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Può mai esistere una cultura dell’incultura? Sembra ovviamente questa una domanda sciocca più che retorica, come a dire che non è possibile sconfessare se stessi proprio nel momento in cui si afferma la propria ragion d’essere. E tuttavia, a ben guardare, si sta creando nel nostro paese un flusso di pensiero, se così si può dire, che si organizza intorno ad un nucleo di rinnovata e fino a ieri impensata “barbarie” che finisce per costituire un blocco sociale preciso e sempre più riconoscibile. Non si tratta di avere a che fare con “i nuovi barbari”, come li ha definiti Eugenio Scalfari, nel senso che un gruppo sempre più numeroso di individui, in specie i giovani e i giovanissimi, si muovono, atteggiano, vestono, parlano ormai secondo un codice incomprensibile o comunque diverso rispetto agli altri, vale a dire alle generazioni precedenti. Il discorso è sicuramente più ampiopoiché al di là di questo dato indubbiamente presente nell’attuale panorama sociale, si va sempre più allargando una “corrente di pensiero” che non solo sconfessa la cultura acquisita ma peggio ancora la ignora costruendo a suo modo una serie di codici all’insegna della negazione di ciò che per lungo tempo è stato vissuto e fatto circolare attraverso la scuola, i libri, le convenzioni morali, socio-politiche, ecc. A creare questo magma sempre più espansivo ed omologante molto hanno concorso i nuovi media, in particolare l’esplosione della comunicazione istantanea che puntando tutto sul presente, ha relegato in secondo piano, fino a farlo progressivamente scomparire del tutto, il controllo critico, la riflessione e l’accertamento di quanto viene via via prodotto e proposto. Accade ora che questo blocco di pensiero sia ormai cresciuto al punto tale da offuscare tutto il resto, per cui il sistema tradizionale, comeavviene per gli atteggiamenti criminali e malavitosi, si qualifica intorno a questo dato che è sicuramente anticulturale ma che diventa paradossalmente un acquisito e riconosciuto standard culturale per i più. E lentamente anche gli “operatori dell’intelligenza” che dovrebbero non solo contrastare il nuovo andazzo ma addirittura raddoppiare gli sforzi per riaffermare ciò che conta e che è inscritto nella memoria universale, si adeguano allo stato corrente, perfino rischiando spiegazioni banali e desolanti, secondo cui le cose cambiano e occorre seguire il flusso degli eventi. Alla fine, come nel “Rinoceronte” di Ionesco, la paurosa trasformazione in esseri bestiali sembra accomunare un inevitabile destino. Antonio Filippetti
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