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Viviamo tempi incerti e precari, non c’è da dubitare, e tutti gli aspetti della vita civile ne subiscono gli effetti. Il mondo culturale, in particolare, sembra abbarbicato, in mancanza di eventi forti e riconoscibili, intorno a questioni di cortile, avendo smarrito da tempo il senso della strada maestra. Accade così che la “disputa” letteraria s’incentra intorno al battage pubblicitario suscitato dalla “voglia matta” di individuare colui o colei che si nasconde dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante. Da alcune settimane, infatti, la “querelle” si è trasformata in una trama da “spy story” per scoprire l’identità della scrittrice. Non v’è dubbio che la questione ha un considerevole effetto promozionale, ed è stata messa in campo forse anche (o unicamente)in vista di prossimi eventi legati alla Ferrante stessa (libro o film) in modo da far crescere l’attesa per un immancabile ritorno economico e commerciale. Ora però la considerazione fondamentale sembra essere un’altra: è davvero così importante appurare l’identità della scrittrice o non sarebbe più opportuno concentrarsi sui suoi testi, analizzare la sua prosa, le sue storie per vedere quale sia il suo ruolo nel panorama letterario contemporaneo? Di uno scrittore, in fin dei conti, contano soprattutto (si potrebbe anche dire esclusivamente) le opere e non la sua carta d’identità, il suo nome o pseudonimo; e se ha intenzione di rimanere nascosto, faccia pure. La verità più patente che deriva da tutto ciò è che in mancanza di meglio o forse anche in attesa di tempi migliori, la critica letteraria s’impantana sempre più su questioni di second’ordine non avendo probabilmente altro di cui occuparsi. Le stesse recensioni che s’incontrano qua elà non sono altro che segnalazioni frettolose e benevoli ispirate, si direbbe, ad un criterio di amichevole non belligeranza. Se la produzione di qualità scarseggia e le opere di valore sono sempre di meno, l’attenzione si sposta allora su indagini “poliziesche” fini a se stesse. Tenuto anche conto che il “mistery” è l’unico genere a circolare in libreria. D’altra parte, l’uso dello pseudonimo non è poi un’invenzione recente ed ha coinvolto nel corso del tempo anche i più celebrati autori della storia letteraria, da Omero a Shakespeare. La cocciuta indagine avviata per la Ferrante dimostra appena quanto detto in precedenza: che si tratta di un’operazione di “bricolage” culturale, il segno di una società che si adagia nel vuoto mentale o nell’effimero modaiolo in mancanza di interessi e argomenti più sostanziosi e concreti. Antonio Filippetti
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