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Le due grandi mostre ideate alla Biennale di quest'anno dalle curatrici spagnole - quella di impianto più classico nell'ex Padiglione Italia di María de Corral intitolata L'esperienza dell'arte, e quella messa in scena all'Arsenale da Rosa Martinez, che ci suggerisce di andare Sempre più lontano - hanno il pregio di essere chiaramente leggibili perché il numero degli artisti invitati è più ristretto rispetto alle precedenti edizioni, evitando un sovraffollamento che rischiava di produrre ciò che in termini di teoria dell'informazione si definisce rumore. E se la prima sembra puntare a una conferma delle gerarchie che il circuito internazionale riserva agli artisti già consacrati e ai protagonisti più giovani sull'onda alta del successo, la seconda ha una impostazione «politically correct» legata alle tematiche sociali, in particolare riguardo alla condizione femminile, messa a fuoco attraverso lavori chevanno dalle aggressive dichiarazioni delle Guerrilla Girls al lampadario fatto con migliaia di tampax di Joana Vasconcelos, dal video sulla ricucitura dell'imene della guatemalteca Regina Galindo (vincitrice del premio per i giovani artisti) alle sculture dell'icona femminista Louise Bourgeois. Ma come sempre in manifestazioni di questo genere, il visitatore - al di là delle indicazioni dei curatori - può poi seguire derive individuali, che spesso consentono di vedere le cose con maggiore lucidità critica. In questo senso, per esempio, può essere interessante verificare lo spazio dato alla pittura, di nuovo sul punto di essere rilanciata in grande stile, sulla scia delle iniziative dell'ineffabile Charles Saatchi. E in effetti questo aspetto è ben presente nella mostra al Padiglione Italia, dove troviamo grandi vecchi ormai bolsi come Antoni Tapiès e Philip Guston, e pittori scomparsi come la minimalista Agnes Martin e, con una bellissima serie di quadri del suo ultimo periodo, persinoFrancis Bacon, che funziona da padre nobile per Marlène Dumas, le cui liquide e angosciate figure femminili hanno raggiunto prezzi da record. Tra gli artisti più giovani si distinguono Thomas Schutte con quadri e sculture di nudi, Gabriel Orozco che presenta una singolare serie di quadri neo-optical, il capofila della nuova pittura francese Bernard Frieze con le sue composizioni astratte di fluida pittoricità segnica, Juan Uslé con nere tele di serrata ritmicità lineare, e il giovanissimo tedesco Mathias Weischer, forse il più originale, che presenta desolate scene di interni con scansioni spaziali di straniante tensione plastica e di notevole qualità di stesura cromatica. Nella mostra della Martinez invece, la pittura è assente, tranne che per la turca Semiha Berksoy (morta l'anno scorso), le cui opere hanno come tema dominante la figura dell'artista stessa, con le sue passioni e emozioni. Un altro percorso conduce invece alla ricerca dei lavori video più significativi, peraltroassai numerosi. Per il suo ruolo di precursore va innanzitutto reso omaggio a Jonas Mekas, grande animatore del cinema underground a New York negli anni `60, che con alcuni suoi film storici e attuali è qui l'esponente ufficiale della Lituania. Nel Padiglione Centrale ci sono almeno tre opere di grande qualità. La prima è un capolavoro di Bruce Nauman del 1990, Shit in Your Hat - Head on a Chair, una videoinstallazione formata da una sedia sospesa su cui è posata una testa in cera e da un video retrostante in cui un mimo compie i gesti, anche assurdi, che gli vengono ordinati da una voce autoritaria fuori campo. Il secondo video, Sleeper di Mark Wallinger, è la registrazione di una performance dell'artista travestito da orso bruno che vaga di notte negli spazi deserti della Neue Nationalgalerie di Berlino. L'orso (simbolo della capitale tedesca) diventa una grottesca metafora dell'alienazione dell'artista rispetto ai problemi della società. Il terzo video è del sudafricano ZwelethuMthethwa: una ripresa ravvicinata al rallentatore della parte superiore del corpo di un uomo, che si muove ritmicamente con una estrema tensione dei muscoli, un'azione la cui finalità resta misteriosa, ma comunque di grande suggestione estetica. All'Arsenale, oltre ai lavori della Galindo, colpiscono l'attenzione i video tra loro diversissimi, di tre artiste. Il primo, di Runa Islam, mostra su un grande schermo i gesti lentissimi dell'artista seduta a tavola che fa cadere per terra tazze e teiere in porcellana. La slow motion conferisce a questi gesti una dimensione inquietante, che sembra alludere all'ossessione collettiva per le catastrofi. Il secondo video, di Pilar Albarracin, evoca i film di Fellini o Almodovar: vediamo infatti la bella artista in un tailleur giallo vivo fendere il flusso dei passanti, circondata da un gruppo di suonatori in una ironica rappresentazione della marcia trionfale che tutti gli artisti vorrebbero compiere. Anche nel video della coreana Kimsooja, ANeedle Woman, l'artista si trova fra la gente che cammina in città affollate: ma qui la vediamo ferma di spalle mentre i passanti le vengono incontro. La stessa scena, girata in varie città del mondo, da Delhi a Lagos, invita a meditare sul rapporto fra l'individuo e la massa enorme degli altri uomini e donne del pianeta, e a vivere la globalizzazione come una grande esperienza personale e collettiva. Infine, di grande energia evocativa è la videoinstallazione Breath del greco Nikos Navridis: sul pavimento di una sala vuota è proiettata dall'alto l'immagine di una distesa di spazzatura, che ogni pochi secondi scivola via come spazzata da una raffica di vento. Così il visitatore ha una sensazione di perdita di equilibrio come se il pavimento gli sfuggisse sotto i piedi, e questo produce una straniante sospensione delle normali coordinate spazio temporali.
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