Almanacco dei tempi del coronavirus
 







Antonio Filippetti




Premessa
Nel progettare questa rubrica il pensiero è corso a un’operetta di Giacomo Leopardi, quella del Dialogo tra un venditore di almanacchi e un passeggere.  Il colloquio tra i due personaggi è una riflessione su come abbiamo vissuto e cosa ci riserva il futuro. E naturalmente il ruolo dell’immaginazione è predominante. Anche nel tempo presente, nell’ansia e la preoccupazione che genera l’epidemia, la domanda più ricorrente è su cosa dobbiamo aspettarci per l’avvenire. Ecco allora che si ripropone    l’eterno dilemma sull’esistenza e il destino e soprattutto la constatazione  che  la “felicita” risiede unicamente nell’attesa di qualcosa che non si conosce.

Il coronavirus e la lezione de “la ginestra”
E’ storicamente provato e facilmente riscontrabile che nei periodi di malessere universale, l’umanità intera mette daparte (diremmo in questo caso in quarantena) contrasti  e dissapori personali, archivia per un certo tempo animosità e  ripicche individuali, insomma “sospende” quella “cultura del risentimento” che affligge e attanaglia la vita ordinaria per  mostrare quello che alcuni ritengono sia la parte migliore di noi, vale a dire la  disponibilità umana, la comprensione verso il prossimo, la partecipazione all’altrui  disagio e così via. Accade qualcosa del genere in questi giorni flagellati dal diario immarcescibile dei disastri che l’infezione del Covid 19  sta  producendo nella società mondiale e conseguentemente nella vita di tutti noi.
Qualche considerazione “in limine” può risultare utile ora per  riflettere sui limiti civili e culturali  che la mostra era “liquida”  alimenta   ogni giorno, al di fuori delle eccezionalità contingenti   come quella attuale,  per  ritrovare,  ma  più ancora perconvalidare, si spera anche quando tutto sarà finito,  una nuova concezione dell’esistenza. E in questo caso la letteratura giunge in valido soccorso. A tal proposito, in questi giorni di panico universale, alcuni hanno fatto riferimento a uno dei capolavori di Albert Camus, “La peste”, per richiamare la straordinaria simbologia con cui il grande scrittore francese tratteggia l’infezione del titolo al fine di riflettere sulle insidie, sempre presenti e reiterabili nel destino degli uomini. Ma c’è perfino qualcosa di più che ci viene da un esempio poetico a conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che proprio nella poesia si contempla e “risolve” il destino dell’umanità. Il testo illuminante per noi in questa circostanza  è del più grande poeta lirico di sempre, vale a dire la composizione “La ginestra” che Giacomo Leopardi concepì e scrisse proprio a Napoli e che lasciò, ultimo suo testo, come testamento umano e spirituale ai posteri. Ebbene in quel poema c’è per così dire tuttociò che servirebbe per essere poi diversi e migliori e per capire da dove e perché provengono le sciagure dell’umanità presente e futura.
 L’assunto di base è illuminante: tutte le epoche si illudono di “possedere” il mondo, di dominarlo in qualche modo, ignorando quanto sia fragile la sorte di ciascuno; basta  ora un’occasionale  epidemia per mettere in ginocchio  il pianeta intero,  ovvero, nel caso de “la ginestra”, l’episodica  eruzione di un vulcano per distruggere senza  appello secoli di storia e di vita. Il problema fondamentale è la consapevolezza della  precarietà esistenziale,  vale a dire la presa di coscienza della piccolezza di ognuno, mettendo al bando  presunzioni e illusioni incoerenti quando non del tutto stupide: “caggiono  i regni intanto,/ passan genti e linguaggi,/ ella nol vede. (riferita alla natura)/ E l’uom d’eternità s’arroga il vanto”. La ginestra leopardiana , al di là del coraggio con cui affrontail  proprio destino, ci fornisce  un grande ammonimento: se la natura non può essere vinta in nessun modo, l’umanità può se non altro fronteggiarla se si determina a stare unita e non solo, come in questo momento, nelle catastrofi ma nella pratica di ogni giorno,  perché soltanto tenendoci per  mano e sostenendoci gli uni con gli altri può esser  possibile poi  dare un senso consapevole  all’esistenza: una lezione di saggezza troppe volte colpevolmente ignorata.
Antonio Filippetti

I primi della classe retrocessi all’ultimo banco.
Esistono alcuni eventi (quelli davvero epocali non come accade di sentire ogni giorno a proposito di “bazzecole, quisquilie e pinzellacchere” di cortile)  che possono aiutarci a capire in che mondo viviamo e quali sono i nostri (validi?) interlocutori. L’attuale epidemia del Covid 19, che con ogni probabilità ci accompagnerà nei tempi a venire, puòrappresentare se non altro la chiave per capire o almeno riflettere sulla qualità della nostra compagnia e cosa possiamo aspettarci.
Occorre rilevare che anche in presenza di  un evento del tutto eccezionale non si spegne  la  determinazione degli immancabili  Soloni ad autocertificarsi come i primi della classe. Difatti, di fronte all’espandersi dell’epidemia in questione e delle sue drammatiche implicazioni, uno stuolo di presunti numeri uno ha inteso e preteso precipitarsi al proscenio per far sentire la propria voce ma soprattutto per legittimare il proprio ruolo di autorevoli sapientoni. E’ capitato così di vederne e sentirne di tutti i colori (e presumibilmente l’andazzo andrà ancora avanti per chissà quanto tempo), ognuno con la presunzione di avere in tasca il verbo chiarificatore e definitivo. La smania di primeggiare non ha avuto e non sembra avere limiti. Accade così di vedere il politico che non ha mai letto un libro di scienze  affrettarsi a dettare regole di comportamento,  il critico d’arte che pretende d’insegnare ad un conclamato esperto     cosa  sono e come funzionano determinati farmaci mentre uno stuolo di  “professoroni” assurti improvvisamente alla notorietà mediatica si insultano tra di loro per  disputarsi   il titolo del più bravo; da un’altra parte  ancora  una nutrita  pattuglia di pseudo esperti si fa impetuosamente largo per sciorinare   formule ed algoritmi  di cui dovremo  assolutamente  tener conto per capire come andranno le cose in futuro. Un vero e proprio circo Barnum in parte perfino inevitabile tenuto conto che il “nemico” è sempre nascosto e silenzioso e soprattutto nessuno conosce la strategia per scovarlo. Ma  “le condizioni del disastro” richiederebbero  almeno   un po’ di   prudenza e moderazione.
 L’improntitudine, come l’infezione, è stata in verità universale,tanto è vero che anche celebrati e spregiudicati leader mondiali come Johnson e Trump hanno dovuto mestamente fare ben presto macchina indietro, sconfitti senza appello - ma ovviamente senza fare mea culpa - dalla realtà circostante. Si potrebbe anche dire ora che è stata persa un’ottima occasione per tacere: ma il problema è in questo caso più serio poiché si ha a che fare con la vita delle persone sotto qualsiasi latitudine. La cautela dovrebbe essere in questi casi un obbligo per chiunque.  Ma così non è, anche perché la tanto venerata comunicazione globale fa la sua parte  immettendo nella rete bufale di ogni tipo come i leoni liberati nelle strade per scoraggiare o punire le intemperanze  dei trasgressori   impenitenti.  La retorica d’accatto e la banalità dell’ovvio ha fatto presa però anche tra i “comunicatori ufficiali”, incrinando la credibilità che se non altro  proprio quella funzione   dovrebbe assicurare.  Chi ha o crede diavere un ruolo in prima fila anche in questa delicata e dolorosa vicenda, dovrebbe a maggior ragione essere più attento, farsi per così dire più saggio, lasciando perdere per una volta almeno il desiderio di “cazzeggiare” a qualunque costo e in qualsiasi occasione per non essere relegato, come pure  sarebbe vivamente  auspicabile, all’ultimo banco, quello destinato ai  testoni senza  speranza né futuro.
Antonio Filippetti

C&C/CORONAVIRUS E COMUNICAZIONE
Nel quadro dei vari ripensamenti che l’epidemia del coronavirus  sta imponendo alle forme della produzione industriale e intellettuale,   s’inserisce anche  la comunicazione. Per anni si è discusso dell’esplosione inarrestabile dell’informazione globalizzata e non si contano le lodi che sono state per lungo tempo cantate a favore delle nuove possibilità che la tecnologia offriva nel settore. Com’è noto (ma sarebbe ora troppolungo parlarne diffusamente), sono sorti nuovi modelli e altrettanto inedite figure professionali che hanno sconvolto l’ambiente stesso della produzione intellettuale. E’ sorto anche un nuovo vocabolario: blogger, web, follower, streaming,, tablet, whatsapp,  ecc. sono diventati termini di uso comune.
L’esplosione di questi nuovi modelli è apparsa estremamente democratica e liberale nel senso che tutti hanno potuto gradatamente farsi  veicoli ed interpreti di comunicazione. Per di più su  scala universale e in tempo reale.   Piano piano è stata  però anche  messa  in  disparte (dati i tempi verrebbe da dire  in quarantena) la competenza, la professionalità e soprattutto  la credibilità del “produttore”. La politica dell’”uno vale uno” ha fatto danni anche in questo.
Ora nel tempo dell’epidemia da Covid 19 si scopre che la crisi della carta stampata si manifesta in tutta la sua straziante dimensione. Alcuni dati parlanochiaro: la diffusione dei quotidiani è calata in maniera drammatica passando dai cinque milioni e passa di copie giornaliere vendute  ancora qualche anno fa  a meno della metà del tempo presente. Con un calo inevitabile del gettito pubblicitario (una voce vitale per l’esistenza dei giornali) che si riversa sempre più su altri media. Né pare che il supporto delle edizioni digitali delle diverse testate abbia trovato adeguato riscontro essendo confinato anch’esso in un territorio scarno ed asfittico. Un po’ come avviene per gli e-book rispetto all’editoria libraria classica.  Alcuni operatori del settore sostengono che la stampa tradizionale ha  ormai i giorni contati e si richiamano in questo alle esperienze intraprese dalle grandi testate internazionali come il New York Times o il Washington Post per fronteggiare adeguatamente la crisi che è ormai  di dimensioni universali.  Quali sono le ragioni che segnerebbero la fine dalla carta  stampata? Ilfatto innanzi tutto che i giornali riportano necessariamente le notizie degli avvenimenti del giorno prima, quando già tutto è noto; che è scomodo doversi ogni volta spostare dal proprio luogo di lavoro o residenza per andare all’edicola; che non ha senso “pagare” le notizie. E poi che non ci può essere alcun futuro se i giovani al disotto trent’anni orami non acquistano  né leggono i quotidiani.
Se il panorama è davvero così allarmante dovremmo però porci anche qualche domanda non proprio  di secondo piano. Le notizie che si possono ricavare o ricevere dalla rete   sono   soltanto una parte  rispetto a tutto il resto che può dare ad esempio un quotidiano. C’è l’attualità in tempo reale, è vero, ma manca qualsiasi approfondimento ovvero i commenti, le inchieste, il confronto “qualitativo” delle idee che rappresenta il sale non solo del giornalismo ma della democrazia e della vita civile; troviamo viceversa, mischiate con le notizie, tutta unamelassa d’improvvisazioni, invenzioni scandalistiche, approssimazioni inattendibili condite spesso con bufale clamorose. E quanto al livello dei cosiddetti dibattiti in rete, si tratta quasi  sempre di  starnazzi in libera uscita.   La rapidità stessa con cui si succedono le diverse informazioni toglie spazio alla riflessione e al controllo critico.  Per non parlare infine dello stile o soltanto della correttezza grammaticale con cui vengono proposte le “news”.
 Ma il dato  fondamentale su cui riflettere è la “politica” editoriale e culturale che ha determinato questo stato di cose.  Se i giovani non leggono, la responsabilità è in primis della scuola che non riesce a trasferire agli studenti lo “stimolo” a misurarsi con le problematiche e le esigenze  della vita civile, accettando di adattarsi agli stilemi dell’epoca che inneggiamo all’uso degli strumenti tecnologici del momento privi  di ogni dialettica costruttiva. Ricordiamo chein una recente inchiesta sulle ragioni della “non lettura”, oltre un terzo degli intervistati rispose che ciò avveniva proprio perché leggere “rimandava ai tempi della scuola”. Ora proprio l’epidemia in corso potrebbe viceversa essere l’occasione per scoprire il valore e l’attualità di autori e testi mai studiati o conosciuti ma da leggere assolutamente proprio perché  possono  “istruirci” su come affrontare presente e futuro. Auspicando anche che gli editori  ripropongano i testi memorabili di ieri e di oggi lasciando perdere almeno per un po’  le storie di commissari e detective vari.  Allo stesso modo la comunicazione ufficiale (reti televisive e giornali) potrebbe far ricorso  a straordinari revival:  film di grandi autori, concerti e spettacoli  teatrali   capaci di appassionare ma nello stesso tempo di far riflettere su ciò che è stato e  perché siamo come siamo. Mentre i giornali potrebbero riproporre le grandi inchiestefirmate dai maestri del  giornalismo: anche qui per apprendere o scoprire molte verità sul nostro presente. In  definitiva si  potrebbe (dovrebbe) lasciare  in disparte l’infotainment  e l’intertainment  (altri termini di moda) e dedicarsi alla cultura   che solo  libri e giornali di qualità sono in grado di rappresentare e veicolare per capire anche  come muoversi e atteggiarsi, non solo nei momenti di eccezionalità ma nella pratica di ogni giorno.
Antonio Filippetti

Vieni avanti, infettivo!
Tra le numerose cose che l’epidemia di coronavirus ci consente di scoprire e capire, ce ne sono anche alcune che rimandano a luoghi comuni acclarati  come quello che   esisterebbero nel nostro paese circa  sessanta milioni di commissari tecnici della nazionale di calcio: come dire che ciascuno ha  o pensa di avere in saccoccia la ricetta giusta per vincere sempre  tutto quello che c’è da vincere.  Questo accade  ovviamente perché l’argomento in questione, cioè il gioco del calcio, è talmente popolare che  coinvolge più o meno tutti gli abitanti dell’amato  stivale.  Ora nel momento in cui un episodio come l’infezione da coronavirus  ha interessato e interessa la vita di tutti,  si sta ripetendo  in qualche modo quello che accade proprio per il gioco del pallone. A ben riflettere infatti dobbiamo prendere atto che nel nostro paese è attivo uno spaventoso esercito di esperti di malattie infettive  come mai avremmo immaginato ma che finora era stato  stranamente silente.  Non avremmo mai pensato  che da noi i virologi, gli epidemiologi, gli infettivologi, i sedicenti tali,  ecc.   fossero così numerosi. Sui giornali, alla radio, in televisione  non si contano gli specialisti che si “proiettano” alla ribalta per esternare il proprio pensiero e dircicome stanno le cose, come dobbiamo comportarci, cosa ci attende per il futuro e via di questo passo.  E questo indipendentemente da una  certificazione di  conclamata autorità che pure  dovrebbero possedere.
Il cittadino medio (quando non s’inventa a sua volta d’essere esperto, magari solo per sentito dire)  è inevitabilmente  disorientato, poiché come accade per il calcio, le ricette sono tutte o quasi soggettive, nel senso che ognuno ha  il suo  “vangelo”  con tutte le varianti di ottimismo e pessimismo. Anche le  istituzioni che  dovrebbero  tener conto delle dotte argomentazioni non sanno che pesci prendere, tanto è vero che in molti casi marciano  in ordine sparso senza una direttiva comune. E’ vero: anche  la scienza ha incontrato spesso   scogli  insormontabili prima di affermarsi (Galilei docet), ma in questo caso  lo sbigottimento è legittimo poiché si ha a che fare con la vita dellepersone, per di più a livello planetario.
C’è poi anche un’altra domanda che sorge spontanea:  perché mai, malgrado tutto questo “accumulo” di scienza,  non siamo in grado di conoscere esattamente i dati della catastrofe (quante sono davvero le persone contagiate e decedute)? E, in subordine, quali sono i tempi ragionevoli   con cui dobbiamo fare i conti per uscire dal tunnel? La scienza dovrebbe anche fornire delle risposte, non limitarsi a sbandierare pareri ammantati di   incondizionata autorevolezza che poi si sciolgono puntualmente   come neve al sole. Non dimentichiamo che molte “profezie” si sono puntualmente rivelate fasulle anche se  provviste di un nobile  “marchio di fabbrica”. Nel frattempo, come insegna il  proverbio, “mentre il medico studia” con quel che segue. Solo che in questo caso la realtà è ben più amara perché il medico in questione, come abbiamo visto, muore insieme col “suo” malato. E allora a mo’ diconsolazione tiriamo in ballo l’immancabile retorica dei  sanitari eroi: cosa vera, purtroppo,  ma come sappiamo,  proprio a proposito di Galilei, Bertolt Brecht  ebbe ad ammonire    saggiamente che è  “sventurata la terra  che  ha bisogno di eroi”.
E poi  pullulano altre banalità di sempre, tipo “nulla sarà più come prima”, “tutto sarà diverso”, e così via; in pratica si rispolvera  quel repertorio già usato e abusato in occasione di altri cataclismi, ovvero in caso di guerre, terremoti, attacchi terroristici, devastazioni ambientali, ecc., salvo ritornare  poi tutti  o meglio continuare ad essere quello che siamo, a seconda delle circostanze  e convenienze:  un po’ veri e un po’ artefatti, un po’ reali e un po’ astratti ma anche  egoisti e generosi,  creduloni e fatalisti, bacchettoni  e miscredenti con in comune, ci piace credere, almeno  il desiderio di vivere.
AntonioFilippetti

Se il virus sconfigge capitalismo e socialismo
In questo ultimi quindici o venti anni ci siamo dovuti sorbire un mantra impietoso e cioè quello secondo cui la globalizzazione avrebbe risolto se non tutti almeno la gran parte dei problemi del mondo. La consacrazione nasceva dal fatto che potendo essere tutti “connessi”, avremmo potuto  poi usufruire, magari in contemporanea,  di vantaggi straordinari che avrebbero migliorato la vita di ognuno mentre il pianeta si avviava ad un’esistenza di progresso e felicità  senza uguali. Anche le cosiddette barriere ideali (o ideologiche) in fondo venivano superate in virtù del fatto che  per la beneamata globalizzazione non esistevano barriere insormontabili e tutti potevano abbeverarsi per così dire alla stessa  fonte. Con profitti adeguati e senza limiti. Tanto è vero che sono sorti accordi e joint venture di ogni tipo, impensabili in passato: chiproduceva a est vendeva tranquillamente a ovest e i magnati dell’occidente potevano concludere grandi affari con le potenze una volta definite d’oltre cortina. E persino gli “stati canaglia” facevano la propria parte. La globalizzazione insomma accontentava tutti, liberisti e statalisti, capitalisti e socialisti.
Ma come spesso avviene, il diavolo ci ha messo la coda  e l’ha fatto  con  la diffusione su scala planetaria di un virus  sconosciuto che ha mandato  a carte quarantotto  i cantori della globalizzazione che sono stati colpiti sul loro terreno, quello della universalità. Il Covid 19, infatti, non guarda in faccia a nessuno e colpisce in tempo reale a destra e a manca, senza riguardo per ricchi o poveri, uomini o donne, bianchi o neri; per  di più la sua diffusione è talmente veloce che non lascia spazio ai ragionamenti scientifici che richiedono applicazione e soprattutto tempo.
Ma qui sorge la domanda fondamentale che  mette ilcrisi il castello globale: come mai tutti i santoni e i guru dell’onniscienza non hanno mai messo in predicato la possibilità di una crisi o meglio una strategia adeguata che prevedesse in casi come questi un’arma di difesa? Lo strapotere tecnologico è apparso inerme di fronte a un episodio che alcuni “scienziati” hanno addirittura definito di poco conto, al livello più o meno di un banale raffreddore. E allora i morti? Quelli che ci sono e ci saranno ma anche gli altri danni, che a detta di alcuni saranno persino più deleteri poiché travolgeranno l’economia mondiale con tutte le conseguenze del caso. Ora ci capita anche di dover leggere alcune interpretazioni “amene” da parte di chi si richiama a qualcosa di perverso, ovvero  a una crudele aberrazione “politica-filosofica” che imporrebbe lo stato d’eccezione, mentre altri, non sapendo a chi rivolgersi,   si rintanano  in  fervente attesa del miracolo capace di fermare  l’ondata assassina del virus.
Lepolitiche di destra e di sinistra  sono in ginocchio eppure qualche considerazione “di classe” andrebbe anche fatta poiché vivere in “clausura” in  una villa o in un  superattico non è la stessa cosa che aspettare di potere  uscire all’aria aperta se si è costretti a campare  in sei in un locale terraneo di  venti o trenta  metri  quadri e  magari doversi anche beccare la ramanzina  perché non si rispettano rigidamente  gli ordini impartiti. La lezione che si dovrebbe ricavare è in fondo semplice: la fede illimitata nelle “sorti magnifiche e progressive” è un’illusione che si reitera nel tempo; oggi potremmo ben dire, seguendo la moda corrente, che è una “fake news”, una di quelle  contro le quali, guardacaso, il governo ha addirittura allestito una task force in grado di scovarle  e mettere sull’avviso i tanti “babbei” che malgrado tutto e chissà perché ancora credono alle promesse di fata morgana. 
AntonioFilippetti

Il coronavirus e l’era dell’incompetenza
L’esplosione dei social networks ha comportato, oltre che una rivoluzione del modo di comunicare, una vera e propria liberazione dell’ignoranza. La nuova opportunità del mezzo, infatti, che garantisce a tutti la possibilità di esprimere le proprie idee e convinzioni, è stata associata a una forma di vidimazione di verità assicurata dalla stessa universalità del sistema mediatico. In altre parole grazie ai social non si  ha  soltanto la possibilità di esprimere  le proprie opinioni  ma di  diffonderle  con il  crisma della verità assoluta.  Per dirla con Tom Nichols abbiamo assistito alla santificazione dell’ignoranza che ha sancito anche la fine della conoscenza  scientifica e culturale inaugurando quello che lo stesso studioso etichetta come l’era dell’incompetenza.  Questa nuova età ha avuto proprio grazie all’epidemia del coronavirusla sua più patente certificazione. 
In questi giorni e mesi dominati dalla presenza del Covid 19,  hanno avuto libera circolazione non solo   le  banalità e idiozie diremmo della gente comune inebriata dalla possibilità offerta dal  web di esprimere  la propria opinione, ma più e peggio ancora  siamo stati investiti  da uno spaventoso ciclone    procurato dalle incursioni di migliaia di cosiddetti esperti  che,    attraverso  le  televisioni, i social media ecc., hanno dato vita ad un carosello di invenzioni  di ogni tipo, ovvero di pensieri in libertà “venduti”  tuttavia come  proclami  inattaccabili, una specie di novelle tavole delle legge a cui richiamarsi  da qui in poi. Quando si faranno i conti (se mai si faranno) si vedrà, insieme con le cifre  totali del disastro, come sono andate le cose e forse si capirà anche  come occorreva agire  e cosafare per l’avvenire. Un dato al momento sembra incontrovertibile, al di là delle tante chiacchiere sparse al vento e cioè che dell’epidemia nessuno aveva (ha) capito nulla  e i cosiddetti  esperti, trincerandosi dietro la propria sicumera, hanno solo sparato a vuoto frottole prive di senso ovvero di  conclamata verità. La prova più semplice ed evidente è che nessuno si è mostrato in grado di fare previsioni attendibili, tenuto conto che parlavano tutti di una cosa che ignoravano.
Purtroppo occorre ammettere che in questo caso (ma non è evidentemente il solo se si pensa che  l’OMS non ha saputo decidersi sulla necessità dell’uso delle mascherine!), la scienza (e la protezione civile) hanno brancolato nel buio incassando un’atroce sconfitta, perché si parla di migliaia di morti, senza nemmeno contare le conseguenze economiche e sociali. Alla fine insomma bisogna riconoscere che siamo ancora al palo; e che palo!  Se si vanno a rileggere i comportamentisuggeriti in occasione della peste del 1630 (quella a cui si riferisce Manzoni, tanto per capirsi, ne “ I Promessi Sposi”)  si vedrà che le  precauzioni  assunte sono più o meno le stesse. Anche allora cioè si vietavano gli assembramenti, i malati venivano arieggiati con i ventagli (al posto degli odierni ventilatori) e si faceva uso dei fazzoletti per proteggersi come oggi si fa con le mascherine (quando ci sono). Tutto uguale per il resto, compresa la ricerca del primo contagiato (“il portator di sventura”), il far fronte ai bisogni allestendo in quattro e quattr’otto strutture di emergenza per ospitare “quattromila pazienti” e la nomina di un super commissario (Felice Casati) con pieni poteri.  E sono trascorsi quattrocento anni. Lo stesso scenario si è ripetuto poi un secolo fa in occasione della terribile “spagnola”.
Oggi semmai dobbiamo ringraziare i tanti operatori sanitari che magari non ci hanno messo la faccia ma hanno rischiato (e perso) la propriapelle  per aiutare i malati e poi  i tanti precari e volontari che si sono assunti  responsabilità non richieste ovvero  “imposte” dallo spirito di solidarietà e  fratellanza. Per il resto sarebbe meglio tacere, magari andandosi a rileggere (per farne tesoro) quanto sostenuto da un grande scienziato e filosofo come Jacques Monod il quale, richiamandosi a Democrito, ammoniva che “tutto ciò che esiste nell’universo, è frutto del caso e della necessita”.
Antonio Filippetti

Libertà e uso del tempo nell’era del coronavirus
La libertà, diceva Montesquieu “è quel bene che ci permette di godere di tutti gli altri beni”. Si deduce allora che l’epidemia del Covid 19, riducendo drasticamente la libertà dei cittadini, abbia tolto a tutti la possibilità di usufruire degli altri benefici che sono nella dotazione naturale (o negli auspici) degli esseri umani. Ciò si è reso necessario per ragioni  disalute pubblica ovvero per impedire  l’espansione deleteria del  terribile coronavirus. Tuttavia questo ha comportato anche uno stravolgimento delle abitudini alle quali eravamo abituati. Innanzi tutto  la possibilità di poter disporre del proprio tempo di vita in maniera  libera, senza costrizioni e impedimenti, facendo  unicamente capo al nostro “libero arbitrio” e ai nostri desideri.  Ora questo ci viene impedito, sia pure (si spera) soltanto temporaneamente  e a salvaguardia di un “bene” superiore.  Ma qualche problema sorge lo stesso anche in funzione di quello che potrà accadere in avvenire.  Non si può, infatti, essere sottoposti a misure limitative della libertà sulla base di automatismi normativi. Lo prescrive la “carta europea dei diritti dell’uomo”.  E contravvenendo a questo precetto si corre anche il rischio di vedersi “manipolati” in un bene fondamentale con la scusante dello “stato d’eccezione”. E’ accettabile tuttoquesto? E per quanto tempo? E con quali deroghe e pregiudiziali?  Non sono domande di secondo piano.
A questa problematica si collega poi l’uso del tempo. Bloccati in casa, impossibilitati a uscire per un periodo che non sappiamo quanto lungo, è giocoforza  “inventarsi”  altre occasioni di impegno e lavoro. Il cosiddetto lavoro a distanza (lo “smart working”, è più fine dirlo in inglese) supplisce a molte necessità, lavorative e di svago.  Se il tempo trascorso  attaccati ai computer e agli smartphone era già tanto, con  la clausura forzata  si è allungato considerevolmente,  coinvolgendo, per amore o per forza, grandi e piccoli, giovani e vecchi.  Molti sostengono pure che grazie alla “connessione” molti problemi sono stati risolti ma più ancora che il dato in sé è da valutarsi in termini positivi per l’apprendimento e la conoscenza. Lo “screen time” (sempre in inglese) ha risolto apparentemente i problemi perché non si può vivere senzala rete, anzi è la rete che ci ha salvato e ci salva in questi giorni di forzata solitudine.  Si dice pure che la polemica dei cosiddetti “apocalittici” contro la rete sia come quella che venti anni fa fu inventata per sostenere che a furia di stare sempre davanti alla tv avremmo finito per diventare dei teledipendenti stupidi. Ora non si può ignorare che il punto è proprio questo, che siamo diventati se non più stupidi molto meno autonomi e facilmente “suggestionabili” (vedi l’effetto della pubblicità). Ma le future generazioni  dovranno allora  adattarsi a relazioni esclusivamente virtuali? E perfino la riproduzione degli esseri umani avverrà come preconizzato da Aldous Huxley in Brave new Word attraverso pratiche esclusivamente extrauterine? In verità con l’avvento di questi nuovi robot si può correre il rischio di un altro contagio, non meno grave e dannoso, quello di vedersi inconsciamente soggiogati e proiettati verso un’ ulteriore, sedicente  fase disviluppo, quella di una società post-post industriale che prefigura  un buio e dannoso medioevo. E la libertà per la quale da sempre l’umanità ha sacrificato i suoi figli migliori resterà un sogno o un’utopia, e allora sì “libertà vo cercando ch’è sì cara….”
Antonio Filippetti

Il coronavirus in maschera
Nell’era del coronavirus il tema ovvero il problema delle mascherine è diventato predominante, un coro unanime  di diffusione pressoché giornaliera da parte degli “esperti”, dei mezzi di comunicazione, della gente comune. Le mascherine fanno anche da cartina di tornasole per valutare lo stato generale dell’arte in tutti i sensi: quello per così dire scientifico, visto che non c’è  stato accordo sull’efficacia del loro impiego,  quello  politico, tenuto conto che non si è capito  a chi toccava il compito dell’approvvigionamento,  quello pratico se, come è apparso,  indossarle nonsempre è facile e comodo tenuto conto dei tanti modelli in circolazione.  Ma soprattutto, fino a ieri, mai avremmo immaginato che le mascherine anti Covid  potessero diventare un must nelle polemiche e nei dibattiti dell’opinione pubblica  a trecentosessanta gradi.
Tuttavia se ci spostiamo per così dire un po’ più in là, se assumiamo cioè il tema delle mascherine come specchio o espressione del tempo presente, quello appunto dell’epidemia, potremmo ricavare qualche riflessione non proprio trascurabile dal punto di vista psicologico e relazionale. La riflessione verte proprio sull’oggetto in sé: la maschera che protegge ma nello stesso tempo  nasconde. Tralasciamo ovviamente le polemiche sorte a suo tempo – e forse mai sopite – sull’utilizzo dell’orrendo velo a cui alcune popolazioni sono ancora legate   limitando ex-lege  i diritti della persona; nel nostro caso le valutazioni sono d’ordine psicologico e culturale. La maschera sembra essere ilsuggello di una civiltà che si cela, si nasconde, non solo per prudenza o pudore ma più ancora per vergogna, come a oscurare una malefatta che è poi quella in questo caso della incapacità di istituzioni socio-sanitarie e politiche  di assicurare  un’adeguata protezione.  Ma poi forse c’è anche qualcosa di più che attiene allo spirito dei tempi e che richiama alla mente precedenti artistici e letterari  che ci aiutano a capire meglio il problema. Se ci riflettiamo, infatti, non possiamo non riconoscere il ruolo del contrasto esistente tra la maschera, appunto la finzione, e il volto, vale a dire la realtà: un dualismo che coinvolge l’essere e l’apparire. E’ questo, come si sa,  un tema caro al cinema di Ingmar Bergman che lo  sviluppò più volte e che risulta dirompente  ad esempio in “Persona”, una delle opere più significative del regista svedese. Senza trascurare ovviamente la commedia dedicata al tema specifico di Luigi Chiarini, “La maschera e ilvolto” che segna l’avvio del teatro grottesco.  Ma per quanto riguarda la letteratura e il teatro, il tema della  finzione e della maschera è fondamentale nell’opera di Luigi Pirandello  al punto che il grande  autore  scelse per la sua famosa raccolta  di testi teatrali proprio il titolo di  “Maschere nude”.  Le similitudini col tempo presente sono in effetti straordinarie a conferma che nell’opera dei classici c’è quid che non cessa mai di parlare alle nostre coscienze. Per quella che è forse la sua commedia più famosa, “Sei personaggi in cerca d’autore”, lo scrittore prescrisse che i protagonisti del titolo indossassero una maschera in scena. La dicotomia vero/falso, finzione/realtà è fondamentale nell’opera pirandelliana  e la maschera, vera o simbolica, contrassegna  la problematicità dell’esistenza, impossibilitati come siamo a definire   contorni e limiti della realtà. Ora le mascherine anti virus che proteggono dalcontagio  e ne impediscono la diffusione,  sembrano assegnare anch’esse  a ciascuno di noi  la fissità di un “ruolo” fasullo, (fake), impedendo o limitando la ricerca della verità e  condannando  infine l’umanità intera  a una dimensione  priva di libertà e  qualificazione.
Antonio Filippetti






2020-04-08


   
 

 

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