La ricchezza dei libri
 







Antonio Filippetti




Sappiano da lungo tempo che nel nostro paese pullulano gli enti inutili, quei carrozzoni clientelari che assorbono denaro pubblico e non producono nulla, anzi  sono protagonisti in negativo nel senso che perdono soldi ed hanno sempre i bilanci in rosso. A quanto pare, malgrado sforzi “autorevoli”, non è possibile nemmeno farne un inventario completo visto  che molti sfuggono  perfino ad un elementare censimento. Pare, ad esempio, che le sole “partecipate”  siano ottomila, qualche altra fonte sostiene  che sono addirittura  molte di più. Sappiamo per certo tuttavia che il bilancio complessivo è in forte perdita e che se solo se ne abolissero  un migliaio (proprio quelle che fanno gridare allo scandalo) il risparmio sarebbe di  due o tre miliardi di euro. In questo panorama non certo commendevole dobbiamo prendere atto che non ci sono i soldi per molte esigenze primarie. E tra queste, vorrei segnalare la promozione della cultura,attraverso i suoi elementi canonici: la scuola, le biblioteche, i libri.
Lasciamo stare ora la scuola che meriterebbe un lungo discorso a parte dopo tutte le promesse di riforme “epocali” che negli ultimi dieci-quindici  anni si sono susseguite in specie per i proclami di alcune ministre (Moratti, Gelmini ed ora anche Giannini) e che hanno causato danni difficilmente rimediabili in breve tempo. E guardiamo alla situazione del libro e delle sue dimore canoniche, vale a dire le biblioteche e le librerie. Per le biblioteche, malgrado alcune eccellenze, vale in  buona parte l’accenno fatto prima, ovvero l’impossibilità perfino di censirle tutte, specie quando si tratta di strutture  minori o municipali. Senza rendersi conto che un discorso realmente gratificante e destinato al successo non può non partire dalla base, il che significa dalle strutture periferiche, purché, beninteso, funzionanti e funzionali. Ma forse il punto più dolente in questo momento riguarda ildestino delle librerie. Messe sotto attacco dalle alternative offerte dalla rete, acquisti e lettura on line, questi luoghi deputati della circolazione culturale arrancano disperatamente. Non solo a Napoli, dove al di là dell’eroica resistenza di alcuni “indipendenti”, si è ormai legati al monopolio di un unico network. La situazione è drammatica dappertutto come dimostra del resto la progressiva chiusura di questi spazi in tutt’Italia; ultimo l’annuncio della storica “Dante Alighieri” di Torino costretta ora a chiudere  dopo quasi un secolo di attività.
Nell’ormai quotidiano breviario di proclami e promesse, sia a livello centrale sia locale, manca qualsiasi accenno alla promozione del libro e della lettura. Pochi editori si dividono il mercato, ma la torta in ogni caso è tutt’altro che appetitosa. Specie se si pensa proprio a quello che la suddetta “ghiottoneria” contiene. Occorrerebbe una vera e propria politica per la diffusione e valorizzazione della cultura editorialecon opportuni interventi, anche o forse soprattutto in termini di valutazione del “prodotto”. Tutto viceversa resta immobile e stagnante con i  soliti autori che si industriano per fare quello che possono, vale a dire  cercare  l’”ospitata” televisiva, in programmi di tutt’altro genere e tenore, per ottenere magari qualche minuto di pubblicità nella speranza che possa poi tradursi in qualche copia  venduta in più nelle ore immediatamente successive. Perché di ore si tratta, prima che scenda una cortina di oblio universale. Ma se il numero delle librerie diminuisce con ritmo costante e il lettore diventa sempre più una merce rara,  paradossalmente, quasi per uno strano ma speculare contrappasso, aumentano gli scrittori e continuano ancora a imperversare  le scuole di “creative writing”.  Un serio investimento andrebbe al contrario studiato e messo in atto  a favore della lettura, nella consapevolezza che se non si sa leggere non si potrà mainemmeno scrivere.  Diceva William Faulkner  che il miglior allenamento per scrivere è uno solo: “leggere, leggere, leggere” e suggeriva: “non fare lo scrittore, scrivi”. Ora però  il problema si fa più serio e allarmante se si pensa che anche le scuole di scrittura sembrano arretrare come dimostra il passivo di oltre 400 mila euro con cui la Scuola di Holden di Alessandro Baricco ha chiuso l’esercizio 2013. Un’ulteriore conferma della crisi, ma soprattutto della necessità di fare qualcosa, se non altro per evitare che lo scrittore di domani sia un “post scrittore” nel senso che si limita solo a scrivere per la rete e a comunicare per “cinguettii”. 
Antonio Filippetti






2014-09-30


   
 

 

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