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0cchiali da intellettuale, fisico asciutto, voce pacata, Robert Storr è il primo curatore americano della Biennale veneziana di arte. Critico, rettore della Yale School of Art e Consulting curator per il Philadelphia Museum of Art, Storr accetta di parlare in anteprima della sua mostra, prendendo in considerazione, senza timore, alcuni dubbi sollevati sulla sua impostazione che qualcuno ha giudicato troppo «storica», segnata da un occhio nostalgico verso il passato.
Lei ha inserito nel percorso della sua mostra molti artisti considerati dei classici Crede che la Biennale rappresenti anche una chance per scrivere la storia?
Il sottotitolo della mia esposizione recita «Arte nel tempo presente>> Quello che mi interessa è la registrazione di ciò che vedo oggi. A scrivere la storia ci pensano le mostre nei musei. Il fatto che un artista appartenga a una generazione degli anni 60,70 o 80 vuol dire semplicemente che la sua arte è emersa allora, non che il suo lavoro vada sigillato nel contesto di un decennio precedente. Di fronte a grandi innovatori come Anselmo, Kelly, Richter, Ryman e altri, siamo costretti a confrontarci con nuove idee, nuove forme, nuovi amori. Non li ho inclusi nella mostra come «old masters» ma perché nel 2007 la loro arte fissa un insuperabile modello di rigore estetico e originalità. Gli artisti giovani sono fieri di esporre insieme a loro ma sono anche coscientidella competizione insita nel confronto. Gli artisti citati saranno in Biennale con lavori ad hoc e Ryman presenterà opere di circa due anni fa che non sono mai state esposte in Europa.
Certamente, questa è arte al presente. Tali artisti, tanto quanto i ventenni e i trentenni, costruiscono il presente, che è il presente di ognuno di loro e anche il nostro.
Documenta e Biennale: due realtà molto differenti che quest’anno hanno l’avventura di rincorrersi in calendario... Come le descriverebbe?
Le differenze sono troppe per essere analizzate in un cosi breve spazio... Le prime affondano nella storia. La biennale è un prodotto dell’Ottocento e della nascita dell’Italia unificata, desiderosa di farsi conoscere nel mondo.Documenta venne creata in una Germania divisa all’indomani della dittatura nazista, in una realtà dove l’arte moderna era stata soppressa e cominciava la corsa verso la Guerra fredda.
Documenta, inoltre, è essenzialmente una mostra tematica e non una mappa internazionale, mentre la Biennale è esplicitamente un panorama dell’arte globale con i padiglioni nazionali che si autodeterminano da una parte e dall’altra, una rassegna della quale è responsabile il direttore. Il budget di Documenta è più cospicuo rispetto a quello della Biennale e il curatore ha ben cinque anni per preparare la manifestazione. Da un altro punto di vista, Venezia è un antico centro culturale, ricco di maestri del passato; periodicamente accoglie la nuova arte che però non lascia traccia in città, laddoveKassel è una cittadina provinciale con molto poco da offrire se si esclude Documenta. Queste sono le differenze basilari. L’obiettivo di chi organizza una o l’altra, in ogni caso, è realizzare un’opportunità specifica nonostante tutte le limitazioni che può incontrare. Se ciò non viene disatteso, le due mostre saranno inevitabilmente molto diverse, il tutto a beneficio dell’arte e del pubblico che avrà la fortuna di andare a vedere entrambe.
«Think with the senses, feel with the mínd» è l’impegnativo titolo della sua rassegna. E’ un invito allo spettatore ad entrare in campo con le sue emozioni?
Assolutamente sì, sebbene io non intenda indicare quale emozione - la verità è che ce ne saranno molte a seconda della forma, dei contenuti delle opere, dello sguardo dei visitatore e di come sarà ingrado di interagire con le opere. La mia preoccupazione non è rafforzare la distinzione fra idee e emotività; casomai, voglio dissolvere la separazione e ricordare alle persone che i sensi sono intelligenti e che l’intelletto deve mettere in conto i sentimenti. Ho concluso il mio saggio in catalogo con una citazione dal poeta veneziano-americano Ezra Pound. «Niente è importante se noti la qualità dei sentimenti, alla fine, che hanno inciso delle tracce nella mente, dove è la memoria ... »
Rispetto ad altri direttori della Biennale. ha avuto molto tempo a disposizione... Da dove ha cominciato?
Prima di tutto, voglio dire che non riesco ancora a capacitarmi di aver realizzato la mostra in due anni. Precedentemente, ho lavorato a un simposio sulla Biennale che sono stato io stesso a organizzaree vorrei spingere affinché il prossimo direttore venga nominato al più presto, appena inaugurata questa Biennale, così che possa avere le mie medesime opportunità.
Per poter mettere insieme una rassegna di alto profilo qualitativo è assolutamente necessario avere a disposizione almeno due anni di tempo. Per la mia esposizione, il tema è stato immediato - era qualcosa a cui stavo pensando da tempo e che adesso ho riconfermato in un testo su Bruce Nauman per la mostra al Castello di Rivoli perché rappresenta l’atteggiamento su cui speravo di attirare l’attenzione - ma prima di fare qualsiasi invito, ho impiegato molto tempo a cercare gli artisti giusti. Ho viaggiato, in Europa, Asia, America Latina, Africa. Per questo motivo, è stato detto di me che sono stato il primo direttore ad andare in Africa specificatamente per vedere lavori adatti alla Biennale, cosa che haportato, in parte, questo continente ad avere un ruolo molto importante nella mostra.
Una esposizione non è una lista dei nomi «caldi», quelli pompati da ma manciata di lavori scelti sul web o da galleristi che aumentano il credito dei loro autori con spettacolari commissioni. Non è qualcosa che ha a che fare con teorie artistiche, culturali o politiche illustrate da immagini e oggetti. E’ un incontro organizzato dal curatore fra lavori molto specifici e una variegata audience che è, tuttavia, costituita da individualità uniche.
Da questa prospettiva il curatore deve guardare con gli occhi del potenziale visitatore e cercare di trovare opere che possano essere raccomandate a altri, che valga la pena andare a vedere, che diffondano una nuove luce sul mondo e sull’arte contemporanea stessa. E’ proprio questo ciò che ho tentato direalizzare.
Lei ha affermato che la sua mostra non sarà uno show politico…
In questa esposizione ci sono molti lavori che si collegano alle guerre recenti, si occupano della «deterritorializzazione» delle persone dovuta a pressioni economiche, sociali e politiche, che parlano di identità nazionali, culturali e sessuali, che guardano in modo critico alle ideologie artistiche e politiche, e così via. Le ragioni per cui ho incluso così tanti lavori che parlano di questi temi è che molti artisti si sentono spinti a interpretare i nodi del mondo contemporaneo e le loro opere convincono anche esteticamente.
Tuttavia, non ho scelto le opere in base alle mie convinzioni politiche o sfruttando posizioni precise riguardo iconflitti e la loro risoluzione - in effetti, su questioni chiave, le posizioni degli artisti possono differire significativamente ~ né ho voluto suggerire che l’arte politica abbia uno status speciale rispetto agli altri lavori con un contenuto non esplicitamente tale. (Gertrude Stein una volta rimproverò Hemingway dicendogli che «le opinioni non sono letteratura» e aveva ragione). Quello che volevo fare era una mostra in cui ciò che sappiamo del mondo in stato di crisi entri in cortocircuito con ciò di cui possiamo avere esperienza in altri ambiti, con altri sensi, cose che possano essere vissute con piacere - e il piacere a volte crea perplessità e disturba - o cose che ci trasportino in altre parti della nostra coscienza e della nostra mente... Preoccuparsi dei valori formali in pittura non significa dimenticare le lotte razziali o i conflitti religiosi; interessarsi della sorte dei rifugiati o dei civili in luoghi dove la violenza è realtà quotidiana non significa voltare lespalle all’astrazione. Tali false opposizioni hanno svilito l’arte e la politica per la maggior parte del XX° secolo. In nome dell’arte e della politica, perché non avviamo il XXI° secolo sbarazzandocene?Alias |