MIA CARA NAPOLI
 


Partenope allo specchio del Grand Tour: una rilettura d’eccezione a cura di Antonio Filippetti





Luigi Alviggi




Molti Grandi Spiriti del tempo che fu – la maggior parte dei quali nei secoli XVIII e XIX, quando del disastroso (per i luoghi visitati) turismo di massa odierno non esisteva nemmeno la più pallida idea – coltivavano lo splendido progetto di effettuare un Grand Tour nelle città europee rese famose da motivi diversi, ma tutti molto meritevoli di essere conosciuti di persona sul posto. Se pensiamo che le prime rozze fotografie nascono verso la metà dell’800 per opera del chimico francese Daguerre (1789 – 1851) - i famosi “dagherrotipi” su lastre di rame – e, anteriormente, i luoghi celebri si potevano ammirare solo in quadri importanti presenti nei musei o in disegni, è ovvio il motivo della grande voglia di viaggiare da parte di chi allora se lo poteva permettere, nobiltà in primis. L’elenco dei personaggi celebri venuti in Italia da turisti sarebbe davvero molto molto lungo e sempre parziale.
Antonio Filippetti – partenopeo, validosaggista, abile scrittore, fondatore e direttore di “Arte&Carte” (rivista di creatività artistica varia che quest’anno festeggia il trentennale), giornalista (e tanto altro ancora) - con la presente selezione persegue due importanti obiettivi. Il primo è centrare l’attenzione su Napoli e la Campania raccogliendo in volume molte “perle rare”, cioè celebri brani di visitatori altrettanto famosi, che hanno compiuto questa sorta di pellegrinaggio sacro nei nostri luoghi specifici. Il secondo è – attraverso una pregevole ed estesa presentazione di straordinarie e rare xilografie, più o meno coeve rispetto al brano letterario allegato - rafforzare l’impressività per l’occhio e la memoria del lettore della gemma scovata e portata alla luce. A titolo informativo elenchiamo i grandi nomi citati nella rassegna: Addison, Anderson, Byron, Corbière, Lamartine, Maupassant, Montesquieu, Moratin, Madame de Stäel, de Nerval, Dickens, Douglas, Dumas, de Sade, Flaubert, France, Gide, Gissing, Goethe,Melville, Nietzsche, Rilke, Shelley, Stendhal, Taine, Turgheniev, Twain, Wilde. Per ciascuno è presente anche una breve nota bio-rievocativa. Nelle tre interessanti appendici finali si parla di: Parigi, la lingua inglese a Napoli, Puskin.
Il proemio di Filippetti ci illumina poi sulla finalità di fondo di questa straordinaria antologia:
“il risultato di un insieme di riflessioni che concorrono a fornire un’idea ferma di Napoli e della sua storia”
Nella selezione di stralci proposta di seguito – da brani più estesi presenti nel libro -, si è cercato di dare innanzitutto un’idea della compartecipazione del visitatore alle vedute o alle usanze locali più particolari, e poi di narrarne qualche aspetto curioso che, nella sostanza, è mutato di ben poco fino ai tempi odierni.

Alphonse DE LAMARTINE (1790 – 1869): LA VITA FELICE DEL PESCATORE
La prima notte fu incantevole. Il mare era cal¬mo come un lago incassato tra lemontagne della Svizzera. A mano a mano che ci allontanavamo dalla riva, i riflessi serpeggianti delle luci che bril¬lavano alle finestre dei palazzi sulle vie di Napoli scomparivano alla vista, sotto la buia linea del¬l’orizzonte. Unici a mostrarci la costa erano i fari che impallidivano davanti alla sottile lingua di fuo¬co svolgentesi dal cratere del Vesuvio. Mentre il pe¬scatore gettava e tirava la rete e il fanciullo semiad¬dormentato lasciava vacillare la torcia, noi davamo una debole spinta alla barca e ascoltavamo con in¬tenso piacere le gocce sonore dell’acqua che scorre¬va dai remi, cadere armoniosamente nel mare co¬me in un bacino d’argento. Avevamo doppiato la punta di Posillipo, traversato il golfo di Pozzuoli, quello di Baia, e superato il canale del golfo di Gaeta, tra capo Miseno e l’isola di Procida. Erava¬mo in alto mare e poiché il sonno ci vinceva ci co¬ricammo sotto i banchi, accanto al fanciullo. Il pe¬scatore distese su di noi la pesante tela ripiegata in fondoalla barca e ci addormentammo così, cullati dall’oscillazione insensibile di un mare che faceva appena inclinare l’albero. Quando ci svegliammo era giorno alto.
Il sole sfavillante carezzava l’acqua di nastri di fuoco e si rifletteva sulle case bianche di una costa sconosciuta. Una leggera brezza proveniente da ter¬ra faceva palpitare su di noi la vela e ci spingeva di insenatura in insenatura, di scoglio in scoglio.
La dentellata costa a picco dell’incantevole iso¬la di Ischia, che più tardi avrei abitato a lungo e in¬tensamente amato, mi appariva per la prima volta: sbocciava come da un sogno di un poeta durante il sonno leggero di una notte d’estate, sorgeva dal ma¬re e si perdeva nell’azzurro del cielo, immersa nella luce...

Charles DICKENS (1812 – 1870): IL GIOCO DEL LOTTO 
Nella vita di Napoli vi è un elemento stupefa¬cente, sul quale conviene soffermarsi un attimo; il gioco del lotto.
È diffuso in gran partedell’Italia ma trova qui, per l’importanza che ha e per gli effetti che produ¬ce, il suo naturale luogo d’elezione. L’estrazione av¬viene ogni sabato. Il gioco del lotto garantisce allo Stato introiti immensi e diffonde fra i poverissimi un gusto per l’azzardo che, mentre giova a riempire le casse dell’erario, rovina loro del tutto. La giocata minima è un grano, meno di un nostro farthing. In una cassetta si mettono cento numeri che vanno dall’uno al cento compreso. Se ne estraggono cin¬que, che sono i numeri vincenti. Compro tre nu¬meri.
Se ne “esce” uno, vinco un premio esiguo; se ne escono due, vinco una somma pari a qualche centinaio di volte la posta; se ne escono tre, tremilacinquecento volte la posta. Punto (o, come dico¬no qui, «gioco») quello che posso sui miei numeri, e compro i numeri che voglio. Pago la puntata al banco del lotto, dove si acquista il biglietto che reca scritta l’entità della puntata stessa.
In ogni banco del lotto si trova un libro, una specie di«Divinatore Universale del Lotto», che contiene tutti i casi e tutte le circostanze possibili, corredati ciascuno di un numero corrispondente. Immaginiamo di fare una puntata di due carlini (circa sette pence) e di imbatterci, mentre ci re¬chiamo al botteghino del lotto, in un negro. Una volta arrivati, diciamo con aria grave: «Il Divina¬tore». Ce lo porgono dal banco, con l’aria di chi sa di trattare un affare di grande importanza. Cerchiamo la voce «negro». Vi corrispondere un certo numero. «Datemi questo». Cerchiamo «imbattersi in qualcuno per strada». «Datemi questo» cerchia¬mo perfino il nome della strada. «Datemi questo». E così, abbiamo i nostri tre numeri.

Alessandro DUMAS padre (1803 – 1870): NAPOLI, LA CITTÀ DEL CORAGGIO
La nazione napoletana, con le debite propor¬zioni e tenuto conto della situazione politica del¬l’Italia odierna, non è una nazione militare come la Prussia, né una nazione bellicosa come la Francia: è unanazione passionale. Il napoletano insultato nel suo onore, esaltato dal suo patriottismo, minac¬ciato nella sua religione, si batte con coraggio am¬mirevole. A Napoli un duello è accettato con la stessa rapidità e con lo stesso fegato che in qualun¬que altro paese; e se varia nei preliminari che di¬pendono dalle consuetudini locali, il risultato ne è sempre raggiunto con lo stesso vigore che a Parigi, a Pietroburgo, a Londra.

André GIDE (1869 – 1951): CAPRI GALLEGGIA MISTERIOSA
Capri galleggia misteriosa sulle acque traspa¬renti. Amo le grotte marine. Quelle di Belle-Isle co¬sì torride! Quelle di Morgat, screziate! Ma non mi piace la Grotta Azzurra; quei riflessi d’un colore raggelato, non azzurro ma indaco, paiono imma¬ginati da un dio troppo poco colorista. Ero impa¬ziente d’esserne fuori. Al lato opposto dell’isola un’altra grotta, meno nota, è squisita; piccolo cor¬ridoio stretto a tre entrate; la luce è così rifratta che solo iraggi verdi vi penetrano, e l’acqua ne è carica tanto da creare una specie di fosforescenza. Tutti gli oggetti che vi si immergono vengono avvolti da una pallida fiamma di verde tenero; le mani vi si colo¬rano di verde come la pelle delle naiadi di Pierre Louys.
Questa terra innamora e le due belle America¬ne di Firenze, a cui avevo presentato D’Annunzio, parlandone piangevano di rimpianto e di desiderio. Certuni ci sono venuti per otto giorni, e non sono potuti ripartirne. Un amico di Mistress Magonicle vi si è sposato e non ha più saputo nulla del suo paese. Le fanciulle di Capri hanno grandi probabi¬lità di diventare signore. Gli americani, e ancor più i tedeschi, vi abbondano. Quanto a me, ho tro¬vato Capri insopportabile, nonostante le sue splen¬dide rocce; preferisco vedere Capri da Napoli, flut¬tuare come una visione sul mare.
Là tuttavia, piuttosto che a Firenze, avrei vo¬luto incontrare quelle due americane così belle, l’una a leggere Marlowe, l’altra le quartine diOmar Khayan e che ci offrissero - come quando venne a trovarle D’Annunzio - quei grappoli d’uva colti nell’isola, fatti seccare al sole, poi incartocciati in foglie imbevute di rhum. Si presentano allora come piccoli involti colore dei sigari, il cui involucro sec¬co e brutto a vedersi, conserva al grappolo il suo umore zuccherino.

Johann Wolfgang GOETHE (1749 – 1832): POMPEI, UN VILLAGGIO DI MONTAGNA SOTTO LA NEVE
Poiché il mio soggiorno in Napoli non deve durare a lungo, mi dò cura, primieramente, de’ punti più lontani; per i vicini troverò poi sempre l’occasione. Con Tischbein sono perciò stato a Pompei. Ivi abbiamo goduto tutto intorno le ma¬gnifiche vedute, che c’erano già note per mille di¬segni, ma ora soltanto ci si offrivano nel mirabile loro insieme. Pompei stupisce per le sue esigue proporzioni. Anguste vie, sebbene dritte, e in parte provviste di marciapiedi: piccole case senza fine¬stre, con le camere rischiarate soltantodalle porte, che danno sull’atrio e sul peristilio; anche le opere pubbliche, come il sedile presso la porta di Ercolano, il Tempio, e una villa nel sobborgo, sono piuttosto modelli e armadi da bambole anziché edifici. Ma queste camere, queste gallerie, questi corridoi sono adorni di liete pitture: le pareti, uni¬formi, hanno in mezzo un vero quadro, oggi dan¬neggiato. Negli angoli e agli orli, leggeri e graziosi arabeschi, da’ quali si distaccano, alle volte, leggia¬dre figure di fanciulle e ninfe, mentre altrove saltan fuori da ricche ghirlande animali feroci e domesti¬ci. Cosi è tutta la città, che nel presente suo abbandono, prima coperta di lapilli e cenere, poi scavata e depredata, dà ognora indizio, presso tutto il popolo, di un gusto per le arti e la pittura, del quale oggi il più fervido amatore non può avere idea, co¬me non ne ha il sentimento e il bisogno.
Se si considera la distanza che corre da Pompei al Vesuvio, si capirà che le materie vulcaniche, dalle quali è stataricoperta, non han potuto essere lan¬ciate da una esplosione o da un colpo di vento; si deve credere, piuttosto, che i lapilli e la cenere sono stati sospesi nell’aria per un certo tempo, come nu¬bi, finché piovvero, da ultimo sulla sventurata città. Chi vuol meglio rappresentarsi questo avvenimen¬to, immagini, per esempio, un villaggio di monta¬gna, seppellito sotto la neve
.

STENDAHL (1783 – 1842): NON È POSSIBILE DIMENTICARE NAPOLI
NAPOLI, 11 gennaio. Ingresso superbo. Si scende per un’ora verso il mare lungo un ampio via¬le tagliato nella roccia tenera su cui la città è co¬struita. Solidità dei muri. Prima casa. L’Albergo de’ Poveri.
Un insieme ben più importante della tanto vantata bomboniera, che a Roma si chiama Porta del Popolo.
Eccoci al palazzo Dei (sic) studi; si volta a de¬stra, e si è in Via Toledo. Una delle grandi mete del mio viaggio è raggiunta: la via più affollata del¬l’Universo. Batto per cinque ore glialberghi: biso¬gna che a Napoli ci sia da sette a ottocento inglesi. Infine, trovo un buco al settimo piano ma è proprio di fronte al San Carlo, e vedo il Vesuvio e il mare.
Il San Carlo non è aperto. Corro ai Fiorentini, un teatrino a forma di ferro di cavallo allungato, ec¬cellente per la musica quasi quanto il Louvois. Come a Roma, anche qui i biglietti sono numerati, e non c’è posto nelle prime file che sia libero. Danno Paolo e Virginia, un dramma alla moda, di Gugliel¬mi: pago doppio, e ottengo un posto di seconda fila. Sala sfarzosa: tutti i palchi sono pieni, e di donne in gran lusso. Diversamente da Milano, c’è qui un gran¬de lampadario. 
Sinfonia estremamente elaborata, in cui trenta o quaranta motivi s’intrecciano, non lasciando il tempo d’essere capiti e di commuovere: composi¬zione diffìcile, arida, noiosa. Si alza il sipario che si è già sazi di musica.
(...)
8 marzo. Parto. Non dimenticherò mai via To¬ledo e la visita che si ha di tutti i quartieri diNapoli: per me, è senza confronti la più bella città del mon¬do. Solo chi non ha il minimo senso delle bellezze della natura può osare paragonarle Genova. Pur con le sue trecentoquarantamila anime, Napoli è come una casa di campagna situata in un paesaggio deli¬zioso. A Parigi, non si riesce neppure a immaginare che vi siano al mondo dei boschi o delle montagne; a Napoli, non c’è angolo di via che non ti sorprenda con un colpo d’occhio originale sul monte Sant’El¬mo, su Posillipo, sul Vesuvio. In fondo a qualunque strada della città antica, si scorge a mezzogiorno il Vesuvio e a tramontana Sant’Elmo.
Questo golfo stupendo che pare fatto apposta per la gioia degli occhi, le colline tutte rivestite di alberi che cingono Napoli, la passeggiata a Posillipo lungo l’aereo viale costruito da Gioachino; tutto il mondo che è impossibile rievocare, com’è impos¬sibile dimenticarlo. Malgrado la sua dabbenaggine, Gioachino ha lasciato un vivo rimpianto di sé (con¬versazione col mio cocchiere);ma si rende giustizia allo spirito del ministro che ha portato la comme¬dia alla sua soluzione.

Mark TWAIN (1835 – 1910): LA GITA SUL VESUVIO 
“Vedi Napoli e poi muori”. Bene, non ritengo che si debba necessariamente morire dopo aver visto questa città, ma forse a tentare di viverci il risultato può essere diverso. Vedere Napoli come noi la vedemmo nella prima alba del Vesuvio, significa vedere un quadro di straordinaria bellezza. A quella distanza le sue sudice case sembravano bianche – e dal mare salivano file e file di terrazze, finestre e tetti, su su fino al massiccio castello di Sant’Elmo, che coronava quella maestosa piramide bianca dando simmetria, enfasi, compiutezza al quadro. E quando la luce da lattea si fece rosea - e la città avvampò sotto il primo bacio del sole -, il quadro divenne bello al di là d’ogni descrizione. Era proprio il caso di dire “Vedi Napoli e poi muori”. Anche la cornice del quadro era incantevole.Di fronte, il mare liscio, un immenso mosaico multicolore; lontano, le grandi isole immerse in una nebbiolina di sogno; oltre la città, dalla nostra parte, le due maestose vette del Vesuvio e le sue grosse nere costole, nervature di lava che scendono sino alla sconfinata campagna: un verde tappeto che affascina lo sguardo e lo trascina lontano, oltre i gruppi d’alberi, oltre le casupole isolate e i bianchi villaggi, fin dove il paesaggio si dissolve in una fascia di nebbia e di forma imprecisa. E da qui, dall’Eremo sui fianchi del Vesuvio, che si dovrebbe “Vedere Napoli e morire”

Alexander PUSKIN (1799 – 1837): ALL’ITALIA 
Chi conosce la terra dove il cielo  /  d’indicibile azzurro si colora?  /  Dove tranquillo il mar con l’onda sfiora  /  rovine del passato?  /  Dove l’alloro eterno ed il cipresso  /  crescon superbi? Dove il gran Torquato  /  cantò? dove ancheadesso  /  ne la notte profonda  / i canti suoi van ripetendo l’onda?  /  La terra ove dipinse Raffaello,  /  dove gli ultimi marmi   /  animò di Canova lo scalpello  /  e Byron rude martire ne’ carmi  /  dolore, amore effuse e imprecazione?  /  Italia, terra magica, gioconda  /  terra d’ispirazione!
Una lunga e magica cavalcata, sorprendente e irripetibile per l’intensità dei sentimenti sottesi da chi scrive a dimostrare un’incomparabile ammirazione e penetrazione con lo spirito del luogo: “spiritus loci”, o genius, a voler essere saputi. Si naviga stupiti tra impressioni a pelle del visitatore di turno, letture classiche di fonti più o meno rinomate richiamate da questi in memoria, fantasie improvvise, spunti creativi geniali di uomini di diversa nazionalità dal superbo sentire che, in luoghi soliti vecchi di secoli, hanno saputo far rivivere - o far scaturire dal proprio profondo -visioni, colpi d’occhio incredibili, accostamenti inattesi, degni in tutto e per tutto di essere stati espressi e restare testimonianze scritte da tramandare ai posteri del tempo a venire. È da precisare inoltre che, non esistendo a quel tempo le “cartoline illustrate”, in pratica l’unico modo per fornire un’immagine “mentale” all’amico o all’amore lontano era… scrivergli una lettera.
Un lavoro davvero pregevole per “rinfrescare” la memoria di tutti noi e riaccenderla in una vampata di potenziamenti e ricordi mai troppo a fondo rivisitati.
Luigi Alviggi






2021-07-31


   
 

 

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