BIENNALE SBARRATA
 







di Arianna Di Genova




Pipilotti Rist

Può accadere che durante la Biennale di Venezia edizione 2005 un’artista come la svizzera Pipilotti Rist sia ospitata - per rappresentare il suo paese - dentro una chiesa del calibro di San Stae. E che lei, ex musicista rock (faceva parte del gruppo Les Reines Prochaines), ex tecnico video free-lance per l’industria chimica, inventi un nuovo e scanzonato Eden sulla terra, tutto elettronico, popolato da angeli femminili che si aggirano in un giardino delle delizie prima del peccato originale e si perdono fra le bellezze, concretissime, di luoghi lussureggianti e di corpi nudi. Subito dopo può accadere che il parrocco di quella chiesa si inalberi per ciò che vede, o meglio, per ciò che gli viene indicato come «osceno» e non ami affatto quel paradiso di pixel da gustarsi in pieno relax, sdraiati su lettini al centro della navata. E, dopo lungo arrovellarsi, decide di arrabbiarsi (o di cedere alle critiche disolerti castigatori dei cattivi costumi) per la «profanazione» in atto e si indigna così tanto da far chiudere la mostra in anticipo. Non il 6 novembre, come da programmi di Biennale ma intorno al 20 settembre, lasciando a occhi asciutti i visitatori accorsi per vedere la stupefacente installazione video di Pipilotti Rist. Homo sapiens sapiens - questo il titolo - sbarra la porta e diventa opera buia. Non per «motivi tecnici», come diplomaticamente scritto sul cartello scritto sul portone d’ingresso (circolavano voci su infiltrazioni d’acqua dovute ai violenti temporali dei giorni scorsi) ma semplicemente perché diversi cittadini cattolici hanno indirizzato le loro lamentele al parroco, poi una petizione al papa, infine si sono raccomandati al cardinale Sodano e pure al patriarca di Venezia. Troppi nudi, anche se solo digitali. Troppi fantasmi della tentazione. Donne oltretutto. E a Rist, classe 1962, tocca in sorte un destino simile a quello di Michelangelo con i suoi corpi senzaveli, «velati» in seguito perché inguardabili e ritenuti scandalosi esempi di non-virtù.
L’Ufficio federale della cultura svizzero, però, questa volta perde la sua proverbiale neutralità e si lancia in un contenzioso a suon di missive. «Non siamo intenzionati a accettare la chiusura anticipata della mostra - fa sapere in tre lingue Andreas Munch, responsabile del settore arte dell’Ufc, l’equivalente del nostro ministero della cultura - Con il sostegno dell’Ambasciata svizzera di Roma, l’Ufficio mira a garantire una pronta riapertura dell’installazione di Pipilotti Rist».
Intanto, sul portone della chiesa di San Stae sono comparse decine di firme che denunciano la censura avvenuta. I motivi tecnici addotti per la chiusura dello spazio espositivo vengono liquidati con un consapevole: «balle!». E mentre il patriarcato di Venezia avrebbe declinato ogni responsabilità (niente da obiettare di fronte al paradiso in technicolor dell’artista), il parroco don Aldo Marangoni avrebbesbarrato l’accesso al pubblico della Biennale senza fornire alcuna spiegazione in merito né, tantomeno, chiedere un parere all’Ufficio federale della cultura svizzero. Risultato: Berna reclama e si prepara a impugnare la sua beniamina Pipilotti Rist come un caso internazionale.
Lei, nel frattempo, deve divertirsi non poco a scompigliare gli animi ferventi. Già qualcuno si era eretto a paladino della «legge» della strada e del codice civile quando, in una precedente Biennale, Rist aveva mostrato una impavida fanciulla sorridente che, passeggiando senza mèta e stringendo una rosa in mano, spaccava con quello stesso fiore (di ferro) i finestrini delle auto in sosta. C’era da aspettarselo, in fondo, da una ragazza svizzera che ha scelto il suo nome d’arte in onore di Pippi Calzelunghe e che non disdegna mai di regalare al suo pubblico visioni psichedeliche di mondi possibili (o impossibili), fuori dalle consuete rotte metropolitane.da Il manifesto 






2005-09-28


   
 

 

© copyright arteecarte 2002 - all rights reserved - Privacy e Cookies