La cultura dell’evasione
 







Antonio Filippetti




Da sempre si discute su quale debba essere nella società del proprio tempo il ruolo della cultura e dei suoi diversi protagonisti. Da mentore (o servitore) del principe a cane sciolto,  da intellettuale organico a disorganico, il produttore di conoscenza ha giocato molti ruoli e indossato numerose fogge.  Al  momento   una spia non proprio secondaria per capire  più correttamente l’aria che  si respira ed il modo in cui   l’intellettuale esercita la  sua funzione  nel contesto della propria epoca, può essere rappresentata da un’analisi più circostanziata  su una  delle forme   più popolari di produzione culturale, come il cinema o il teatro (oltre ad una certa letteratura di consumo). Se prendiamo infatti i cartelloni della prossima stagione teatrale e le pellicole cinematografiche che ci attendono da settembre in poi, riscontriamo  un dato  incontrovertibile. Tuttosembra ruotare intorno ad una produzione per così dire leggera, di puro intrattenimento o di deliberata  evasione.  Naturalmente ciascuno è padrone delle proprie scelte e può proporsi nel modo in cui crede. Ma il dato è per certi versi ugualmente  preoccupante. Il concetto di fondo che viene,  a torto o ragione, veicolato sembra essere uno solo ed abbastanza chiaro. Visto che la situazione intorno è quella che è, votata cioè ad un cupo pessimismo senza vie di uscita, non resta che concedersi qualche  sprazzo di    sana ilarità, che è poi un modo anche  per non pensare ad altro e consolarsi almeno per qualche momento  da tutto ciò che ci ruota intorno. Il che fa poi il paio con i film  di cassetta e con i serial romanzeschi    che vengono proposti a più riprese nell’arco dell’anno e che sono tutti strutturati secondo un unico canovaccio a base “fideistica”.
Lo spirito come si diceva è  quellodell’evasione,  con l’intento di uscire, almeno per un po’, dalle secche di una condizione tutt’altro che apprezzabile; ma la  domanda   vera è :  la cultura deve giocare un ruolo  d’intrattenimento e vagamente  consolatorio o darsi da fare per cercare d’ incidere con esempi e metafore sulla realtà per migliorarla e cambiarla?
Per adesso, ovvero da un po’ di tempo, pare che la strada intrapresa sia la prima, quella che porta a “distrazioni di massa” che, oltre ad essere  la più rischiosa,  contrasta  però anche con la tradizione autentica della funzione culturale.
La cultura vera infatti  ha sempre posto sotto la lente d’osservazione  l’analisi della realtà circostante con l’ambizione di far riflettere, di   mostrare  opportunità  diverse e  costruire un mondo migliore. Ora il livello si è abbassato anche perché, com’è noto, i politici sanno fare il cabaret meglio dei professionisti delsettore  ed allora è anche più semplice adeguarsi, se non altro  per “tirare a campare”.
 Ma  c’è ancora un dato più rilevante  su cui occorrerebbe riflettere. Spesso si pensa che  la cultura “alta” sia  difficile da digerire o da far passare a livello popolare in quanto veicola temi impegnativi o decisamente “pallosi”. Nulla di più falso: tutta la grande letteratura, come il cinema, il teatro, la musica, ecc. , ovvero tutta la  migliore tradizione culturale è un serbatoio di esperienze uniche e  straordinarie, capaci di educare e divertire al tempo stesso. Basterà ricordare, per rimanere  sul terreno  della fruizione  di massa, alla grande stagione della commedia all’italiana, quella vera (Monicelli, Risi, Scola e così via), per rendersi conto di come anche  l’interlocutore meno provveduto  possa migliorarsi apprendendo  e valutando con ironia e sorriso, tutti i  limiti, le imposture  e le  malefatte del  proprio tempo o della propria generazione.
Antonio Filippetti

 






2015-08-31


   
 

 

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