Il mondo magico di Guarino Guarini
Riaperta la Cappella della Sindone
 











Il 19 luglio 1668 il duca Carlo Emanuele II, nominava ingegnere e matematico di Corte, il teatino Guarino Guarini, già da due anni operoso a Torino dove l’avevano chiamato i suoi confratelli, per fornire i nuovi disegni per la chiesa reale di San Lorenzo, la cui costruzione, iniziata nel 1634, era rimasta a lungo interrotta.
Non sappiamo con quale animo e quali speranze il Guarini giunse a Torino da Parigi, dove aveva disegnato e iniziato la chiesa di Sant’Anna Reale e avendo ancora in cuor suo la pena del lungo e l’ingiusto esilio cui l’aveva condannato il duca Alfonso di Modena, sua città natale.
Nella nuova capitale sabauda Guarino trova, insieme alle lucenti e soffici nebbie invernali, che gli ricordavano la sua citta, una cordiale accoglienza e soprattutto una libertà di pensiero, sino allora mai concessa, tanto da considerare la città la sua patria più vera.
Torino, in quel momento, era progettata dai Castellamonte; morto da poco il padre Carlo, ora era il figlio Amedeo, ad elaborare i disegni dell’aulica eleganza della Venaria Reale, abbondonando il manierismo un po’ freddo di eredità paterna costituiti dal Palazzo Reale e dalla via Po.
La città è ancora costruita nelle forme rigide classicistiche del Vitozzi, il quale aveva suggerito la squadratura di piazza Castello.
Il tutto avviene ancora per tagli prospettici, strade tracciate all’insegna della ragione, dell’ordine, dell’autorità, eredità dell’impianto urbanistico romano.
Prima del Guarini la città non ha ancora palazzi degni di questo nome; il Valentino, la Vigna di Madama Reale, sono fuori città, e solo qualche chiesa punteggiano gli isolati.
Guarini è dunque a Torino nel 1666 per la chiesa di San Lorenzo, la sua prima opera, che insieme poi alla cupola della Sindone, rappresentano i temi più discussi e complicati da interpretare.
L’intrico delle membrature, nascoste o visibili, ignorano ogni percorso rettilineo e trasferiscono il significato formale in giochi di tensioni, un mondo di curve in opposizioni, tale da conferire l’idea di una magica irrealtà strutturale. Invece l’inganno è solo apparente, ottenuto senza trucchi, operando con sottile audacia nel concatenamento delle parti, site con matematica precisione.
Guarini crea uno spazio interno inteso come una massa-luce, determinata dall’uso di membrature architettoniche tese ad una illusoria tensione verso l’alto, spazi che si aprono liberi al gioioso incanalarsi della luce solare che anima lo spazio.
Nel San Lorenzo la magia astronomica del Guarini si rivela nei primi giornidel solstizio d’estate, quando una particolare posizione del Sole, crea un raggio che, passando attraverso il finestrone, viene a cadere sopra il volto nascosto
del Cristo raffigurato nel drappo sorretto dalla Maddalena.
Dunque stiamo entrando in un universo dove l’architettura diventa sempre più complessa; si crea la forma nella mente poi diventa spazio, una metamorfosi il
cui mistero è ancora in parte nascosto.
Guarini, forte della padronanza della stereotomia acquisita dal soggiorno parigino – e con questa si intende lo studio dei materiali lapidei il cui passaggio in opera è mediato da ardue operazioni geometriche – innesta una cupola per la cappella della Sindone che non ha uguali.
E’ un obiettivo difficile e raffinato allo stesso tempo, in quanto si doveva definire a priori le parti costruttive in pietra ( e non più in mattoni) le quali dovevano essere assemblate secondo un preciso ordine.
Nel 1671 Guarini pubblica il suo vasto compendio nel “ L’euclidesadauctus” dove appunto la stereotomia compare come una branca della matematica e della geometria e afferma:
“Così le pietre, corso per corso, avranno una forza validissima a sostenere qualunque peso, purchè si osservi di farle tagliare nel modo indicato dall’architetto”.
Nella Cupola della Sindone il Guarini risolve il sogno dell’uomo, la sfida tra natura e Dio, il finito con l’infinito, l’eterna torre di Babele che plagiò Alessandro Antonelli nella Mole torinese.
Guarini a Roma, durante il noviziato, intuisce in Sant’Ivo alla Sapienza il segreto del Borromini, la chiesa generata dal numero tre, la spirale sul lanternino, su cui sale a fatica il sapere umano; un barocco sublime, immenso, e lo porta a Torino, proprio nel Duomo, e nella nuova cupola rifiutata dal Castellamonte, intimidito dall’impresa di dover ospitare la Sacra Sindone.
Due scale di accesso dal piano del Duomo, salgono nere, incombenti, in marmo di Frabosa, curve come una via medioevale, così da rimandare la sorpresa all’ultimo scalino, ove il piede si posa su un prato marmoreo e di stelle dorate, specchio del firmamento.
In ginocchio, posto lo sguardo all’altare ed alla Sacra Teca, l’occhio sale al cielo, sfonda la volta, la stella a sei punte irradiata dallo Spirito Santo-Colomba e vola verso il cielo infinito.
E’ il momento più magico del Guarini, più solenne, più misterioso e intimo, ove l’uomo raccoglie tutte le sue esperienze, vittorie e sconfitte, elibera l’animo dai sentimenti terreni, per giungere al nirvana.
Andrea Foresto






2018-09-30


   
 

 

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