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Com’è noto, non mancano nel nostro paese le ricorrenze da celebrare; ve ne sono di diverse specie anche se da qualche tempo quelle di carattere religioso sono state per così dire ridotte di numero col “declassamento” di alcune di esse in funzione del fatto che a mantenerle in vita avrebbe poi comportato un danno economico, specie se confrontato con quello che avveniva in altre nazioni, laddove il livello produttivo era ben più alto grazie a un maggior numero di giorni lavorativi. Ora però assistiamo a un sempre più invasivo fenomeno che è poi la pratica secondo cui s’intesta un giorno dell’anno a una particolare circostanza celebrativa. Non si tratta delle feste a carattere esclusivamente commerciale (la mamma, il papà, i nonni, gli innamorati ecc.) ma di quelle con impronta diciamo più decisamente civile, spesso avallate anche da organismiinternazionali. L’elenco in questo caso è lunghissimo, non solo ma in continuo sviluppo. E coinvolge un po’ tutti i settori della vita civile con “invenzioni” davvero singolari. Infatti accanto a celebrazioni canoniche, mettiamo quelle dedicate al lavoro, alla donna, alla pace, e così via, se ne sono aggiunte altre a dir poco stravaganti: abbiamo così la giornata delle torte (23 gennaio), quella della nutella (5 febbraio), la giornata dei biscotti per cani (23 febbraio), la giornata dei pinguini (25 aprile) e ancora la giornata del whisky (20 maggio) e quella delle tartarughe (23 maggio) Il repertorio è vastissimo e comprende onori dedicati alla giraffe, alle tapas, al pic nic, ai bloggers, alla risata e via di seguito. L’inventario è straordinariamente ricco e comprende circa 160 date da celebrare, quasi una al giorno. La prima osservazione che nasce spontanea riguarda la scarsa o nessuna efficacia di simili celebrazioni tenuto conto dell’assuefazioneche gli episodi in questione determinano annullandone gli effetti che si vorrebbero positivi e che paiono viceversa il frutto di personalismi dettati da pulsioni narcisiste o capricciose, prive di riscontro pratico. Ma anche tralasciando ora questo aspetto secondario, la riflessione che s’ impone ha una valenza più profonda. Fino a quando si avrà bisogno di celebrare una condizione umana, civile o culturale trascurata o addirittura umiliata e vilipesa, vorrà dire che la società dovrebbe in primis fare i conti con la propria storia ovvero con le condizioni e gli atteggiamenti che hanno reso necessario indire cerimoniali di questo tipo; vorrà dire semplicemente cioè che quella società non se la passa poi così bene. Bertolt Brecht diceva che non è felice quel paese che ha bisogno di eroi; allo stesso modo, per guarire dai tanti malanni che affliggono l’umanità presente, sarebbe auspicabile checostantemente tutti si impegnassero in maniera tale da evitare di dover ricordare una volta ogni anno, quello che in tutti gli altri giorni viene offeso e dimenticato. Antonio Filippetti |