ANDY WARHOL
L’alchimista degli anni Sessanta
 






Monza, Reggia di Monza Orangerie
Dal 25 Gennaio 2019 - 28 Aprile 2019




New York, la cultura pop e il sogno americano
Andy Warhol è uno di quegli artisti eletti nati per fare e rimanere nella storia, modificando gli equilibri culturali di un luogo in un determinato momento storico. Un artista dentro che, nel suo vivere lucidamente il caos di una vita talvolta estrema e dissoluta, ha pianificato la sua ascesa sfruttando le occasioni che solo l’America degli anni sessanta poteva offrire. Da una parte aveva l’opportunità di vivere nel paese che stava diventando l’indiscusso propulsore economico e culturale del mondo, dall’altra la possibilità di rappresentarlo con ironia, di sintetizzarlo con acutezza, di riassumerlo con cosciente follia, di raccontarlo con originalità e perspicacia comunicativa, di metterlo a nudo con tagliente cinismo, ma anche di amarlo in modo incondizionato e disincantato solo come un grande conoscitore di menti e anime avrebbe potuto fare. Uno sciamano dei tempi moderni che hatrasposto l’essenza della realtà, la verità della verità del momento storico che viveva nelle sue opere: “Nessun altro paese al mondo ama il presente quanto l’America. Oggi accadono così tante cose che siamo troppo occupati a guardare, parlare e pensare a tutto quello che accade per fare qualsiasi altra cosa. Non abbiamo tempo per ricordare il passato e non abbiamo l’energia per immaginare il futuro, siamo così indaffarati, possiamo soltanto pensare: Ora!”. Prima di altri, Warhol si accorge dell’importanza di indagare il presente in progress e dell’opportunità che un paese in irruente evoluzione avrebbe potuto offrire a chi, come lui, aveva iniziato a guardare il mondo con personali e originali lenti di ingrandimento.
Negli anni cinquanta, nessuno avrebbe potuto immaginare cosa sarebbe successo a New York nel decennio successivo: un binomio destinato a rimanere unico nella storia dell’arte occidentale, probabilmente secondo solo alla Firenze del Rinascimento, contestualizzato in unsusseguirsi emozionale e concettuale di frenetici cambiamenti, convulse rivoluzioni, deliranti evoluzioni e furenti metamorfosi sociali e culturali che avrebbero avuto il picco più alto nel 1968. Non esiste una spiegazione razionale del perché all’inizio degli anni sessanta a New York (potremmo esprimere lo stesso concetto per la Firenze del Quattrocento e del Cinquecento), un certo numero di artisti che non si conoscevano, o si conoscevano appena, iniziassero, ognuno con il proprio stile e modalità comunicativa, a strutturare i loro lavori intorno a “immagini consuete”. Personaggi dei fumetti, marchi di prodotti commerciali di largo consumo e fotografie pubblicitarie di celebrità o star del cinema: erano queste le cose che stimolavano la fantasia di creativi che stavano raccontando il qui e ora di un luogo come mai prima di quel momento.
Gli anni sessanta americani erano destinati a diventare l’epicentro vulcanico del “Tutto”, un microcosmo universale e globale che, di lì a poco,avrebbe rappresentato, a livello politico, economico e culturale, il mondo. All’inizio del decennio si creò la prima crepa del muro che divideva l’arte ufficiale convenzionale da quella non ufficiale, l’arte riconosciuta come seria e impegnata da quella popolare. Di fatto, si trattava semplicemente di colmare la distanza tra la cultura impegnata, spesso lontana dalla quotidianità, e quella popolare che includeva la “vita vera”: “Quello che è veramente grande in questo paese è che l’America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero. Mentre guardi in televisione la pubblicità della Coca-Cola, sai che anche il Presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola e che tu puoi berla. Una Coca è una Coca e nessuna somma di denaro ti può garantire una Coca migliore di quella che beve un barbone all’angolo della strada. Tutte le coche sono buone e tutte le coche sono uguali. Liz Taylor lo sa, lo sa il Presidente, lo sa ilbarbone e lo sai anche tu”. La cultura anticipa sempre qualunque tipo di cambiamento. E quale migliore occasione di raccontare pensieri, abitudini, paure, intraprendenze, impertinenze, usi e costumi del proprio tempo e di un popolo che sembrava virare verso una dimensione cinica, frenetica e superficiale dove le apparenze avrebbero dominato sui contenuti? La Pop Art era completamente diversa dall’Espressionismo Astratto, non solo a livello estetico, ma di approccio, trasformando gli elementi della vita di tutti i giorni in immagini coinvolgenti e irresistibili perché riguardavano tutti, anche se per molto tempo la critica si domandava come poterle considerare arte: “Durante gli anni sessanta, penso che la gente avesse dimenticato quelle che avrebbero dovuto essere le loro emozioni. E credo che non se ne siano più ricordati. Sono convinto che una volta che riesci a vedere le tue emozioni da un certo punto di vista non puoi più credere che siano reali”.
Nelle discipline delle artivisive alla fine degli anni cinquanta, porsi la questione della realtà e prendere in considerazione in modo oggettivo forme, contenuti, pensieri, stati d’animo e la verità di tutte le cose da punti di vista originali, erano le mission intraprese dagli artisti appartenuti al New Dada, al Nouveau Réalisme e alla Pop Art. A differenza di altri che avevano indagato l’oggetto tale e quale, la sua consistenza materiale, ma anche i fumetti, i vecchi manifesti pubblicitari e le espressioni legate alla perdita di identità, Warhol cercava le relazioni sociali attraverso i mezzi di comunicazione di massa: la fotografia commerciale, i quotidiani, il cinema, le riviste e il bombardamento di immagini che la televisione proponeva senza sosta. Vivendo in modo militante il contesto metropolitano, accerchiato dalle immagini dei media, bombardato dai segni e dai simboli imposti dalla società dei consumi, rincorreva un codice artistico legato al presente in divenire, che non fosse necessariamenterelazionato al passato e che avesse un collegamento sistematico con l’economia e con il mercato.
Gli anni sessanta americani iniziano l’8 novembre 1960 quando John Fitzgerald Kennedy venne eletto presidente, oppure il 23 gennaio 1961 quando entrò ufficialmente alla Casa Bianca. Affascinante, intelligente, ricco e intraprendente, con a fianco un team giovane e motivato come non mai, il nuovo presidente era conquistato dalle forze vive del paese sulle quali voleva contare per rilanciare la nazione, affrontando in modo diretto le questioni sociali ed economiche. I primi tre anni del decennio furono entusiasmanti: una vera e propria epoca d’oro all’insegna del dinamismo, del pensiero positivo, del desiderio di vita, della speranza e dello spirito di appartenenza recuperato. È in questo clima che è nata la Pop Art: più che un movimento o una corrente culturale, potremmo definirla una tendenza artistica equiparabile a uno stile di vita che traduceva perfettamente lo spirito giovane,spensierato, energico e costruttivo di quel momento. L’idillio termina, almeno in parte, con l’assassinio del presidente Kennedy (1963) che, insieme alle manifestazioni contro la guerra in Vietnam (1964), all’assassinio di Malcom X (1965), al massacro di My Lai, all’uccisione di Robert Kennedy e di Martin Luther King (1968) minò le certezze di una grande rinascenza: “Gli anni sessanta furono anni giovani che iniziarono in modo grandioso, euforico. I Teens presero il potere e tutto il mondo iniziò a lavorare per e con loro. […] ci si rese conto che i consumatori, ignorati fino a quel momento, furono importanti per un’economia alla ricerca di un nuovo sbocco. […] Con i Beatles esplose la vendita dei dischi e sulle magliette venivano stampati i ritratti delle star del rock, del cinema e di Che Guevara. […] Dopo il dibattito televisivo Nixon-Kennedy, candidati alla Casa Bianca, la TV diventa il più importante mezzo di comunicazione. L’America trasmise in diretta i primi passi dell’uomosulla luna e il mondo intero assistette all’evento senza mai più dimenticarlo”.
L’artista pop non aveva particolari segreti stilistici, non utilizzava una tecnica formale, non si muoveva sulla scena dell’arte con criteri codificati, ma rivelava, mostrandole attraverso personalissimi punti di vista, cose che le persone già conoscevano. Un meccanismo visivo e percettivo che creava una grande complicità tra artista e spettatori: Warhol conosceva le stesse cose del suo pubblico e ciò che emozionava lui poteva stimolare anche loro. Protagonista assoluto dei lavori dell’artista americano diventava l’oggetto, inteso come il prodotto comune appannaggio delle masse che, a prescindere dalla sua forma o funzione originaria, avrebbe dovuto essere un emblema ben solido nell’immaginario collettivo. Non chiedeva più che cosa fosse l’arte e a che cosa servisse, ma quale fosse la differenza tra due cose identiche, una delle quali era arte e l’altra no. Il termine Pop circolava dal 1958, ma Warholdecise di mettere in gioco tutto quello che aveva imparato fino a quel momento a prescindere dalle “etichette”: “L’artista Pop viveva in un contesto urbano, assalito dai media, dalle immagini stampate e proiettate, dai simboli e dai segni, dalle imposizioni di ogni tipo che arrivavano dalla strada, dal caos che lo colpiva così come colpiva gli altri, dal bombardamento di ordini, consigli, figure seduttive e oggetti desiderabili. Il Pop era l’oggetto, l’oggetto introdotto nell’arte nel momento in cui veniva inghiottito dalla vita quotidiana, l’oggetto comune non diversificato, ma uniformato. L’oggetto feticcio. L’oggetto sovrano. L’oggetto posto al centro della tela”.
La stessa sorte toccherà ai ritratti di personaggi molto noti che saranno idealmente mitizzati e celebrati per mezzo di composizioni strutturate in modo imprevedibile, a tal punto da non sapere più se era la notorietà delle figure immortalate ad avergli portato fama o viceversa. La Pop Art era in sintonia con queimomenti gioiosi, con quell’entusiasmo, con quel desiderio di stupore e meraviglia che si chiama “libertà” e che era in armonia con un paese che si riconosceva in Kennedy. Per certi versi, Andy Warhol rappresentò il sogno americano: un figlio di immigrati che dal nulla riuscì ad emergere e a diventare famoso per mezzo di intraprendenza, creatività, idee innovative, abilità tecniche e completa dedizione al raggiungimento del successo.
Maurizio Vanni-Curatore della mostra
Monza, 24 gennaio 2019
Estratto dal testo in catalogo Silvana Editoriale






2019-02-28


   
 

 

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