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Ha fatto molto discutere – e probabilmente non è ancora finita – l’episodio che ha coinvolto il liceo Sannazaro di Napoli e la sua preside: in mancanza di spazi adeguati ed avendo accolto un numero di studenti superiore alle possibilità dell’istituto, la preside aveva deciso di far tenere lezioni in modo non proprio ortodosso, invitando i ragazzi anche a gite al mare e fuori porta. Genitori e studenti hanno protestato vivacemente fino a chiedere un’ispezione scolastica sull’accaduto che si è conclusa con la sospensione immediata della dirigente. Adesso si apre il capitolo dei ricorsi e il Tar sarà chiamato a pronunciarsi su quanto accaduto e la sua legittimità. L’episodio, al di là dei torti e delle ragioni dei contendenti, induce ad alcune considerazioni di fondo sulla nostra scuola. E non si può sottacere come questa istituzione fondamentale per lo sviluppo e la crescita della democrazia versi in condizioni assai precarie. Lacrisi ha molte facce. Innanzi tutto ci sono le carenze strutturali, edifici a rischio, locali insufficienti alle necessità, carenza endemica di personale: quante cattedre sono scoperte e quanto è difficile mandare avanti la baracca se, per fare un esempio recente, l’assenza di una bidella ha comportato la chiusura temporanea dell’asilo della scuola Cimarosa nel quartiere Posillipo di Napoli. Eppure da sempre si parla di rinnovare la scuola: abbiamo ancora davanti agli occhi la buona scuola renziana o l’altra proposta dalla Gelmini o ancora quella delle tre i – industria, inglese, internet - della Moratti. Col tempo abbiamo invece dovuto prendere atto di un lento ma inesorabile deterioramento delle condizioni complessive dell’istituzione scolastica al cui rinnovamento tutti hanno inteso dedicarsi ma con esiti ogni volta peggiorativi. Al prossimo esame di maturità gli studenti saranno protagonisti di unanuova riforma che abolisce la terza prova d’esame ma soprattutto che dà il benservito al tema di storia escluso decisamente dal calendario. E’ questo un aspetto di una gravità inaudita giacché cancellare la storia, vuol dire abolire la memoria. Giambattista Vico sosteneva che la memoria è la premessa per la rinascita e Jorge Luis Borges affermava che noi siamo la nostra memoria mentre Giacomo Leopardi sentenziava che noi non siamo niente senza la memoria e che anzi senza la memoria non sapremmo fare niente. Nasce allora il fondato sospetto di trovarsi di fronte ad una precisa volontà di annullare lo spirito di riflessione riportando ogni cosa alla pura e semplice esistenza del momento in ossequio alla “filosofia” dei social che minano la libertà di scelta e il pensiero critico. I metodi d’insegnamento: probabilmente la preside del Sannazzaro avrà avuto comportamenti sbagliati ma non sarebbe male se gli studenti potessero aprirsi al mondo al difuori delle aule e di certi programmi scolastici, fossero indotti, come suggeriva il professor John Keating ne “L’attimo fuggente”, “a vedere il mondo da un’altra angolazione”. Il rischio serio che si corre è proprio quello di sviluppare e imporre un “cliché” unidimensionale laddove le peculiarità individuali risultano fortemente condizionate se non abolite del tutto. Il compito della scuola viceversa dovrebbe essere proprio quello di stimolare la diversità creativa per aiutare le future generazioni a trovare la propria strada e a occupare in maniera significativa, come ancora il prof. Keating insegnava, lo spazio intercorrente tra la nascita e la morte. Antonio Filippetti |
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2018-10-31
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