MARCELLO MORANDINI
 






Gallarate -VA- Museo MA*GA
Dal 12-3-2017 al 16-7-2017




Le regole del gioco
Marcello Morandini costruisce il suo “mondo perfetto” in bianco e nero. Pochialtri artisti lo hanno fatto e lo fanno con tanto rigore – Franco Grignani, MarinaApollonio, A.G. Fronzoni, che imponeva ai suoi studenti di vestirsi in bianco enero… - e lui stesso, nei suoi progetti di design o di architettura, qualche voltaderoga a questo rigore, inserendo qualche colore. Ma, si sa, il design ha ache fare col mondo, è una disciplina “mondana”, intesa nel senso medievaledel termine, mentre l’arte è un territorio che si sceglie, in fondo senza doverrendere conto a nessuno, se non alla purezza della regola che ciascun artistaadotta per sé. Naturalmente, la regola che ci si autoimpone può comprendereanche delle sfrenatezze espressive e narrative, ma è quasi impossibile che,una volta scelta la propria strada, l’artista ne esca facilmente. Morandini nonvi è mai uscito, a meno che non si consideri il grigio – chetalora usa – comeun’eccezione, e non come mediazione tra gli opposti (bianco e nero). Del resto,perché uscirne? Il grande privilegio dell’artista – ancor più dello scienziato – èquello della costruzione autonoma del proprio mondo, di cui si stabiliscono limitie regole, e il cui scopo è quello della perfezione armoniosa, persino quando sinarra il proprio vissuto, magari pieno zeppo di episodi strazianti.
Morandini non si rivolge al vissuto, ma alla forma, non alla psicologia, ma allamatematica, non all’individuo ma all’universale: per questo sceglie il bianco eil nero, per questo non deflette mai dalla sua sicurezza operativa. Il processomentale che lo ha portato alla scelta degli elementi semplici che costituisconole basi di ogni sua costruzione è tanto chiaro quanto inflessibile: più siutilizzano forme elementari e meno si rischia che nella costruzione successivaintervengano elementi perturbanti o “narrazioni” individuali.
Questo atteggiamento è l’atteggiamento dello scienziatoo, meglio, sarebbel’atteggiamento dello scienziato se non ci fosse quel sublime arbitrio iniziale percui l’artista delimita il proprio orizzonte: per usare un’immagine figurata, si trattadi una sorta di “Big bang pilotato”, di cui non si conoscono le conseguenze,una volta scatenata l’esplosione, ma di cui addirittura si scelgono le cause.In tal senso, Morandini appartiene a quella generazione di artisti – molto attivain Italia – che già nella prima metà degli anni Sessanta indagava le possibilimodalità di una percezione – e persino di un’estetica – oggettiva, di un mododi guardare alla realtà attraverso parametri non individuali, né tanto menoindividualistici, psicologici o sentimentali. Per questo, il termine “optical”,utilizzato comunemente e internazionalmente per identificare tutti quegli artistiche utilizzano artifici ottici e percettivi è fortemente limitativo, perché riducequella ricerca a un mero problema fisiologico di visione, per quanto raffinato:al contrario, gli artisti diquella generazione, specialmente in Italia e in Francia,si ponevano un obiettivo infinitamente più ambizioso, in linea diretta con lestraordinarie utopie delle avanguardie. Lo scopo della ricerca non era certoquello di creare una nuova forma di astrazione, una specie di nicchia formaleche, sfruttando in fondo i limiti della visione umana, producesse stupore,meraviglia e divertimento, quanto piuttosto mutare radicalmente il modo divedere, sia enfatizzando l’aspetto fisico e ottico del vedere, sia abituando ilsoggetto a decostruire la visione e a riformarla secondo dinamiche visivedifferenti dal passato. Morandini è tra loro, benché in una posizione defilatarispetto ai gruppi e alle mostre canoniche della tendenza ottico-cinetica italiana,e la sua ricerca è tra le più rigorose. Quest’ultimo aspetto – il rigore delle sceltedi base – potrebbe essere motivato dalla sua parallela attività di designer earchitetto dove – come si accennava all’inizio – il compromesso con le esigenzecontingentidi committenti, situazioni, condizioni operative, spesso costringe amodificare il progetto iniziale, anche senza snaturarlo: l’arte invece è un “luogo”solo tuo, dove la costruzione non subisce forzature, se non i mutamenti e letrasformazioni che il linguaggio stesso suggerisce. Ecco allora che Morandiniassume come bagaglio genetico della propria costruzione pochissimi elementi,e persino nell’aspetto dinamico per passare da un pattern bidimensionalea uno tridimensionale si limita tendenzialmente alla “progressione” e alla“torsione”. Per la creazione di un sistema percettivo completo e autonomo – ifrancesi, con Gilles Deleuze, direbbero “dispositivo” – la sfida di Morandini èquella di utilizzare solo il “minimo comun denominatore”, il numero minimo dielementi, oltre il quale la costruzione diventa impossibile: egli ci riesce sia nellabidimensionalità che nell’aspetto plastico, rispettando alla lettere le regole delgioco che ha costruito lui stesso. E proprio nel pensare al “gioco” – cheè cosaben diversa dal divertimento di cui si parlava sopra … - si comprende la portataideale della sua ricerca, perché il gioco è un sistema chiuso in se stesso eperfetto nelle sue regole ( il poker batterà sempre il full … ) che non ha neppurebisogno di realtà normative esterne: forzando i concetti delle neoavanguardieottiche e cinetiche, quasi si potrebbe affermare che in Morandini lo sguardodell’osservatore potrebbe anche essere superfluo di fronte alla concretezzachiusa in se stessa come una monade, delle forme perfette costruite secondole “regole del gioco”.
Se così fosse, si acuirebbe ancor più l’aspetto immanente e silenzioso –silenzioso significa qui che non ha alcun bisogno di parlare metaforicamentecon nessuno, che “basta a se stesso”, e così, tra l’altro, si giustifica appienoil titolo che lo stesso artista ha dato alla mostra del 2016 alla Galleria ArenaStudio d’Arte di Verona Fiere forme silenti! – del suo lavoro, a scapito delversante sociale e collettivo dellaricerca, ma crediamo proprio che questainterpretazione non gli dispiaccia.
MARCO MENEGUZZO-Curatore della mostra

Gallarate (VA), 10 marzo 2017
Dal testo in catalogo Publi Paolini Editore






2017-04-02


   
 

 

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