ANGELO FORTUNATO FORMIGGINI
Ridere, leggere e scrivere nell’Italia del primo Novecento
 






Modena, Galleria Estense - Sala Mostre e Biblioteca Estense Universitaria
Dal 28 Febbraio 2019 - 30 Giugno 2019




Uno dei meno noiosi uomini del suo tempo
Esordi di un ebreo italiano
Di personaggi come Angelo Fortunato Formiggini ne nascono pochi. Il destino loro riservato non ha quasi mai caratteristiche prevedibili e, per molti versi, chi li frequenta troppo a lungo (anche come semplice lettore) finisce per esserne catturato. Quando si affacciò alla vita, quel bambino, ultimo di cinque figli, aveva già sulle spalle l’ingombrante peso di una delle più antiche famiglie ebraiche del territorio modenese: per secoli, i Formiggini avevano servito duchi, papi e sovrani, aggirando con straordinaria capacità gli steccati, visibili e invisibili, che caratterizzavano la vita degli ebrei in antico regime. Venuto alla luce il 21 giugno 1878 a Collegara, un sobborgo della campagna di Modena, il giovane Angelo Fortunato aveva avvertito precocemente il richiamo per un’attività culturale che superasse le diversità di orientamento religioso epolitico in nome della appartenenza di tutti i popoli al genere umano. Un segnale di quell’anelito laico alla fratellanza era venuto dalla tesi di laurea in giurisprudenza, conseguita nell’Università della città natale, in cui si era concentrato su La donna nella Thorà, mettendo a confronto testi sacri di tradizioni diverse per favorire, come recitava il sottotitolo, “un ravvicinamento tra la razza ariana e la semita”. Quelli universitari furono per Formiggini anni irrequieti e appassionati: da Modena, passò per una seconda laurea all’Università di Roma, per poi riportarsi vicino a casa, a Bologna, dove nel 1907 licenziò una tesi in filosofia che delineerà l’altro versante dei suoi interessi. Infatti, se gli uomini dovevano abbracciarsi come fratelli e compagni, evitando di farsi fuorviare da culture, opinioni e religioni differenti, l’habitus con cui imboccare questa strada non poteva che essere l’umorismo. O, per dirla formigginianamente, il riso. La sua dissertazione bolognese Lafilosofia del ridere rappresentò, a tale proposito, un punto di condensazione umano e, di lì a poco, professionale, destinato a orientare tutti gli anni successivi. Animato da questi ideali, Formiggini partecipò attivamente all’associazione studentesca Corda fratres, di ispirazione massonica, e incontrò Emilia Santamaria, sua sposa dal 1907 e vera cultrice della sua memoria.
Diventare editori
E fu appunto nel tempo degli studi, che prese corpo la vocazione dell’editore: nel giugno del 1908, all’incrocio tra riso e goliardia, Angelo Fortunato organizzò una festa tra le personalità più in vista della cultura modenese e bolognese per rievocare, pur con propositi di pace, le lotte tra i due popoli, fissate dal poeta Alessandro Tassoni ne La Secchia rapita. La “festa Mutino-Bononiense”, come fu battezzata, non costituì soltanto un evento per le cronache locali: divenne anche la cornice, acutamente predisposta da Formiggini, in cui lanciare i suoi primi volumi,complice la benedizione di una voce autorevole come quella di Giovanni Pascoli. Il poeta accettò di scrivere la prefazione a uno dei due “incunaboli” licenziati in quell’occasione: con parole di stima e affetto per il nuovo editore, Pascoli firmò l’introduzione alla Miscellanea tassoniana, un testo che, assieme alla raccolta di sonetti burleschi intitolata La Secchia, rimandava al “patrono” della festa Mutino-Bononiense Alessandro Tassoni. Con quei due volumi, sotto l’egida di poeti antichi e nuovi, Formiggini faceva il suo ingresso sulla scena editoriale.
Dopo un primo periodo tra Modena e Bologna, la casa editrice fu trasferita a Genova, da dove tuttavia Formiggini partì, nel 1915, allo scoppio della prima guerra mondiale. Rientrato grazie a un congedo per malattia, portò l’attività a Roma, città nella quale, per tutto il restante periodo bellico, prestò servizio presso la Divisione Disciplina degli Ufficiali del Ministero della Guerra.
Da quando aveva rievocato le gestatassoniane nella sua Modena, la casa editrice aveva inaugurato collane di successo come i Classici del Ridere, che proponevano il meglio della letteratura di ogni tempo sul riso e l’umorismo, e i Profili, agili volumetti a taglio biografico su personaggi celebri che avevano fatto la storia. Nel 1918, poi, accanto ai libri si era fatto largo uno strumento di promozione bibliografica che, non limitandosi alle edizioni Formiggini, ma estendendo lo sguardo all’intera produzione italiana, puntava a promuovere la diffusione della cultura nazionale. La rivista L’Italia che scrive (ICS o X, come amava compendiarla il suo editore) incontrò, forse in modo non del tutto previsto, uno straordinario successo di pubblico, tanto che, accanto a essa, si costituì presto un Istituto per la propaganda della cultura italiana, poi denominato Fondazione Leonardo, cui partecipavano membri del governo e dell’amministrazione nazionale.
Lo scontro
Anche se Formiggini non lo poteva sapere,da quell’esperienza fortunatissima avrebbero preso avvio le sue disgrazie. Mentre si costituiva l’Istituto che avrebbe divulgato i traguardi della cultura italiana, alla ribalta saliva un personaggio che avrebbe procurato all’editore nemici e detrattori. Dopo la marcia su Roma – guardata con favore dallo stesso Formiggini – Benito Mussolini dava infatti all’Italia un nuovo governo, imponendole, nel giro di poco tempo, il giogo della dittatura.
La Fondazione Leonardo fu uno dei tanti ambiti in cui la pervasiva volontà di controllo del regime si fece sentire. Il nuovo Ministro della pubblica istruzione (1922-1924), il filosofo Giovanni Gentile, additò la promozione culturale svolta da Formiggini tramite la Leonardo come un’indebita interferenza rispetto all’accentramento che, in simili azioni, l’amministrazione pubblica avocava a sé. Più che ragioni di principio, a risultare determinanti furono tuttavia le gelosie e le invidie innescate dal successo dell’iniziativa formigginiana: sulterreno della contesa fu posto il controllo della Fondazione culturale, che il ministro riuscì a ottenere con la completa estromissione di Formiggini per presunte irregolarità.
In effetti, l’intuizione dell’Italia che scrive e di uno strumento di raccordo della produzione editoriale del Paese costituì l’apporto forse più innovativo dato da Formiggini al panorama editoriale dell’epoca.
La cocente delusione che gli derivò da quella vicenda, lo portò a comporre un pamphlet contro lo stesso Gentile, accusato, come dichiarato sin dal titolo, di essere La ficozza filosofica del fascismo: se a Mussolini ancora non si addossavano troppe colpe, eccetto la pessima scelta di funzionari e gerarchi come il filosofo siciliano, era quest’ultimo a rappresentare il bernoccolo (ficozza in romanesco), che deturpava il volto del fascismo.
Negli anni che seguirono, un concorso di cause, non ultime le ostilità appena ricordate, provò fortemente l’azienda Formiggini che, come hanno dimostrato glistudi di Giorgio Montecchi, mancava di una solida struttura d’impresa. Le Edizioni Formiggini assistettero a una drastica svalutazione del loro capitale e a un crescente indebitamento dell’editore, costretto a dare fondo al proprio patrimonio per fronteggiare il disastro economico.
Verso la fine
Al dissesto finanziario, si aggiunse infine quello umano: il 1938 segna l’anno del non-ritorno. La legislazione razziale e antisemita con cui Mussolini si allinea all’alleato tedesco allarga e approfondisce la spirale di difficoltà e disperazione in cui Formiggini è entrato da tempo. Lo sforzo dell’editore modenese, nei drammatici mesi in cui da Roma si chiede se nelle sue aziende vi siano dipendenti non ariani, è quello di essere “discriminato”, di ottenere cioè un riconoscimento di “italianità” sufficiente a esentarlo (distinguerlo, discriminarlo, appunto) dall’applicazione della legislazione antiebraica. A questo scopo, Formiggini scrive al Ministero della culturapopolare e a quello della Guerra, nell’auspicio che il servizio della patria, tanto nel primo conflitto mondiale quanto nella diffusione della cultura del Paese, bastino a fare di lui un ebreo non-ebreo.
Quando si fa chiaro che nulla si potrà ottenere, si profila la decisione estrema: a Modena, sua terra natale, uno dei modi per morire è gettarsi dalla torre della cattedrale (la “Ghirlandina”, come la chiamano gli abitanti). La leggenda vuole che il santo patrono, san Geminiano, abbia mostrato il suo potere salvando miracolosamente un bambino caduto per sbaglio dalla torre. Il 29 novembre, il santo non sembra però affacciarsi: Formiggini, che aveva premeditato da alcuni mesi quel gesto, si getta e muore. Lascia i suoi archivi alla Biblioteca Estense che, nel silenzio e senza clamori, provvede ad accettare la donazione e ad acquisire i materiali. Tra di essi vi è la “Casa del ridere”, una raccolta di testi sul riso e l’umorismo che Formiggini ha collezionato per erigere un tempio aciò che avrebbe potuto salvare l’umanità e, come si augurerà nei suoi ultimi scritti, renderla migliore strappandola dall’orrore che stava vivendo.  Matteo Al Kalak

Estratto dal testo in catalogo Edizioni Artestampa






2019-02-28


   
 

 

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