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Finzione e realtà: un paese che ha bisogno di un commissario |
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Probabilmente mai come in questo momento la narrativa italiana ha conosciuto un così vasto numero di opere aventi per protagonista un commissario e orientate tutte sul registro del giallo o del noir. Se ne contano ormai in grande numero e quasi sempre non sono nemmeno casi isolati poiché ritornano puntalmente in serie ad esplorare e raccontare nuove vicende. Alcuni di questi protagonisti sono diventati famosi e forse entrati addirittura nell’immaginario collettivo. Questa unità d’ispirazione non è probabilmente casuale poiché il paese sembra al momento sempre più preda del malaffare e conseguentemente la letteratura (che spia e interpreta la realtà) se ne fa carico proponendoci di volta in volta occasioni di riflessione e di stimolo. Anche se, com’è logico che avvenga in letteratura, tutto è poi traslato nel registro dell’invenzione. Ma resta il datodi fondo sul quale si può forse avanzare qualche riflessione. La prima è che l’argomento che attrae lo scrittore e il suo lavoro continua ad essere la realtà circostante che è al momento decisamente orientata sul versante criminale e malavitoso. Lo scrittore avverte di conseguenza l’urgenza di restituire quella realtà che ormai è entrata nella sfera delle abitudini quotidiane. Se, per fare un solo esempio, Charles Dickens ci raccontava l’esistenza dei poveri nei bassifondi londinesi, era proprio perché costituiva nella sua epoca uno degli aspetti più pregnanti e dolorosi. Ma forse la considerazione più patente può essere un’ altra, diciamo di carattere più generale con risvolti psicologici e socio-antropologici. Il Belpaese può essere raccontato dai vari commissari perché è esso stesso in qualche misura un luogo che avrebbe bisogno d’essere commissariato: incapace di svolgere, secondo legge, leproprie funzioni normali e bisognevole di affidarsi appunto ad “altri” per poter mandare avanti almeno l’ordinario. Non ci vuole molto a capire del resto quanto sia difficile espletare al giorno d’oggi anche operazioni semplici e rutinarie: viaggiare, ad esempio, con la certezza di raggiungere la meta, passeggiare tranquillamente senza rischiare d’essere scippati o peggio violentati, od anche trovare un parcheggio accessibile (e non solo per i diversamenti abili),un ufficio pubblico disponibile a risolvere una qualsiasi esigenza,ecc. ecc. Ecco allora che occorre (occorrerebbe) un commissario, in questo caso non quello delle fiction, che indaga, agisce e alla fine riesce a venire a capo di tutto, ma almeno un ordinario “amministratore” appena capace di mandare avanti la quotidianità. Ed a questo punto la realtà, per essere meno amara e crudele, si affida per così dire al fascino e alla speranza dellaletteratura e al potere taumaturgico dei suoi protagonisti, nell’auspicio che prima o poi un commissario possa essere davvero il toccasana per venire fuori da una condizione diventata insopportabile. Antonio Filippetti |
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2017-03-01
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