CLOSED SESSION by JIMMY KATZ
 






Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia
dal 28 Giugno al 1 Settembre 2019




New York state of mind
Della folgorazione adolescenziale per il jazz Jimmy Katz restituisce un ricordo vivido e fresco, nel quale agiscono già da primattori gli elementi cardine del suo processo creativo: la potenza emotiva del suono, il fascino della performance, la magia di New York. “Da adolescente a New York, mi regalarono i biglietti per sentire Thelonious Monk e Art Blakey alla Carnegie Hall, e da quella sera la mia vita non è stata più la stessa. Ero seduto al centro della terza fila, paralizzato da ciò che sentivo. Non capivo cosa avvenisse di fronte a me; sapevo solo che si trattava di qualcosa di profondo e speciale. Ero conscio di trovarmi al cospetto di una grande abilità artistica ed emozione, e fu allora che decisi di approfondire le mie conoscenze del jazz”.
La seconda svolta cruciale ha una data ben precisa, il 1991, quando l’allora giovane alpinista e fotografo della natura decide di tornare stabilmentenella sua città “non solo per fotografare il mondo della musica, ma solo per fotografare il mondo del jazz”. La vocazione, assistita dal talento e dal crescente apprezzamento del suo lavoro da parte dei musicisti e dei media, ha fatto sì che nel giro di pochi anni Katz si affermasse come figura centrale della scena jazz americana, in un crescendo di incontri, commissioni prestigiose, copertine di riviste e di album, mostre.
In quasi trent’anni di attività, durante i quali l’occhio e la tecnica si sono affinati ed evoluti, la fotografia di Katz si è confrontata costantemente con due tematiche principali: la musica dal vivo e il ritratto, argomenti sui quali converrà soffermarsi per comprendere al meglio le linee di indirizzo poetico che sottostanno al lavoro del fotografo, straordinariamente coerente sia che lo si osservi dal punto di vista del mero stile, sia che lo si inquadri – come merita – in un contesto culturale più ampio.
Le fotografie che documentano il momento dellaproduzione del suono sono catturate tanto durante i concerti quanto nello spazio delle prove. In ogni caso il pubblico non compare mai. Ciascuna immagine è pervasa da un’atmosfera di mirabile armonia tra il musicista e il suo strumento che si riverbera quasi per incanto su tutti i membri della band. Anche la gestualità è condivisa, sebbene in maniera del tutto spontanea e non prevedibile. Difficile figurarsi un istante più ispirato di quello nel quale Roy Hargrove soffia nella tromba a occhi chiusi e Tyler Mitchell, abbassate anch’egli le palpebre, scandisce il ritmo al contrabbasso. Al contrario, nella fotografia di Grover Washington e Kathleen Battle è proprio il dialogo degli sguardi che dimostra il pieno accordo di coppia. Energia, concentrazione, gioia emergono da ogni immagine e il sorriso prevale sui volti degli strumentisti, a riprova di un’intima, impagabile, soddisfazione, di una rivelazione sincera e franca di sé, possibile solo grazie alla musica. Jimmy Katz riesce acircoscrivere nello spazio, preferibilmente non molto vasto se non addirittura angusto, o altrimenti reso tale dall’obbiettivo, la performance musicale, componendo immagini di grande equilibrio, dove le coordinate possono essere suggerite dalle bacchette sollevate in aria dal batterista (Nasheet Waits) o dalla tastiera di un pianoforte (Lonnie Smith). La medesima, profonda, percezione dell’ambiente determina la più recente attività di ingegnere del suono di Katz, costruttore di immagini acustiche che si offrono come potenziamento delle capacità per¬cettive dell’orecchio proprio come le fotografie lo sono dell’occhio.
L’altro aspetto del lavoro di Katz attiene ancora più propriamente al ritratto. Non mancano primi piani, nei quali il soggetto è in grado di costituire l’immagine in perfetta autonomia. In questi casi l’inquadratura è spesso dal basso verso l’alto, in modo che il volto si stagli sull’astrazione di un duro cielo lavagna come nel caso di Ahmad Jamal o sul fondoindefinito e morbido che contrasta le risate esplosive di Ray Charles (in bianco e nero) o di Cassandra Wilson (a colori). Allargando il campo, il primo piano non esclude del tutto la città, ma gli edifici si prestano volentieri a sfumare il loro carattere per farsi quinta e riservare il proscenio al protagonista. Avviene in particolare per il ritratto di DJ Logic, ma anche per quelli meno protesi verso l’occhio dello spettatore di Gregory Porter, i cui volants della camicia riescono a instaurare un inaspettato dialogo con i motivi ‘decorativi’ del tombino piantato nell’asfalto, di Questlove e di Roy Haynes, dove la città sembra perdere i suoi contorni materiali e farsi di luce attorno alla figura del batterista. I close-up in interno sembrano lasciare meno spazio all’ambiente circostante, talvolta quasi eliso dall’immagine. Non è dato, ad esempio, sapere nulla sulla stanza dove si trova John Zorn, mentre il ritratto di Elvis Costello è costruito su una serie di chiusure, di coperture,di restrizioni. Lo spazio è delimitato – in pratica annullato – da un vecchio sipario in velluto rosso contro le cui pieghe si dispone la figura quasi ostile del cantante, intabarrato nel cappotto, avvolto nella sciarpa, la testa nascosta sotto il cappello, lo sguardo scomparso dietro un paio di lenti scure.
Più frequenti sono i ritratti nei quali il musicista è colto assieme al proprio strumento. La prima sensazione che tutte queste immagini trasmettono è il ruolo da coprotagonista della scena che l’oggetto invariabilmente assume, pur non venendo mai suonato. In molti casi sembra quasi di percepire una simbiosi, una continuità fisica tra il corpo del musicista e la materia dello strumento, da una parte facile allusione alla compartecipazione alla creazione del suono, dall’altra anche – e forse soprattutto – specchio di una naturalezza di rapporto e di un’abitudine quasi inconsapevole ad agire, muoversi, riposarsi, concentrarsi assieme al proprio strumento. E basta far scorreresotto gli occhi le immagini di Pat Metheny, Lage Lund o B. B. King perché risuonino dentro di noi i versi con i quali Fabrizio De André ha consacrato tale contiguità: “È bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”. L’intimità e la familiarità non risolvono però completamente il rapporto del musicista con la propria ‘appendice sonora’: esiste un ruolo pubblico, quasi sociale dello strumento che nelle fotografie di Katz assume una caratteristica non dissimile da quella rivestita dagli utensili propri delle professioni nei ritratti rinascimentali. La chitarra di Pat Martino, il sassofono di Ornette Coleman o di Sonny Rollins, la tromba di Dave Douglas o di Jason Palmer, la melodica di Jon Batiste paiono davvero agire sul nostro immaginario come le forbici nel celebre Sarto di Giovan Battista Moroni, l’armamentario scientifico disposto in bella vista sul tavolo al quale Hans Holbein il Giovane immaginò l’astronomo Nikolaus, la statuetta tenuta trale mani dall’antiquario Jacopo Strada nel ritratto di Tiziano, per non parlare dei pennelli e delle tavolozze che alludono al mestiere in numerosissime effigi di pittori.
È caratteristica precipua della maniera di Jimmy Katz quella di ricercare per ogni ritratto l’ambientazione più consona, individuandola di volta in volta in una sala prove o in uno studio di registrazione (Sting, Jamie Cullum irriverente con il suo pianoforte), sul palco di teatri o di jazz club come lo Small o il Blue Note, a casa del musicista (Keith Jarrett, Dave Brubeck, Brad Mehldau), in una zona di servizio di un edificio, oppure in spazi oggi degradati – e spesso irriconoscibili – dai quali traspare l’amore viscerale per New York e un sentimento di nostalgia per quegli elementi che la continua dinamica urbanistica dimentica e infine rimuove, trasformando così il volto degli isolati e dei quartieri. Katz riesce a sospendere l’inarrestabile vocazione al mutamento della città attraverso lo scatto di immaginiesemplari, nelle quali l’autenticità del tessuto urbano s’intreccia con gli interpreti della musica più vicina alla cultura e alla storia novecentesca di New York. E attraverso la cesura temporale instaurata dall’immagine il sentimento individuale del fotografo si propaga e assume una dimensione collettiva. Si vedano a tal proposito, su tutti, i ritratti di Dave Holland, di George Coleman, di Christian McBride. Con quest’ultima fotografia il set si è spostato all’esterno, sebbene lo scatto conservi ancora un’atmosfera intima e raccolta. Intonazione che, in qualche modo, mantengono anche le immagini prese all’imbrunire o dopo il tramonto con lo skyline della città sul fondo e il protagonista in primo piano, avvolto idealmente dalle luci della città. L’artista – Eric Alexander, Joey Alexander, Joe Lovano, Marc Cary e Angela Hewitt, ritratta proprio in occasione della mostra – è invariabilmente solo, talvolta accompagnato dal proprio strumento. L’assenza di ogni altro essere umano, o lasua assoluta irrilevanza data dalle dimensioni e dalla sfocatura, rende ogni immagine un dialogo serrato tra il musicista e la città di New York, percepita come un organismo articolato ma unitario, regolato dal pulsare di un cuore che detta il tempo a chi suona nei teatri e nei club, nelle case, lungo le strade, nelle stazioni della metropolitana, nelle piazze.
MARCO PIERINI
Direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria e curatore della mostra
JIMMY KATZ
Da adolescente a New York, mi regalarono i biglietti per sentire Thelonious Monk e Art Blakey alla Carnegie Hall, e da quella sera la mia vita non è stata più la stessa. Ero seduto al centro della terza fila, paralizzato da ciò che sentivo. Non capivo cosa avvenisse di fronte a me; sapevo solo che si trattava di qualcosa di profondo e speciale. Ero conscio di trovarmi al cospetto di una grande abilità artistica ed emozione, e fu allora che decisi di approfondire le mie conoscenze deljazz. Così, poco a poco, ho iniziato a collezionare oltre 4000 vinili jazz, ascoltando quella musica senza sosta.
Dopo l’università e una carriera come alpinista e sciatore, fotografando le vette del West americano, del Sud America e dell’ex Unione Sovietica, tornai a New York. Non scoraggiato dalle sfide che mi aspettavano, la mia intenzione era di fotografare il mondo della musica, documentando principalmente il jazz. Di lì a pochi mesi conobbi il grande batterista Art Taylor a Birdland; diventammo amici, e mi presentò altri musicisti. È stato grazie ad Art Taylor che ho conosciuto uno dei miei idoli musicali, il leggendario sassofonista Jackie McLean. Sopraffatto dall’emozione di trovarmi al suo cospetto, dissi a mia moglie Dena che non credevo fosse davvero lui.
Art Taylor mi chiese anche di assistere a una seduta di registrazione per fotografare il suo progetto successivo. Quando gli spiegai che forse la casa discografica non ne sarebbe stata contenta, lui mi disse: “Se tunon puoi fare foto, io non toglierò la batteria dalla custodia!”. La registrazione avvenne nello studio del leggendario Rudy Van Gelder, e la band aveva provato fino all’inverosimile. Durante la registrazione, erano tutti insieme nella stessa stanza, come si faceva spesso negli anni cinquanta. Io ero l’unico non musicista nella live room mentre registravano. Stavo lì, ipnotizzato, a toccare gli stessi scalini dove sedeva John Coltrane, cercando di immaginare come sarebbe stato stargli accanto durante una sua seduta di registrazione, proprio lì. La sala sembrava un vero tempio della musica; io ero al settimo cielo, e credevo non ci fosse niente di meglio al mondo. In seguito, Art Taylor mi portò alla Verve Records, e il grande sassofonista Joe Lovano mi presentò alla Blue Note Records. Le principali riviste jazz iniziarono a rivolgersi a me per realizzare le loro copertine, ed ecco che presi il via nel mondo del jazz. Per me fu un periodo elettrizzante, visto che ho avuto l’opportunitàdi immortalare artisti leggendari e giovani talenti, sempre nelle cornici più suggestive.
Dagli anni novanta in poi, io e mia moglie Dena abbiamo realizzato più di 200 copertine per DownBeat e JazzTimes, in aggiunta ad altre riviste. Abbiamo anche partecipato alla realizzazione di più di 550 progetti discografici per conto di varie case discografiche di piccole e grandi dimensioni. Per quasi 30 anni, abbiamo avuto il privilegio rarissimo di assistere a collaborazioni creative di un’intensità davvero unica. Una delle nostre esperienze più memorabili fu quando il grande Andrew Hill ci chiese di sedere, immobili, praticamente sotto il pianoforte durante la sua ultima seduta di registrazione. Stava morendo di cancro e aveva tanti di quei pensieri per la testa, eppure ci invitò a sentire l’energia creativa del momento, regalandoci così un’esperienza unica. Nel corso degli ultimi decenni, ho anche avuto l’occasione di incontrare alcuni dei miei idoli fotografici: William Claxton, BillGottlieb e il gran maestro Herman Leonard – erano anni che ammiravo le loro opere. Si trattava di fotografi che avevano lavorato nel mondo del jazz per periodi molto lunghi, realizzando imponenti raccolte di opere sugli artisti principali delle rispettive epoche, ognuno con il proprio stile fotografico peculiare. Insieme a Francis Wolff, hanno contribuito a definire la storia visiva del jazz. E per me sono stati tutti fonte d’ispirazione.
Le fotografie selezionate per questa mostra sono state scattate quando lavoravo su commissione, ma per puro piacere personale. Ho avuto la fortuna di vivere una vasta gamma di esperienze in situazioni intime e private, ad esempio fotografando Sonny Rollins con il ponte di Williamsburg o stando in compagnia di Keith Jarrett a casa sua. Questi ritratti sono stati realizzati in modo simile a come i musicisti producono la musica in uno studio di registrazione. In una closed session. Ho anche avuto l’onore di lavorare con protagonisti storici dellamusica pop e classica, quali Sting e Angela Hewitt... Ho apprezzato ogni istante di queste sessioni e spero che le mie opere siano in grado di rispecchiare l’intensità immediata della vita urbana a New York. L’energia travolgente, l’eccitazione, il ritmo sincopato del traffico, la corsa impetuosa della metropolitana, le sirene a tutte le ore, una cacofonia di suoni casuali. La città di New York è, da sempre, la tela sulla quale lavoro.
Sebbene continui a essere ingaggiato come fotografo, a partire dal 2008 ho iniziato – grazie ai consigli e al sostegno di stimati ingegneri del suono – a realizzare registrazioni live di musicisti con i quali avevo già lavorato come fotografo. Come nella fotografia, volevo che la musica venisse catturata in situazioni spontanee e irripetibili. E, sempre come nella fotografia, cercavo la magia ispirata del momento. Sono stato fortunatissimo, perché fin da subito le conoscenze maturate da fotografo nel mondo del jazz mi hanno permesso di iniziare aregistrare musicisti rinomati. Più di 30 di queste registrazioni sono state proposte come uscite commerciali nel corso dei 9 anni successivi. Nel 2017 si è avverato un sogno: un gruppo di filantropi mi ha chiesto di avviare un’associazione americana no-profit allo scopo di aiutare musicisti jazz a portare a termine i loro progetti musicali senza dover fare alcuna concessione dal punto di vista artistico, e senza vincoli commerciali. I musicisti restano i proprietari del loro master. Come parte di quest’associazione no-profit, io e Dena abbiamo avuto l’occasione di fotografare, produrre, registrare, mixare e masterizzare dei giovani artisti davvero straordinari.
La nostra speranza è quella di continuare a ricevere fondi in modo da poter dare il nostro contributo alla comunità jazz.
Sono davvero onorato che Marco Pierini abbia scelto di presentare le mie fotografie – molte di esse inedite – in un museo tanto prestigioso. Un ringraziamento speciale va a Luciano e a Silvia per laloro amicizia e il loro sostegno. Infinite grazie a mia moglie Dena, che ha collaborato al mio fianco a ogni passo di questo viaggio gioioso e affascinante. Spero che guardare queste immagini sarà per voi emozionante quanto scattarle lo è stato per me.

 

Dal catalogo Silvana Editoriale

 

 






2019-06-30


   
 

 

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