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In un’intervista pubblicata su El Pais, il direttore della prossima Documenta Kassel, Robert Buergel (tedesco, 1962, ha lasciato Berlino nel 1989 per trasferirsi in Austria e lavorare con gli azionisti viennesi) ha spiegato le linee progettuali della sua prossima esposizione (la kermesse aprirà il 12 giugno, subito dopo il vernissage della Biennale di Venezia, per chiudere il 23 settembre) e ha lanciato alcune provocazioni. Parlando dell’arte con accezione politica - l’edizione del suo predecessore Okwui Enwezor fu molto criticata per questo - Buergel ha affermato che «il vero elemento politico dell’arte sta tutto nella sua capacità di coinvolgere le persone e attivarle. Bisogna che ognuno si senta collegato al mondo, che una mostra connetta il visitatore con tutte le regioni del pianeta». Finita l’epoca del predominio di una produzione estetica europea e nord americana, l’idea del direttore di Documenta, unadelle piattaforme più importanti - dal punto di vista concettuale - per i nuovi orientamenti artistici, è che sia necessario rimettere in gioco le categorie. Così, come unico artista spagnolo, ha chiamato in campo uno chef della gastronomia molto conosciuto, Ferran Adrià, con una decisione che ha suscitato non poco scalpore. «La stranezza della sua cucina vi aggiunge un elemento feticista - ha risposto in difesa del suo «invitato» poco accettato - e il cibo è sempre coniugato all’intelligenza. Nulla è paragonabile al livello formale raggiunto da Adrià». Chiuso il capitolo, è passato all’attacco, promettendo polemiche a venire ancora più acide di quelle che avvelenarono Documenta XI. La rassegna, che avrà il suo fuoco sulle rotte delle migrazioni, ponendo al centro la dislocazione e se in Germania questa manifestazione ha un suo senso, anche nella formula di mega-mostra, la Biennale invece è data per morta, letale anche per gli artisti stessi: «Costringe a una fruizione rapida,spesso superficiale, dove non si vede bene nessuna opera perché non ci sono i presupposti giusti. Molte installazioni sono brutte e altre proprio inutili. Lo stesso vale anche per i commissari. Quello che spero è che nel tempo gli artisti si decidano a boicottare le Biennali».da Il Manifesto
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