DA MONET A BACON.
Un museo nato da un sogno
 






Genova, Palazzo Ducale
Dal 17 Novembre 2018 - 3 Marzo 2019
Simona Bartolena




Johannesburg è una città giovane e dinamica che, a dispetto del suo difficile passato segnato dai violenti conflitti razziali, guarda con fiducia al futuro. Fondata nel 1886, in seguito alla scoperta di giacimenti d’oro e diamanti, essa ha conosciuto subito una forte immigrazione dall’Europa, soprattutto dalla Gran Bretagna, che ne ha profondamente caratterizzato il tessuto sociale ed economico.
Nonostante sia la più prosperosa e popolosa metropoli del Sudafrica, Johannesburg non è certo una meta frequentata dai grandi flussi del turismo culturale: la sua realtà museale e la sua scena artistica, anzi, sono ben poco note al pubblico del vecchio continente, che ancora fatica a considerare l’identità contemporanea delle città africane, preferendo continuare a sognare l’Africa dei tramonti e dei safari. Se le suggestioni da cartolina dei grandi spazi naturali del continente continueranno, legittimamente e comprensibilmente, a occupare unruolo da protagonista nell’immaginario collettivo del viaggiatore europeo, gli incontri con realtà inaspettate, quali la Johannesburg Art Gallery, sapranno nel contempo sorprendere i visitatori più attenti, mostrando loro un aspetto meno consueto di un territorio che offre anche realtà urbane attive e vivaci, capaci di dialogare a testa alta con gli ambienti artistici della vecchia Europa.
Era forse proprio questo che Dorothea Sarah Florence Alexandra Ortlepp Phillips, meglio nota come Lady Florence Phillips, intendeva fare quando decise di dotare Johannesburg di un museo: trasformarla da centro minerario, cresciuto intorno alla ricchezza dei suoi giacimenti, a città (una città improntata, peraltro, sui modelli delle capitali europee).
Lady Phillips ne era certa: un museo non è solo uno spazio nel quale raccogliere opere d’arte ed esporle, è anche un luogo prezioso per la società civile, dove fare e promuovere cultura, e un riferimento per coloro che non sono appassionati diarte. Spinta dai suoi nobili ideali, l’affascinante Florence vedeva la nascita di una galleria pubblica come un’opportunità di crescita culturale per tutta la popolazione, oltre che un fattore di prestigio per l’alta società locale. Florence era nata il 14 giugno del 1863 a Cape Town.
Suo marito, Sir Lionel Phillips, era un magnate dell’industria mineraria. Trasferitasi a Johannesburg nel 1889, si mette ben presto di impegno per realizzare il suo sogno; convince alcuni industriali – Otto Breit, Sigismund Neumann, Abe Bailey, Friedrich Eckstein, Solly Joel, Julius Wernher – ad aiutarla con finanziamenti e donazioni, conduce trattative con il consiglio comunale per far approvare il progetto e trovare una sede al museo, acquista lei stessa alcuni dipinti. I suoi gusti non sono molto moderni: predilige l’opera di artisti inglesi e francesi del XVIII secolo, possiede un Constable, ma le sue preferenze cadono su Gainsborough, Reynolds, Romney, i maestri del Settecento britannico. Nelnucleo della sua prima donazione, l’unico artista francese del XIX secolo è Rodin. È l’incontro con Sir Hugh Percy Lane a cambiare il suo punto di vista, facendole scoprire la scena artistica di fine secolo, in particolare quella impressionista.
Esperto d’arte e mercante anglo-irlandese, Lane è il secondo protagonista del nostro racconto. Appassionato mecenate, seleziona e acquista opere per la Municipal Gallery of Modern Art di Dublino (oggi Dublin City Gallery the Hugh Lane). A differenza dell’amica Lady Phillips, conosciuta a Londra nel 1909, Lane ha gusti ben più aggiornati e un notevole intuito: la sua passione per la scena francese della metà dell’Ottocento lo porta a diventare uno dei più strenui difensori dell’impressionismo. Sono di sua proprietà alcuni tra i capolavori più noti e amati di quel movimento, ad esempio Gli ombrelli di Renoir, oggi alla National Gallery di Londra.
Lane spinge Lady Phillips a superare il confine del XVIII secolo, facendole acquistare alcunilavori più recenti, come quelli di Philip Wilson Steer, visto assieme durante una mostra di Goupil. Per trovare i fondi per comprare i tre dipinti dell’allora molto noto paesaggista inglese seguace dell’impressionismo, Florence vende un diamante azzurro che le aveva regalato il marito. Seguono poi altre importanti acquisizioni sul versante dell’impressionismo, che precedono le scelte dei musei britannici, ancora poco inclini ad apprezzare la pittura dell’Ottocento francese, anche a causa dello storico antagonismo culturale tra Londra e Parigi. Grande è l’interesse suscitato dall’esposizione londinese del nucleo di arte francese destinato al museo sudafricano. La collezione di Johannesburg, così, finisce con l’anticipare (e forse in qualche modo condizionare) le tendenze museali che negli anni seguenti caratterizzeranno anche il territorio britannico.
Se notevole è il ruolo di Lane nella diffusione del gusto impressionista, non si può dire altrettanto per la scena più strettamentecontemporanea: egli, infatti, non sembra sapersi spingere oltre l’ottava decade dell’Ottocento, ignorando, o comunque non sostenendo né apprezzando, i linguaggi più attuali. Nel 1909 in Europa già soffiavano i venti delle avanguardie: Picasso aveva dipinto due anni prima Les Demoiselles d’Avignon e si stava accingendo con Braque alle prime sperimentazioni cubiste, Matisse aveva già da tempo esposto con i fauves, Marinetti pubblicava proprio in quell’anno il suo Manifesto del Futurismo e la ricerca di van Gogh, Gauguin, Cézanne e Seurat era ormai entrata nella letteratura artistica e sentita come modello dalle nuove generazioni. Eppure, la più recente delle opere francesi presenti nella collezione continuava a essere un paesaggio di Monet del 1873. Bisognerà attendere ancora qualche anno perché questo limite venga superato.

Estratto dal testo in catalogo Skira






2018-11-30


   
 

 

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