Con i colori ho riacquistato la mia perduta libertà
 







di Daniela Bezzi




Htein Lin

Le tele sono incollate direttamente al muro, niente vetri né cornici. E non sono mai state vere e proprie tele, ma stracci, fazzoletti, uniformi a brandelli. Per esempio in forma di camicia senza più le maniche. O ricavate dai loonghi, le pezze di cotone che in Asia ci si avvolge intorno ai fianchi. Poiché solo di questo l'artista Htein Lin poteva disporre quando era prigioniero politico N. 00235: durante i sette anni trascorsi tra i primi del 1998 e la fine del 2004 nelle prigioni di Mandalay e poi Myaungmya, nella Myanmar (ex Birmania) ostaggio dei militari. Ed ora una piccola parte di questo straordinario «corpo» espressivo (nel vero senso del termine, come capiremo fra poco) è in mostra alla Asia House Gallery di Londra: esposizione per niente urlata, anzi compostissima, dal dentro di una condizione umana di inenarrabile umiliazione e costrizione, eccezionalmente riscattata dalla creatività, dall'urgenzadi esistere al di là di tutto con la semplice forza del pensiero che si fa luce e poi tratto nel colore - anche quando il colore è un mozzicone di sigaretta oppure la traccia del sudore.
Un'incredibile testimonianza di forza nella remissività, che si snoda in una ventina di «stazioni», ciascuna dotata di lunga didascalia, quasi un diario: che in prima persona rievoca, senza compiacimento, le circostanze in cui questa o quella tela è stata realizzata o prima ancora ispirata: «In Braccio della Morte rappresento due file di cinque prigionieri con il volto stravolto dalla disperazione. Risale a quando venni trasferito per aver protestato alla regola che vieta ai prigionieri di guardare le guardie negli occhi... Raffigura la vita sociale che si fa in prigione: ogni sera mi sedevo vicino alle sbarre della cella per vedere, oltre ai prigionieri della cella di fronte, anche quelli delle celle accanto, chi raccontava una storia, chi recitava poesie o cantava qualcosa, l'appuntamentoquotidiano con il «fuori» per tutti noi che eravamo chiusi dentro... Six Fingers è il ritratto di un compagno di cella che per evitare i lavori forzati si era mozzato ripetutamente le dita delle mani, una cosa comune nelle prigioni birmane se sei prigioniero di categoria C, ovvero povero... Ritratto di Aung San Suu Kyi l'ho eseguito a memoria perché non potevo tenere con me nessuna foto e ricamando i suoi tratti in rosso sulla tela perché non avevo altro».
La totale assenza di pennelli, colori, materiali convenzionali affina il massimo di espressività nel massimo di penuria: pasta dentifricia, saponette, polvere di spezie, macchie di cibo, va bene tutto. E anche quando i colori riescono a passare il controllo delle guardie, bisogna usarli con parsimonia, renderli liquidi e poi stenderli con quel che c'è, tazze a mo' di stampi da replicare serialmente, bottoni e bastoncini da usare come pennelli, stuoia intrecciata cui pressare sopra la tela per replicarne la texture - o anche ilproprio corpo, la fronte, le guance, l'intera faccia, dove l'elementarità dei tratti risulterebbe troppo «povera», sul fondo troppo chiaro della tela.
Htein Lin ha ora 40 anni e vive a Londra. Ne aveva 30 quando venne imprigionato: «Una sera, avevamo ospiti a cena, quando i militari si presentarono alla porta con la lettera che mi accusava: due miei studenti si erano scambiati delle note e il mio nome era in un elenco di possibili «simpatizzanti» di una certa azione di cui non sapevo nulla. Ma non fui in grado di dimostrarlo e finii dentro. Avevo già conosciuto la prigione in precedenza e anche la tortura, ma da anni avevo deciso di vivere il mio impegno politico solo ed esclusivamente come artista. E mi ero sposato, avevo avuto da poco una bambina. Fu un'esperienza lancinante... Fu pensando alla mia famiglia, allo stigma sociale cui mia moglie e mia figlia si trovavano a vivere per causa mia, che dipinsi la prima opera in carcere intitolata In attesa di mio padre... ». Htein Linera stato in effetti esponente di punta del movimento degli studenti che nel 1988 furono protagonisti delle dimostrazioni contro il regime di Ne Win, in quella breve stagione di «democrazia» che, nell'agosto di quello stesso anno, vide emergere la leadership di Aung San Suu Kyi. Quando i militari presero di nuovo il sopravvento, anche lui entrò in clandestinità, e riparò nel suo villaggio, Mezaligon, nella parte nord della Birmania non lontano dal delta del fiume Irrawaddy. Ma la militanza, le marce nella giungla, le lotte intestine tra gruppi diversi, non erano per lui - mentre dipingere era la cosa che aveva sempre desiderato fin da bambino. Decise quindi di tornare a Rangoon, terminare l'università e aprire il suo primo studio-gallery, alternando mostre (proprie e di altri artisti) ad azioni di teatro di strada.
Fino alla sera dell'arresto: che lo avrebbe reso prigioniero e al tempo stesso più che mai determinato come artista. «Non avendo alcun materiale dovetti essere creativoper forza, cominciando dall'inventarmi altri mezzi espressivi, trovare ispirazione nella privazione. La vita nelle prigioni birmane è durissima e la mancanza di libertà è la cosa più umiliante che possa accadere a un essere vivente - ma come la luce più preziosa è quella che affinando lo sguardo riesci a 'vedere' nel buio più totale, così la qualità più preziosa per un artista è nella capacità di esprimersi a qualsiasi costo e con qualunque mezzo. È come tornare primitivi, oppure bambini: anche un segno sul muro, un graffito per terra, un mozzicone strascinato su un cencio bagnato, assumono un valore irripetibile; decidere che cosa tracciare e in quanto tempo e per dire cosa, diventano eventi memorabili nel fluire di una giornata, o di un'intera settimana. Quando vivi sotto il controllo dei secondini, riuscire a compiere quei minimi gesti espressivi, con i minuti contati mentre i compagni di cella stanno di guardia sulla porta della cella, è un miracolo. Come il riuscire a celare perpiù giorni l'opera che hai arrotolato in fretta dentro il giaciglio. Una benedizione ritornarci sopra a distanza di giorni, e aggiungere qua e là quel tocco di colore sui cui magari hai meditato per giorni. E un miracolo creare le condizioni (di nuovo, creare la rete, tessere la tela dei contatti) per fare uscire le opere».
Uscito di galera durante l'improvviso indulto del 2004, Htein Lin espose alcune di queste opere nella sua casa di Rangoon. Il successo fu tale che gli amici lo persuasero a chiudere in fretta, prima che a farlo fossero i militari. Sente mai la nostalgia della sua Birmania, ora che è libero e al sicuro in Inghilterra? «La libertà è sicuramente ben più difficile da definire della prigionia - e non priva di limiti. Quest'anno sono stato invitato alla Biennale di Venezia per un'azione sul tema delle Migrazioni. Non sapevo neppure che cosa fosse la Biennale né che fosse importante, o che Venezia fosse tutta sui canali... Mi sono chiesto che cosa avrei potuto farenella posizione di un migrante e mi sono messo a vendere acqua (acqua di canali di Venezia, cioè «particolare») in recipienti che erano semplici guanti di gomma. E la polizia cittadina mi ha fermato - ma mi ha subito rilasciato quando ha saputo che ero ospite della Biennale. E ho pensato alla gratuità di essere lì e al rischio che una simile azione comportò qualche anno fa in un mercato di Rangoon: cinque giorni di prigione. Mi manca la Birmania, sì: in quanto spazio dove limiti e rischi sono realtà. E vorrei, insieme ai miei amici rimasti laggiù, creare qualcosa per ricordare che il prossimo sarà il 20/mo anno dell'attuale regime militare. Ma la paura laggiù è grande. E la distanza dal mondo di fuori enorme».






2007-08-20


   
 

 

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