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L’inizio di un nuovo anno coincide di solito con l’annunciazione di un programma di cose da realizzare; questo vale sia a livello individuale sia per quanto riguarda i “gestori” della cosa pubblica. Il 2018 poi è sotto quest’aspetto particolarmente interessante poiché, com’è ormai acclarato, a marzo ci saranno le elezioni politiche, ovvero la consultazione universale attraverso cui i cittadini eleggeranno il nuovo parlamento e coloro che avranno il compito di guidare il paese in futuro. Le previsioni tuttavia non solo rosee, tutt’altro. C’è chi prevede un vero e proprio flop che ci costringerà, causa una pessima legge elettorale, a tornare a breve alle urne. Con quali auspici non è dato sapere. Ma a voler restare coi piedi per terra e a volersi limitare all’essenziale, visto come sono andate le cose in quest’ultima legislatura, per noi che ci occupiamo prevalentemente di cultura le preoccupazioni sono più chelegittime. In quest’ultima legislatura abbiamo assistito più che alla progettazione e/o gestione di una politica culturale, allo smantellamento anche di quel poco che ancora restava in piedi. Basti pensare alla scuola pubblica e a com’è stata amministrata. Il disastro è palese. Altro che “buona scuola”. D’altra parte se si pensa alla “statura” culturale del ministro di riferimento tuttora in carica e alle sue “capacità” espressive c’è da preoccuparsi davvero. Anche per alcuni risvolti paradossali. Infatti, mentre il ministro stesso non riesce a far pace con i verbi e i comparativi, si pretende che i nuovi assunti per concorso nell’istruzione scolastica, al di là della materia per cui concorrono, siano chiamati a sostenere un colloquio in lingua inglese (sic!). Un ulteriore affronto per l’idioma di Dante e Leopardi. Nel momento in cui l’Inghilterra decide di staccarsi dall’Unione Europea, in Italia si pensa di verificare le competenze culturali degli addetti conun esame in inglese. Mentre verifichiamo già da tempo come l’uso “maccheronico” della lingua di Albione venga utilizzato a sproposito nell’informazione, nella politica, nell’economia, privilegiando quasi sempre una versione “onomatopeica” e senza alcuna esigenza concreta. La verità è che la cultura nel nostro paese soffre da lungo tempo perché sempre meno e meno qualificati sono coloro che per ruolo istituzionale dovrebbero essere i paladini e i promotori della sua diffusione. Ma, cosa ancor più grave, è che la cultura, al di là dei proclami di rito o di facciata, interessa sempre meno i padroni del vapore e semmai, più che apprezzata, è temuta e vista con sospetto giacché essa induce per vocazione a pensare e riflettere e viceversa, in una società come quella che si sta compattando, sempre più appiattita e livellata sui ”selfie” di massa, fa molto più comodo circoscrivere e isolare la cultura ed i suoisostenitori per avere poi le mani libere per poter brigare tra intrallazzi e maneggi vari. Antonio Filippetti
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