La città come un film dell’orrore

 







di Antonio Filippetti




E’ notorio che uno dei principali compiti di un giornale è raccontare gli eventi del proprio tempo ed in particolare, a seconda delle zone di  riferimento, gli accadimenti del proprio territorio ovvero della propria città. Questo consente anche di accendere una spia significativa sullo “stato dell’arte”, su come si muove e si evolve una comunità, quali sono le prospettive ed i problemi,  le certezze e le attese (forse è troppo parlare di sogni) che la gente comune custodisce e rappresenta.
Prendiamo ora, a mo’ di esempio, le notizie riportate in quello che dovrebbe essere un giorno di “ordinaria vivibilità” da un quotidiano napoletano: è un giorno preciso ma preso solo a campione. Ed ecco i titoli che leggiamo: “Mazzette al clan in cambio di licenze”, “Acqua al cloroformio  su broccoli e zucchine”; “L’esercito contro i roghi”; “Scorie senza regole nella cittadella della ricerca”; “La città delle discariche abusive”; “Flop della raccolta dell’umido”;”Stadio San Paolo pignorato”; “Imprese al collasso senza i pagamenti”; “Malori al liceo”; “Minacce di morte sui social network””Foto choc all’anfiteatro Flavio”.Ce n’è abbastanza per  una sceneggiatura da film horror,  anche più di una. Ma quello che colpisce  è che non esiste per contro, a controbilanciare  almeno in parte lo scenario, qualche notizia  non proprio amena ma almeno rassicurante: mettiamo sul turismo che riprende, sul patrimonio artistico-culturale apprezzato anche “fuori le mura” (vedi mostre a Londra  e Monaco su Pompei e Ercolano e il tesoro di San Gennaro a Roma), sull’impegno e sul successo delle attività poste in essere dalle associazioni di volontariato,ecc.
Il fatto è che le buone notizie per così dire sono ormai affogate in un mare velenoso di disastri quotidiani che coinvolgono  tutto e tutti, distruggendo senza sosta, proprio come un orrendo  tsunami, quel che resta intorno: soprattutto a livello per così dire dell’immaginario  collettivo, per cui si è smesso defintivamente di “pensare positivo”. In un  panorama così desertificato non  stupisce  allora il fatto   che qualsiasi riferimento alla nostra terra  sia visto in termini amari e negativi.Lasciando ovviamente perdere gli imbecilli che si esercitano per vincere il premio  Nobel della stupidità e dell’ignoranza  negli stadi.Il dramma vero è che si riferisce solo di dolore, malaffare, incapacità congenita ad operare anche per le cose più semplici. Si è per così dire stabilizzata una classe dirigente (ed una società civile  ad essa speculare) incartata senza vie di uscite nell’inettitudine o forse nella strafottenza, che sopravvive  ancora unicamente in funzione di una incredibile  ed ingiustificata   impunità. Viene da chiedersi: possibile che  ogni giorno non ci sia  altro da segnalare, che tutto  sia andato in malora senza alcuna possibilità di riscatto? Se,com’è giusto e legittimo, il dovere della cronaca è raccontare la verità, il quadro è talmente fosco da non lasciare adito ad alcun segnale di speranza. A questo punto allora l’unica domanda possibile sembra essere cosa si può davvero fare, lasciando stare ovviamente il “che fare?” di remota memoria. Ma il nodo è proprio questo: chi avrà la forza e il coraggio di “inventare” qualcosa di nuovo e diverso e soprattutto di metterlo in pratica per far sì che l’agonia non si trasformi ben presto in morte senza scampo, come uscire da una situazione  che molti ritengono essere la peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale.E forse proprio il richiamo al conflitto bellico può rappresentare al tempo stesso  un monito ed un auspicio: allora era viva nel popolo  la speranza consapevole della rinascita, proprio  quello che manca al giorno d’oggi per cui non sarebbe infruttuoso far ricorso proprio alla memoria, quella strana facoltà mentale e attitudinale   che sembra anch’essa inopinatamente smarrita.
Antonio Filippetti






2013-12-01


   
 

 

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