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Da un po’ di tempo in qua è entrata nella “vulgata popolare” una nuova espressione che vale per tutti gli aspetti della vita sociale, civile, politica e così via. L’espressione in questione è “fare presto”, ovvero applicarsi con il massimo della rapidità possibile e soprattutto senza fermarsi mai per affrontare e risolvere qualsiasi tipo di problema. Il tema della velocità è imposto del resto - e non da ora - dalle nuove tecnologie, quelle del tempo reale, della vita “on line” e delle continue “rivoluzioni live” (tablet e non solo) che aggiornano e spesso sconvolgono la quotidiana esistenza. Certo, se una volta occorrevano giorni e mesi solo per spostarsi da un luogo ad un altro, oggi nel giro di poche ore si può girovagare liberamente per l’Europa e magari fare colazione a Parigi, pranzare a Londra e cenare tranquillamente con gli amici a Roma: tutto nell’arco della stessa giornata. Sta venendo fuori tuttavia una sorta disantificazione della velocità che coinvolge aspetti molto delicati della nostra esistenza comunitaria e che viene supportata e messa in atto in ossequio al principio della rapidità nell’agire. Insomma si “sponsorizza” sempre di più una vita di corsa. E’ quello che sta accadendo del resto in politica dove, a quanto pare, dopo decenni di stagnazione e immobilismo, ora finalmente si può (deve) procedere a velocità folle verso la risoluzione di tutti i mali. In questo atteggiamento viene spesso chiamato in causa il movimento futurista che come sappiamo pose proprio al centro della sua filosofia il culto per la velocità inneggiando ad esempio alla bellezza dell’auto che sfreccia via veloce.Intanto occorrerebbe forse dire anche che,stando così le cose, niente è poi così nuovo sotto il sole se ci si richiama appunto ad un fenomeno “vecchio” di oltre un secolo (i primi manifesti del movimento sono del1909). A giustificazione di tanto si sostiene anche che non possiamo più permetterci soste di alcun genere e allora via col vento in poppa verso immancabili destini di gloria.Ignorando che spesso si fugge quando si intravede un pericolo imminente e lo si fa senza pensare alle conseguenze,ovvero senza un reale atteggiamento raziocinante.Col rischio inevitabile e connaturale di commettere anche degli errori, come insegna non a caso la “saggezza popolare” secondo cui la fretta non è una buona consigliera. Ci sono ovviamente analogie col futurismo ma forse, presi dalla sbornia del nuovo e dall’euforia che esso alimenta, si dimentica ad esempio di sottolineare come quel movimento fosse per così dire collegato strettamente ad altri, quali il surrealismo o il dadaismo francesi (e non a caso Marinetti usava come lingua “ufficiale” la parlata transalpina); proprio i sostenitori più agguerriti dei movimentiappena ricordati si spendevano perché fosse distrutto il vecchio che ostacolava il progresso e la rinascita (Tristan Tzara voleva distruggere i “cassetti della mente”, una specie di rottamazione ante-litteram) e puntare verso nuovi traguardi. Il surrealismo come del resto il più italiano futurismo fu movimento d’avanguadia che mirava in primis, come tutte le avanguardie del resto, a mandare in soffitta l’esistente per poter poi costruire “dopo” il nuovo. Viene da chiedersi se un paese ad esempio come l’Italia possa permettersi una cosa del genere e per di più con la classe politica e dirigente che si ritrova e che perennemente (e impunemente) si autoefinisce “nuova”. Ma oggi abbiamo mezzi diversi di persuasione, ben più efficaci di quelli in uso in epoca futurista. Allora ci si affidava soprattutto agli “happenings” delle cosiddette “serate futuriste” (memorabile quella di Napoli al teatroMercadante del 20 aprile 1910 con Marinetti, Palazzeschi, Carrà, Boccioni, Cangiullo, Viviani,ecc.); oggi c’è il megafono della televisione che è diventato la vera cassa di risonanza di tutti gli attori/imbonitori. Il futurismo (come del resto il più articolato surrealismo) amava i proclami ed i manifesti e non a caso le cose più interessanti prodotte sono proprio da scovarsi nelle proposizioni progettuali senza che vi sia poi un riscontro reale nei fatti. Insomma promesse (o minacce) senza seguito. Anche perché quel movimento si spaccò ben presto (avvenne anche in italia col futurismo) e soprattutto scontò l’incapacità, poi riconosciuta, di produrre risultati pregnanti sul piano politico e civile (il discorso artistico è ben altra cosa), incapacità che possiamo vedere legittimata anche dal fatto che non pochi protagonisti di quella avventura morirono addirittura suicidi. Esiste ovviamente anche un suicidio culturale, non solofisico, come quello purtroppo messo in atto dai militanti surrealisti, e questo è il rischio che corriamo: affascinati della proposta risolutrice secondo cui tutto si appiana, ammesso che si sappia “correre” e “fare”, sottovalutiano il rischio secondo cui, alla fine, potremmo anche ritrovarci “come prima, peggio di prima”. Ed è proprio quello che avvenne in epoca post-futurista segnata purtroppo dallo scoppio della prima guerra mondiale e dalla esplosione al potere dei totalitarismi europei. Antonio Filippetti
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