le note della dombra, dell'oud, del dutar, del kobyz... nella rielaborazione elettronica. Sonorità che vengono da una nazione che non c'è. Il Muzykstan (letteralmente «il paese della musica»), infatti, è un luogo virtuale che non esiste sulle carte geografiche, o meglio è la rappresentazione di quattro stati - ex Repubbliche dell'Unione Sovietica indipendenti dal 1991 -vicini tra loro per tradizioni culturali, oltre che per distanze chilometriche: Kazakistan, Kyrgyzstan, Tajikistan e Uzbekistan. Dalle strade di Dushanbe e Astana, Almaty, Bishkek, Tashkent... passando per le rive del Mar Caspio, ecco approdare alla 52ma Biennale di Venezia un gruppo di giovani artisti che fanno prevalentemente videoarte. Il loro è un messaggio chiaro, decriptato, fluido come le parole di un brano dei Depeche Mode che ha fatto storia, Enjoy the silence. «Parole come violenza/ Rompono il silenzio/ Arrivano schiantandosi/ Nel mio piccolo mondo...», suonano in italiano. Uno degli artisti, Alexander Ugay (Kyzylorda, Kazakistan 1978), parte proprio da questa canzone per interpretarla e arrangiarla nella melodia della sua tradizione, in lingua kazaka, girando il video al di là della vetrina di un negozio di fiori di Almaty. L'esplorazione del quotidiano sfiora anche il momento della preghiera - accompagnata dal suono del vento - in piena tormenta di neve, in Prayerdi Alexander Nikolaev (Tashkent, Uzbekistan 1968), scandita dalle tonalità seppiate proprio come la vacanza al mare in Leto - Summer di Roman Maskalev (Bishkek, Kyrgyzstan 1977). Più metaforico Headcharge di Almagul Menlibayeva (Almaty, Kazakistan 1969), con la musica di German Popov/ Dj Omfo. L'artista associa la seduzione femminile al cibo, ribaltando il concetto di donna-oggetto. Nel suo video la donna è consapevole del proprio potere, che esercita attraverso la strumentalizzazione del piacere. Nessuna acrobazia mentale per quello che è un inno alla vita, alla pace, al buon umore. Aleksei Rumyantsev (Dushanbe, Tajikistan 1975), in collaborazione con il gruppo South Direction, sceglie un soggetto di certo non nuovo, il pane, mettendolo in relazione con il cerchio, simbolo universale di infinito, perfezione, armonia. In Kara-Bolo (Circle of time), due, poi quattro mani si muovono sul coloratissimo piatto rotondo di ceramica. Impastano un pane, il tipico pane rotondo che sembra unfiore che sboccia. Cotto nel tandyr, il forno tradizionale d'argilla, questo pane viene spezzato - in un rituale che sfida i confini delle religioni - offerto, scambiato... Mani che accarezzano la terra, la plasmano. Rumyantsev accompagna il ritmo gioioso delle sue inquadrature con la musica del cantante folk Firuz Hakimov, fresca come i colori del piatto. Proprio la musica è il filo conduttore di questi lavori. «Nessun kazako è davvero kazako, ma la dombra è davvero kazaka», recita un proverbio del Kazakhstan. Motivo in più per l'artista Gulnur Mukazhanova (Semipalatinsk, Kazakistan 1984), a lasciarsi tentare dall'argomento per rendere omaggio a tre icone della musica contemporanea dell'Asia Centrale. Volti femminili, quelli di Dive dell'Asia (2007), raffigurati non su tele, ma su tappeti appesi alle pareti dell'altra sala dell'Associazione Spiazzi, davanti alla postazione informatica che ospita i video di altri artisti. Urna Chahar-Tugchi e Sevara Nazarkhan sono due starcontemporanee della canzone folk, conosciute al livello internazionale. Chahar-Tugchi, residente da tempo in Germania, viene dalle steppe della Mongolia Centrale, con la sua voce modula e dipinge orizzonti estesi, senza confini, che conosce solo chi ha assaporato la non stanzialità. Venate di interferenze pop le canzoni dell'uzbeka Sevara Nazarkhan, vincitrice del World Music Award 2004, che accompagna la voce pizzicando le due corde del dutar, una sorta di liuto risalente al XV secolo. La terza protagonista è la cantante lirica Bibigul Tulegenova, una delle interpreti del documentario - o meglio del «teatro musicale filmato» - Paralleli Vocali (2005) del regista kazako Rustam Khamdamov, presentato anche alla 62ma Mostra del Cinema di Venezia. Un'altra porta si affaccia su un piccolo cortile interno, colorato di approssimazione con quei pezzi di modernariato che emanano fascino. Lo schermo è piccolo, l'atmosfera intensa. È qui che ha luogo la rassegna cinematografica Two Epochs ofNational Self-Determination in Central Asia Cinema: The '60s and 90's, che il prossimo 31 agosto vedrà la partecipazione del giornalista cinematografico Gulnara Abikyeeva con una lettura critica. Un viaggio nell'era sovietica, quella del prima e del dopo, con titoli come White Mountains di Melis Ubukeyev (1964), che narrando i tragici eventi della rivoluzione chirghisa del 1916 è considerato il primo film a esprimere lo spirito nazionalista del suo popolo, o come Kosh ba Kosh (Pari e patta) del tajikistano Bakhtiyar Hudojnazaraov, Leone d'argento a Venezia nel 1993.da Il manifesto
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