Liberi in poesia
 







a cura di Antonio Filippetti




Liberi in poesia:  nuova edizione ( i poeti dicono che….)
Il progetto “Liberi in poesia” si concentra sin dall’inizio  su  determinate  prerogative  strettamente funzionali  al proprio obiettivo di fondo, vale a dire : “far circolare l’animus creativo”, “contrastare il livellamento delle coscienze”, “confrontare il libero pensiero”, “sostenere l’originalità dell’intelligenza”. Finora, con tipologie editoriali diverse sono state realizzate quattro edizioni.
Per una nuova tornata di “Liberi in Poesia”, intendiamo  raccogliere periodicamente  sulla nostra  rivista  la voce dei poeti sulla funzione della poesia nella società di oggi.

-Risponde Antonio Spagnuolo-
1. La prima è una domanda che può sembrare ovvia o banale, ma ci può dare una sua personale definizione di poesia?
La poesia èil sussurro che delicatamente il subconscio cerca di plasmare diventando inaspettatamente musica e parola , nella vertigine di quei sentimenti alti, che il nostro bagaglio culturale riesce a realizzare . La poesia è legata all’inconscio e l’inconscio è il luogo della poesia, divenendo simbolo della manifestazione trasognante , che prende e attanaglia l’esserci per l’esistenza.
2. Come si diventa (ci si scopre) poeti?
Personalmente io non mi sono scoperto poeta , sono nato alla poesia traducendo l’onirico dal quotidiano , e sin dalla gioventù il mio parlare ha acquistato involontariamente il ritmo dell’endecasillabo , insistendo in una natura presemantica che ha ricercato la pronuncia schermata dalla espressività. Il lavorio di ricerca ha quindi caratterizzato la necessità di scrivere in versi, fino  a diventarne radice e sostanza.
3. Quale rapporto esiste oggi tra il poeta e la società?
Io penso e credo che ilrapporto poeta / società sia sempre stato alquanto difficile , perché il poeta è stato spesso considerato un perdigiorno , con la testa fra le nuvole e l’incapacità di sopportare il travaglio. Ancora oggi il pubblico della poesia è scarso , perché non preparato alla lettura , sia per un deficit famigliare che per una mancanza nel dovere dei docenti. Io non avverto alcun disagio nel presentarmi nell’agone societario contemporaneo , e vivo la mia solitudine con grande impegno culturale.
4. La poesia può essere uno strumento utile per il cambiamento sociale o è destinata a rimanere  in un recinto esclusivamente personale, quando non edonistico?
Domanda molto tendenziosa , alla quale difficilmente si può dare una risposta valida. Il cambiamento sociale al giorno d’oggi è illusoriamente affidato alla schiera politica che invade le platee, nel mentre la poesia rimane un tentativo di “urlo nel deserto”. Chi l’ascolta ?
5. Tra leattività creative, quale ruolo occupa oggi la poesia?
Veramente non saprei con precisione collocare la poesia in un ruolo be preciso e determinante. Tra le attività creative (musica, pittura , prosa, scultura , tessitura et simili) immagino che sia la più seguita da una valanga di scrittori che credono di essere poeti . Non offrono nella scuola una ricerca approfondita della “Poesia” , per cui quest’ arte rimane uno scoglio abbrutito dalle onde e dal sole.
6. Secondo Giacomo Leopardi il poeta era poco considerato dalla società del suo tempo. Si può dire che oggi la situazione sia cambiata?
 Forse qualcosa è cambiato . Qualcuno accetta il poeta e lo segue , i mass media di tanto in tanto aprono i loro spazi , l’editoria accetta centinaia di tentativi.
7. Perché, a suo giudizio, ci sono tanti poeti e così pochi lettori di poesia?
Ripeto . Leggere la poesia , assaporarne i contenuti , assimilare i ritmi nonè da tutti . Manca una cultura di base , che purtroppo la scuola e la famiglia non offre al giovane. Che ci siano poi “tanti poeti” non sono d’accordo . I veri poeti contemporanei si contano sulla punta della mano , salvaguardando la massa informe che mena varsacci sulla pagina.
8. Come vede la funzione del poeta in futuro, ci sarà ancora spazio per la poesia?-
La poesia non morirà mai . Non riesco a immaginare nuove e accattivanti funzioni del poeta . Egli sarà sempre un uomo di cultura , con bagaglio invidiabile ,e sorprese inaspettate.
Antonio Spagnuolo

-Risponde Ugo Piscopo-
1. Ci può dare una sua personale definizione di poesia?
Provo a dare una mia definizione, sapendo che si tratta di una mia proposizione. Per ogni poeta, infatti, c’è una sua definizione. Da Platone e dal Perì upsous (il trattato del sublime attribuito allo Pseudo Longino) in qua è stata tutta unadeclinazione di definizioni non componibili fra loro, per l’intervento di variabili che di volta in volta hanno cambiato il concetto. Finora non si è arrivati, né si arriverà mai a un’unica e definitiva formula. E, se mai ci si arrivasse, vorrebbe dire che la poesia è morta, che ha scelto il suicidio nel regno del pensiero unico con pretese e certezze imperiali.
Per quanto ne sappia io, la poesia è una delle chiavi per entrare nel mondo del possibile dell’impossibile, del dicibile dell’indicibile, un universo incommisurato finora e in espansione, al modo della materia che tensivamente ed esplosivamente forma e informa l’universo.
2. Come si diventa (ci si scopre) poeti?
In mille modi, anzi in milleuno. Posso dire un po’ di me. Vivevo con una nonna contadina, di recente vedova, per sua compagnia. La mia famiglia, papà mamma mio fratello le sorelle, erano in un altro paese, non lontano dal villaggio dove stavo con mia nonna contadina, analfabeta, mache sapeva leggere il reale, come verità e come sogno, e narrava con gran gusto di dettagli le fiabe, recitava con icastica e persuasiva suggestività detti, proverbi, brani di teatro sacro degli “antici”, seguiva sentieri non comunemente praticati per scoprire collegamenti fra cose lontane e buffe asimmetrie fra cose vicine. Era un flusso di vitalità aurorale.
Io dovevo andare a scuola (quarta e quinta elementare), portarea pascolare la capra, provvedere a raccogliere l’erba per i conigli, mettere “all’ ammasona” le galline, andare a prendere l’acqua per bere alla fontana, raccogliere le castagne, le noci, le nocciole nella loro stagione, vigilare sull’orto, su un altro fondo di terra e su una selvetta accanto al camposanto. Ma mi piaceva tanto leggere e scrivere. In classe, il maestro si era fatta l’idea che io avessi aiuto e suggerimenti a casa per riassunti e temi. Un giorno, non ne poté più e mi esortò a non contrabbandare come miei lavori non miei, in quanto me li scrivevanodei familiari. Subito insorsero tutti i miei compagni protestando a mia difesa che quello che facevo io, lo facevo io e nessun altro, perché a casa stavo solo con una nonna contadina. Il maestro a quel punto esclamò: “Ma allora tu sei un poeta!”. E da quel momento mi dette il titolo di “piccolo poeta” e mi citava in classe come punto di riferimento.
Dovetti, poi, raggiungere la mia famiglia, per continuare gli studi. Ma studiavo di molta malavoglia, perché volevo continuare a stare con mia nonna e fare vita campestre, come gli altri miei compagni del villaggio. Mi portavo appresso una grande tristezza e rendevo a scuola molto mediocremente. Ma poi all’improvviso mi svegliai e cominciai a scrivere e a studiare alla mia maniera. Andavo molto bene in disegno, matematica e inglese. Ma il professore di lettere mi trattava con diffidenza. Un giorno mi appioppò un “non classificato” a un tema, perché era farina non del mio sacco, quella era una poesia. Provai inutilmente a convincerlo cheera il contrario. Non ci riuscii e ripresi a fare temini e riassunti mediocri ad altezza delle sue aspettative, o, meglio, non aspettative. Ma capii anche che la poesia è un linguaggio non usuale, di cui gli altri si allarmano come sotto effetto di una scossa.
Andai poi al liceo, deciso a fare bene ed ero a riscontro considerato bravo. All’università, mi appassionai del mondo classico, ma puntualmente vedevo che i professori (Brezzi, Arnaldi et alii), quando amichevolmente leggevano delle mie composizioni, cadevano in sospetto verso la mia poesia come impulso verso una vita altra.
Da allora capii, sperimentando sulla mia pelle, che la poesia è “vita altra”, una forte tentazione a rompere con ciò che è ordinario, normato, irreggimentato.
3. Quale rapporto esiste oggi tra il poeta e la società?
In un tempo come il nostro, connotato da processi di travolgenti cambiamenti, se non di mutazioni, in un universo liquido, come dice Bauman, tutto divienecommestibile, usa e getta, significativo se ha visibilità ed eccita con la sua immagine-sciock, tutto il resto va rottamato, soprattutto quanto appartiene al Logos o al Verbum.  Sì, si continua a parlare di poesia, di arte, di filosofia, di dialettica, di confronto, ma, nei fatti, si tratta di icone del passato, di intrattenimenti diseconomici, di figure inattuali e postume. Soprattutto la poesia è un mondo per persone che hanno bisogno di evasioni,  di delicatezze celestiali, di esercizi di autoreferenzialità. Si dice ordinariamente: “E’ una poesia”, per indicare qualche vaghezza sentimentale o qualche visione da libro dei sogni.
Questo svilimento delle attività euristiche e artistiche, tuttavia, stimola le medesime a sofisticare le inquisizioni, a inquisire criticamente le proprie ragioni, a ripensarsi, a cercare opportunità di accoglienza presso delle élites, e a prendere casa in isole di minoranze interessate alla poiesi vera,cioè in divenire, non già pregiudizialmentecostituita.
Intanto, dacché il bisogno di poesia è nel Dna di ciascuno, per vie complesse la ricerca poetica e l’arte entrano in circolo nel presente e nel futuro, costituendosi come punti di riferimento per ciascuna comunità, come beni comuni.
4. La poesia può essere uno strumento utile per il cambiamento sociale o è destinata a rimanere  in un recinto esclusivamente personale, quando non edonistico?
La risposta è già in quanto si è detto sopra a proposito del quesito precedente. Aggiungerei, però, la seguente veloce glossa. Dopo un periodo di eccessiva enfatizzazione, dal dopoguerra a tutti gli anni Sessanta del secolo scorso, sulla funzione sociale dell’arte e della poesia, i rapporti fra poesia e arte da una parte e società dall’altra si sono venuti ridisegnando sulla base di una stringente criticità del pensiero debole e di suggestioni provenienti da strutturalismo, stilistica, semiologia, linguistica, psicoanalisi, cinesica, nuovaretorica, competenze tecniche, dinamismi postmodernamente concettuali e intenzionali. Tuttavia, se il sociologismo del passato è stato messo tra parentesi in sospensione, fondamentali indicazioni di Lukàcs, di Benjamin, di Adorno,di Williams, di Zmegac, di Escarpit, di Scalia, di Muscetta, di Cases conservano una loro non debole attualità.
5.Tra le attività creative, quale ruolo occupa oggi la poesia?
Nell’ambito poietico-euristico, non esistono scale di valore. Tra le arti, corrono interazioni, sinergie, canali di comunicazione, alcuni alla luce del sole, alcuni sotterranei. Tuttavia, tra i frequentatori di questi continenti, operatori o osservatori spesso e volentieri vorrebbero dare il primato a una specifica arte, che sarebbe l’arte per eccellenza. Wagner, per esempio, pur concedendo che ogni linguaggio ha sue specifiche grammatiche e sue specifiche epistemologie, incoronava lamusica come la regina di tutte le arti, assumendola ad archetipo per tuttele altre, una specie di incunabolo  ideale da cui sarebbero derivati gli altri linguaggi. Analogamente, gli impressionisti erano fortemente persuasi che alla pittura si dovesse concedere un analogo riconoscimento.
Per me, la poesia potrebbe/dovrebbe assurgere ad archetipo delle arti, non solo del dire, dello scrivere e dintorni, ma di tutti i linguaggi espressivi, matematica compresa, in quanto  a contattazioni di sentieri incrociati, a disoccultamenti di percorsi inventivi, a sospetti di  insorgenze  segrete, che attendono di essere riconosciute e accolte e, intanto, stanno dietro l’angolo del tutto ignorate. E in quanto a interrogazioni dalla soglia e a mimesi azzardosa di ciò che ancora non si sa.
6. Secondo Giacomo Leopardi il poeta era poco considerato dalla società del suo tempo. Si può dire che oggi la situazione sia cambiata?
Assolutamente non è cambiata. Ma, in realtà, il rapporto tra poesia e società è stato semprecontroverso, se non drammatico. In una bellissima ecloga, Virgilio fa parlare un “migrante coatto”, che è un poeta, sotto le cui spoglie c’è lui in persona,  costretto a lasciare i suoi campi e la sua dimora campestre. Dialogando in piena notte con un compagno di via occasionale, un pastore, egli confida con una profonda malinconia che il poeta, di fronte al travolgente sconvolgimento causato dalla guerra, non è che una colomba su cui si scaglia uno sparviero affamato.
Certo, nel mondo moderno, entro i nuovi orizzonti di fermentante cambiamento delle interrelazioni sociali, s’è diffusa l’attesadi un potenziamento e di una rivalutazione della poesia in senso universale. D’impulso di tali attese, Majakovskij scrive un vigoroso e ottimistico poemetto intitolato 15000000, indirizzato a tutti gli abitanti della Russia, che ha un respiro pressoché epico. Ma poi, di fronte alle verifiche della dura realtà, egli esce di scena, sbattendo le porte della vita, si suicida.
7. Perché, a suo giudizio, ci sono tanti poeti e così pochi lettori di poesia?
Perché la poesia postula disponibilità totale agli itinerari “in interioremhominem”, come diceva Sant’Agostino, mentre il reale è un rapinoso flusso che non ammette soste interiori,
è un vero congegno tritacarne. Ma anche perché, il più degli individui, presso tutte le comunità e presso tutte le culture, rispetta puntualmente la legge della mediocrità, come per un risparmio accorto di energie. Le maggioranze sono costituite da attori che si vogliono collocare al centro, evitando di esporsi sia in senso agonico, per non essere trattati come obiettivi dell’invidia e della gelosia, sia in senso rinunciatario, per sfuggire agli incasellamenti tra quelli che devono essere messi alla berlina.
8. Come vede la funzione del poeta in futuro, ci sarà ancora spazio per la poesia?
La vedo sempre la stessa, come in ogni tempo e luogo, sulla lama del rasoio.Ovviamente, all’interno delle accelerate e travolgenti situazioni in movimento, che sollecitano flessibilità e inventività nei comportamenti e nei linguaggi.
Ugo Piscopo

-Risponde Lucia Stefanelli Cervelli-
- La prima è una domanda che può sembrare ovvia o banale, ma ci può dare una sua personale definizione di poesia?
La Poesia è ascolto profondo della propria autenticità.
Pretende l’assoluta onestà del tradurre il rigoroso disagio dell’esserci, trasponendolo in sintesi di linguaggio. Linguaggio emblematico, di ampiezza semantica, che instaura continui rimandi di senso, mentre annega nelle misura cosmica che decodifica l’armonia.
Il resto è versificazione.
Detto questo, chiarisco che non intendo alludere ad un puro soggettivismo, che escluderebbe la tangibilità e la presenza dell’accadere e delle cose, ma voglio piuttosto richiamare alla responsabilità etica propria del poeta di non sottrarsi a sestesso, di non assumere anticipatamente ideologie da esplicitare o assonanze in convergenze alla moda.
La Poesia abita lì dove non ci si difende da Essa e dove non la si ricerca a mestiere.
E’ fatta di echi e risonanze: dall’intelletto all’anima, dalla parola all’ascolto, dal singolo all’universale.
E’ un dono che si riceve e che si offre alla mensa dell’umano.
- Come si diventa ( ci si scopre ) poeti?
Assolutamente per caso.
Così come è antimetodologico e quasi inconsapevole il percorso di esplorazione nel procedere del Sé, che assorbe dalla vita.
D’altronde è in tal modo che  si individuano ogni talento, ogni predisposizione.
Si inizia leggendo e amando la sintesi  e la musicalità della parola poetica; se ne resta ammaliati .Non si decide di sperimentare, ma accade di essere catturati e ci si offre allora all’enigma delle cifre che presiedono al verso.
La Parola rivela così tutto il suo potere: ammalia per precisione ovaghezza, per mimesi o unicità. La legge dei contrasti presiede alla volontà del dire ed al fascino del non detto.
Un dettato interiore sottrae all’afasia ed al contrabbando dell’inutile.
La Poesia possiede un che di oracolare, che affonda in vastità di cultura priva di erudizione e nella potente ignoranza dell’intuito primigenio.
- Quale rapporto esiste oggi tra il poeta e la società?
In una società di disvalori, come quella attuale, il poeta avverte spesso ancor più la propria marginalità sociale, ma proprio per questo maggiormente riscatta la sua funzione civile.
 Diventa testimone dell’etica che si richiama all’autenticità, all’onestà assoluta del pensiero.
Declina la visione del mondo come prototipo dell’umano che in tutti vive e che, solo, rappresenta cifra di dignità e di pregio della Persona.
Di ogni Persona.
Al poeta non interessa alcuna delimitazione di appartenenza: egli parla a nome dell’universale.
La sua Paroladeclina la forma del pensiero e la vivifica con l’immediato dell’emozione.
Forma immediata, appunto,catturata e profonda,  sobria e governata.
Il poeta è sempre un uomo libero che non pretende proseliti, ma propone alla conferma fraterna del consorzio umano la prismatica complessità dell’esserci.
Oggi più che mai c’è bisogno della Poesia: antidoto contro la volgarità che deprezza e genera violenza; contro la banalità di un pensiero troppo debole e pragmatico, che immiserisce ogni significato del vivere.
- La poesia può essere uno strumento utile per il cambiamento sociale o è destinata a rimanere in un recinto esclusivamente personale, quando non edonistico?
La Poesia certamente può operare per il cambiamento sociale, che fra l’altro è sempre imprescindibilmente preceduto da un mutamento della prospettiva culturale, ma non intraprendendo battaglie con mezzi impropri o facendosi amplificazione di questa o quell’altra ideologia.
La Poesiadeve accendere in molti – e molti volontariamente se ne  precludono - il desiderio di pervenirvi, una tensione verso un’oasi desiderata.
Un’oasi di privilegio non come luogo di riposo o, peggio, di fuga, ma piuttosto intesa come approdo alle esigenze più profonde dello spirito e dell’intelletto. Una sorta di terra promessa che appartiene alle profonde esigenze dell’umanità tutta.
La Poesia deve farsi ideale di Parola autentica che rigeneri il desiderio di verità e di dignità in tutti gli uomini.
Essa ha la forza disarmata e disarmante della testimonianza dello spirito.
E’ quella Parola che si rigenera nella verità e scopre potenza di intesa universale.
La società ha bisogno oggi di riflettere sulle sue derive culturali, sullo scadimento dei valori, sull’oggettualizzazione della persona, sulla compravendita delle coscienze, sulle nevrosi del consumo e  la prepotenza dei mercati.
L’Uomo, oggi, condannato ad un prevalente ruolo di produttività economica, deveriscattare la sua possibilità di porsi libero, senza aggettivazioni mortificanti, contro ogni predeterminata ed obbligante funzione.
L’Uomo deve ritornare ad avvertire il privilegio dell’umano e l’assoluto rispetto per il suo essere unicità di Persona.
- Tra le attività creative, quale ruolo occupa la poesia?
Non amo parlare di creatività, vocabolo ambiguo che oscilla fra talento e genialità ..
Oggi essere “ creativo” fa moda:quasi incentivazione, dalla validità psicosocializzante, a sperimentare, a”provarci”, così come viene viene, in un’ottica che conduce ad un disinibito dilettantismo. 
Non nego  la libertà di nessuno a cimentarsi come vuole ed in qualsiasi ambito d’arte,ma prima di considerare di “ pregio artistico” la propria produzione e di darle una destinazione pubblica,
occorrerebbe valutarne obbiettivamente la reale portata. Valutazione non affidabile alla giustificazione del proprio estro estemporaneo e personalistico.
La Poesia -  come la musica, la pittura,la scultura, la danza e così via - è Arte.
L’Arte, la vera Arte, ha sempre in sé il dato di un’ammaliante “diffida” nei confronti del fruitore, quasi un’ipotesi di suggerita inadeguatezza, che deve spingere ciascuno a riflettere e a valutare  le proprie singole capacità, tra spinta di emulazione e umiltà di autocritica.
. L’Arte è un raggiungimento, una meta ardua,  una macerazione antica ed una gioia improvvisa dell’intuito. Spesso un dono. E i doni indicano un privilegio, una destinazione arbitraria di scelta.
E’  stolta demagogia pensare che un dono sia per tutti. Esso stesso perderebbe senso e sacralità. Dobbiamo abituarci di nuovo a pensare a porre distanza di obiettività tra quello che vorremmo e quello che davvero ci è dato fare.
Troppo protagonismo, troppo narcisismo,  troppe velleità.
Troppo desiderio di visibilità.
E’ questo l’oltraggio del vuoto e  del peregrino che oggi rendearduo il riconoscimento di ciò che, veramente prezioso, possa rifulgere tra molta paccottiglia seriale.
A farne le spese, le nuove generazioni che non hanno così, e non avranno, parametri di riferimento proprio nell’età incerta che non consente loro  di possedere già un bagaglio autonomo di individuazioni precise per merito e valore.
Colpevole anche la scarsa lungimiranza della nostra travagliata storia di continue, destrutturanti e stolte riforme scolastiche.
Secondo Giacomo Leopardi il poeta era poco considerato dalla società del suo tempo. si può dire che oggi la situazione sia cambiata?
Dipende da ciò che si intende per “ considerazione”.
Se inquadriamo il quesito negli stessi termini leopardiani, certamente da allora non è cambiato molto, in quanto al credito che si riserva convintamene alla Poesia, e quindi al poeta. Anzi, in tal senso la cosa è peggiorata col prevalere di una involgarita valutazione dei valori, tutti all’insegna deldato economico, della spettacolarizzazione diffusa e celebrati da una  condivisa ignoranza che però nega se stessa in modo presuntuoso, spesso con l’avallo anche di svuotati titoli di studio.
Un po’ di “considerazione” oggi si attribuisce a quei pochi poeti che godono di una certa visibilità mediatica o perché inseriti già professionalmente nel sistema della comunicazione ( autori tv, giornalisti, dirigenti televisivi, appartenenti a case editrici, università, politica,ecc. ) o perché promozionalizzati dagli specifici interessi  economici di qualche importante azienda editoriale.
In genere, attualmente si preferisce porre attenzione alla produzione dei poeti ormai defunti,anche se recentemente, i quali più di sicuro hanno già determinato tutta la loro produzione e che, soprattutto, hanno il pregio di non essere  più competitori attivi.
I posteri vogliono così deporre la loro “ardua sentenza”.
Interessarsene prima, quando ancora in vita, fa correre ilrischio di pronunziarsi troppo personalmente, di assumerne un padrinato, di smuovere l’ostilità di qualche denigratore, di dispiacere qualcun altro che non è stato prescelto. Il poeta defunto, invece, è voce che viene da lontano, diventa innocuo, acquista l’alone ed il rispetto dovuto ai morti, dà la possibilità al critico ed al lettore di costruire una mito/storia fino all’estremo dell’apologia. Se poi qualcuno non condivide l’entusiasmo e tende a ridimensionare, si è però sempre fatta  opera di documentazione storico/letteraria.
Considerare il Poeta, vivo o morto, richiede comunque la necessità di riconoscere dapprima il valore della Poesia: cioè di qualcosa che è gratuitamente alta e bella, testimoniale ed integra, non
negoziabile nella sua autenticità. Questo, però, è un atteggiamento mentale assai poco avvertito anche per la dura coerenza morale che comporta.  
Perché, a suo giudizio, ci sono tanti poeti e così pochi lettori dipoesia?
Per la semplice ragione che  essere “lettore di poesia” dovrebbe precedere l’essere poeta, cosa che invece generalmente non più accade.
In realtà, oggi si rifiuta il padre, il maestro, l’esempio.
Tutti avvertono l’esigenza di porre la propria voce, senza bisogno di linfa né di confronto, di strumenti, né di netta consapevolezza.
Ognuno genera se stesso con la presunzione di porsi impudentemente al centro del mondo,
Basta un estro momentaneo, una riflessione riciclata su temi strumentalizzati e fin troppo condivisi, un’immagine di per sé quasi obbligatoriamente lirica citando mare, uccelli, trepidanti cuori ed ecco pronto il menu poetico.
Interessa scrivere poesie non individuare la propria coerente poetica e la propria cifra stilistica.
Come vede la funzione del poeta in futuro, ci sarà ancora spazio per la poesia?
Ci sarà spazio per la Poesia soltanto se si ritornerà ad una più reale, severa, approfondita dignitàculturale della società tutta.
L’Uomo deve riconsiderare se stesso ed il proprio compito nel mondo.
Occorre riscoprire il diritto a conseguire una vera dignità consapevole attraverso un iter di istruzione solida e davvero formativa, in grado di fornire strumenti critici che restituiscano l’individuo alla libertà del suo pensiero.
Occorre smetterla con questa società dell’intrattenimento perenne che crea sonno della ragione e assopimento delle coscienze.
Occorre ripensare ai doveri della reciprocità che impone il vivere nella comunità civile ed all’orgoglio di  potersi sentire unici ma cooperanti: individui senza individualismo, presenti a costruire il bene comune.
La Poesia allora rinascerà spontanea perché ritroverà accenti universali e forza corale pur nella singola voce.
Lucia Stefanelli Cervelli

RISPONDE FABIO DAINOTTI
1).Ci può dare una sua personale definizione di poesia?
La poesia èuna musica che associata alle immagini produce conoscenza, differente rispetto alla conoscenza data dalla filosofia, e provoca emozioni.
2) Come si diventa (ci si scopre) poeti?
Dal desiderio di tradurre in parole  e comunicare il proprio mondo interiore e la propria visione del mondo, la Weltanschauung. Spesso nasce dall’apprezzamento di un particolare poeta che ci è particolarmente congeniale e quindi rivela a noi stessi alcuni aspetti, del reale o della nostra psiche, prima sconosciuti, destando una sorta di desiderio di emulazione.
3) Quale rapportoesisteoggitrailpoetaelasocietà?
Esiste un vasto gruppo di intellettuali (anche poeti) inseriti nel mondo produttivo: funzionari televisivi,  giornalisti, docenti universitari o di scuola media, pubblicitari, dirigenti di case editrici; quindi inseriti nella società. Ma bisogna avere un secondo lavoro per vivere, non basta certo la poesia, purtroppo.
4)La poesia può essere uno strumento utile per il cambiamento  sociale o è destinata a rimanere in un recinto esclusivamente personale, quando non  edonistico?
La poesia può essere utile per il cambiamento sociale, ma ha bisogno di tempi lunghi, si tratta di  contribuire al processo di incivilimento della società, senza la pretesa di orientare subito le scelte, ciò che spetta alla pubblicistica, al pamphlet, alla politica, ai media.
5) Tra le attività creative, quale ruolo occupa oggi la poesia?
Naturalmente i libri di poesia sono meno venduti dei romanzi e di altri generi; ma penso che la poesia abbia un’importanza maggiore sul linguaggio, rispetto al romanzo, ad es., che dà più spazio alla trama e ad altri elementi. Unendo parola, musica e immagini, la poesia occupa un posto privilegiato tra le attività creative; oltretutto la parola poetica si sposa alla musica nel melodramma, nelle operette, nella musica leggera.È bensì vero chela musica è un linguaggio più universale, dal momento che è compreso dai parlanti di tutte  lingue; ma anche la poesia ha valori fonico timbrici apprezzabili anche da chi ne può comprendere solo limitatamente il significato. Il significante ha un suo spazio ragguardevole.
6)Secondo Giacomo Leopardi, il poeta era poco considerato dalla società nel suo tempo. Si può dire che oggi la situazione sia cambiata?
Se un poeta è affermato, viene anche considerato. Pensiamo ad Edoardo Sanguineti, recentemente scomparso, che faceva anche pubblicità. Certamente oggi si guarda al guadagno. Tanto guadagni tanto vali; lo diceva però già Orazio qualche…annetto fa. Certo altre attività creativeriscuotono maggior considerazione, ma anche per la maggiordifficoltànel comprendere la poesia, e per la maggior facilità, apparentemente , nel comporla. Poi la poesia viene associata solitamente alla ragazzina romanticae innamoratao alla casalinga insoddisfatta, perché puòfunzionare più  facilmente come sfogo, e non richiede l’impegno che richiederebbe un romanzo.
7) Perché, a suo giudizio, ci sono tanti poeti e così pochi lettori di poesia?
Perché scrive, per uno  sfogo momentaneoche abbisogna di poco tempo e di nessuna spesa, anche gente illetterata, poco motivata alla lettura, soprattutto di libri complicati, e poco desiderosa di spendere soldi per i libri, che non costano poco, in un periodo di crisi massimamente. Negli anni ‘60 la gente, dopo avere fatto tutte le altre spese, ad es, i mobili, pensava ai libri, e c’era il boom di quelle opere enciclopediche, che spesso servivano ad arredare ea riempite le librerie del salotto.
8) Come vede la funzione del poeta in futuro, ci sarà ancora spazio per la poesia?
CI vorrebbe la sfera di cristallo, ma ci sarà,credo, sempre bisogno di una cosa tanto più preziosa quantopiù apparentemente inutile ai fini pratici, ma utile perché “salva lavita”, e gratuita, com’è per statuto la poesia.
Fabio Dainotti

RISPONDE  CORRADO CALABRÒ
1) Ci può dare una sua personale definizione di poesia?
Emily Dickinson affermava che “il poeta è colui che distilla un senso sorprendente da ordinari significati”. E per Blanchot “scrivere è portare in superficie il senso assente”.
Per me la poesia è un interruttore, un commutatore di banda, che fa sì che appaia sul nostro schermo interiore qualcosa che avevamo sotto gli occhi e che guardavamo senza vedere.
Sì, è così. Accade come in amore. Quanti ragazzi hanno guardato quella ragazza senza vedere in lei nulla di più delle altre? Poi un ragazzo s’innamora e vede in lei una bellezza che nessun altro ha visto. La poesia, l’arte fanno lo stesso. 
La poesia asporta la cateratta dell’abitudinarietà: un intervento oculistico di chirurgia estetica che ci apre gli occhi.
Ma non basta che il poeta veda. Unacombinazione di parole diventa poesia quando il poeta riesce a comunicare ad altri lo stupore della sua piccola scoperta. Raggiunge il suo risultato quando l’emozione, la percezione del poeta si rigenerano –non per comunicazione diretta, per risonanza- nel lettore, nell’ascoltatore.
2) Come si diventa (ci si scopre) poeti?
Come ci si scopre mancini, o daltonici, o musicisti.
Un soffio sembra attraversare in certi momenti il nostro stato d’animo e preannunciarci che sta per recarci la rivelazione di qualcosa che ci predispone a un’improvvisa sovradeterminazione. Sì, a volte – in un momento felice che ha del magico – un’immagine, una percezione, un’intuizione si stacca dal film travolgente del quotidiano e s’impone all’attenzione con una suggestione imprecisabile, condensando in sé un significato che ci conquista come una rivelazione, tanto da diventare un’immagine, una percezione, un’intuizione sovradeterminata. E’ questa una sensazione che ho provato giànell’infanzia. Risalgono a quell’età i miei primi tentativi di poesia.
Forse l’ambiente mi aveva predisposto.
Mia madre recitava spesso delle poesie a memoria; ne conosceva moltissime.
Ne sentii la suggestione fin da bambino; addirittura ne avevo imparate alcune a mia insaputa.
Ma l’imprinting vero e proprio lo ebbi quando, alla scuola media, appresi alcune poesie in francese: La Fontaine, Rostand, Victor Ugo, Baudelaire, Verlaine, poi Corneille. Ne imparai a memoria varie, senza alcuno sforzo, anzi avidamente.
Quando si dice che imparare poesie a memoria fa venire in odio la poesia…
Sul momento può darsi costi una certa fatica; ma i neuroni dei ragazzi sono così vergini, così duttili, in attesa di essere attivati! Comunque, quando le poesie memorizzate, a distanza di tempo, ci ritornano involontariamente nella mente, acquistano un senso, un gusto, che ce le fanno risentire con una valenza profonda.
Dipende poi dall’attrazione che il testo esercita su di noi e dalmodo seducente o repulsivo con cui l’insegnante ce lo propone.
Io stesso, che assorbivo come una spugna le poesie recitate da mia madre, ho detestato da bambino Dante, vale a dire il poeta che da adulto avrei poi tanto amato.
Il fatto è che c’era in casa uno zio scapolone che conosceva a memoria tutta la Divina Commedia e sapeva recitare tutti i canti dal primo verso all’ultimo e dallultimo al primo. Era una cosa così meccanica, disanimata, che faceva perdere il senso e la percezione della bellezza di quella grande poesia.
3) Quale rapporto esiste oggi tra il poeta e la società?
4) La poesia può essere uno strumento utile per il cambiamento sociale o è destinata a rimanere in un recinto esclusivamente personale, quando non edonistico?
5) Secondo Giacomo Leopardi il poeta era poco considerato dalla società del suo tempo. Si può dire che oggi la situazione sia cambiata?
Viviamo in un tempo in cui si parla tanto: al telefono, via sms, whatsapp,e-mail, in televisione. La televisione ha abituato la gente a parlare fluentemente; e non è merito da poco. Ma ci ha abituati ad appagarci di una visione banale del nostro essere al mondo.
Per la quotidianità ciò è sufficiente. Ma nel fondo del nostro animo si annida l’insoddisfazione. Noi sappiamo che l’apparenza superficiale non è tutto.
Nei mass media, l’ovvietà la politically correctness imperano. Chi parla tende a dire cose che potrebbe dire chi ascolta; e chi ascolta si attende quel tipo di comunicazione.
Tutto l’opposto della poesia che è (o dovrebbe essere) novità, sorpresa che zampilla, combinazione inedita di parole che fanno emergere dal profondo, dal preconscio, un senso, un’emozione in incubazione.
Ci sono state epoche in cui la poesia ha parlato al popolo e ne ha fatto palpitare gli animi: Manzoni, Dante, Petrarca, Foscolo, Leopardi Giusti, Parini, per limitarci ad alcuni italiani.
Ma oggi ad emozionare sono solo le canzoni. Le quali aggiungono sì alleparole la musica, ma (tranne eccezioni) “normalizzano” sia il testo che la musica e annacquano l’impulso creativo nella corrività di quel tanto da piacere ai molti.
E la sensibilità della gente si appiattisce sempre più. Quanti oggi si sintonizzano, emozionandosi nel profondo, con la musica sinfonica, con la musica lirica?
6) Tra le attività creative, quale ruolo occupa oggi la poesia?
“Siano liberi come rondini i poeti” sente dire Hörderlin.Ma questa libertà non è arbitrio senza vincoli, desiderio capriccioso, bensì suprema necessità»(Heidegger,La poesia,p.54).
La poesia cresce dentro come un embrione nel poeta ingravidato, matura come un frutto finché il poeta sente che non può più cambiare un verso, una parola, un’interpunzione, a pena di guastarla, di falsarla, di tradirla.
È come se ci fosse per la poesia (per l’arte) una legge naturale tutta sua che rifiuta al tempo stesso la casualità degli accostamenti e la predeterminazione della lororicerca. Come se esistesse una scala cromatica che il poeta deve scoprire a occhi chiusi.
È solo quando quello che il poeta “vuole dire” corrisponde (in accettabile misura) a quello che “deve dire” la creazione prende forma.Altrimenti è un aborto.
7) Perché, a suo giudizio, ci sono tanti poeti e così pochi lettori di poesia?
L’impulso a poetare nasce dal sentimento dell’inadeguatezza di tutto quel che è stato detto ad esprimere quel personalissimo lampo di bellezza che ci ha abbagliati.
Quella cosa così nuova richiede un’espressione inedita.
Solo che la poesia è una scommessa in qualcosa di estremamente difficile: dire qualcosa di nuovo, di non detto, forse d’indicibile usando le parole, vale a dire il mezzo più usato, più sciupato, più abusato che ci sia.
Il tentativo di scrivere una vera, autentica poesia è quindi destinato a fallire la maggior parte delle volte.
Ma il poeta (rectius: il poetante) non vuole ammetterlo. Trasmuta allora ilsuo testo inespresso in una forma artificiosa, lo rende incomunicabile, persino indecifrabile.
A lui quelle parole, disarmoniche, inconiugabili, continueranno a ricordare l’emozione provata quando lo scriveva, come le mollichine lasciate cadere da Pollicino gli avrebbero ricordato la strada al ritorno.
Ma per gli altri quelle mollichine sono soltanto pezzetti di pane, non segna-sentiero.
D’altra parte, un po’ per limitatezza di visione, un po’ per ipertrofia dell’io, le poesie degli altri restano estranee al velleitario poeta.
Il che si comprende se si considera che la maggior parte delle poesie altrui sono come quelle da lui scritte: non poesie o, al più, poesie embrionali, farfalle rimaste bruchi.
8) Come vede la funzione del poeta in futuro, ci sarà ancora spazio per la poesia?
L’interdipendenza degli approcci caratterizza oggi, più che mai, la cultura. La scienza, nella sua ultima proiezione, si sovrappone all’arte e alla filosofia. Può laletteratura, la poesia, rifiutare l’osmosi della scienza senza autocondannarsi all’estinzione come i Catari? Accanirsi letterariamente sul linguaggio ne anemizza la vitalità espressiva. Un linguaggio fine a se stesso, un linguaggio ripiegato su se stesso avvizzisce sé e con esso le nostre strutture mentali. Ma non per questo si può rinunciare al linguaggio; a un linguaggio che si alimenti di conoscenza e ne sia tramite.
La poesia non parla col linguaggio della scienza, ma deve dire, suggerire, qualcosa che ci protenda oltre noi stessi.
Una poesia senza messaggio è fatua, derisoria e al tempo stesso pretenziosa fino alla megalomania, come l’imperatore della fiaba di Andersen che se ne andava in corteo in mutande a farsi riverire e ammirare dai suoi sudditi, convinto di essere rivestito sontuosamente da un abito visibile solo dagli intelligenti. È la forma estrema del cerebralismo impotente e tuttavia in preda a delirio di onnipotenza, perché vorrebbe con una parola -una parolaqualsiasi ma uscita da quel cervello superiore- ricreare il mondo.
Attenzione, però! La poesia non tollera un messaggio voluto. La comunicazione poetica è intuitiva, non discorsiva, non concettuale. Dice un vecchio proverbio arabo che chi non capisce uno sguardo non capirà mille parole. Ai primordi del senso artistico si trova innanzitutto la gioia di capire ciò che un altro vuol dire, d’immedesimarsi nel suo stato d’animo, più che nelle sue parole.
La poesia (al pari della scienza e della stessa religione), per rarefatta che sia, non può restare confinata in un limbo d’incomunicabilità, di reciproca inaccettazione.
Sebbene la poesia non comunichi in modo diretto, non faccia esposizioni o ragionamenti. La poesia illumina con un flash, la poesia –come dicevo- ci rivela qualcosa che guardavamo con gli occhi di ogni giorno senza vederlo.
Lo fa attraverso una combinazione originale di parole consuete.
Per lo scultore la materia prima e lo scalpello sono sempre gli stessi, mala forma ch’egli modella è sempre nuova. Con i mezzi usuali egli realizza una scoperta della capacità espressiva che, come diceva Michelangelo, è racchiusa, imprigionata nel marmo. Così fa il poeta adoperando le parole.
Quando per una piccola magia il tentativo ha esito felice, il primo a stupirsene è l’artista.
Corrado Calabrò

 

 

 

 



 






2018-01-31


   
 

 

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