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La passione per tutto ciò che viene da fuori ha nel nostro paese origini remote, anche se appare sempre più diffusa al giorno d’oggi, al punto tale che siamo classificati come uno dei paesi più esterofili. Anche se tutto poi diventa un accadimento occasionale o di pura e semplice facciata. Infatti i nostri concittadini viaggiano poco all’estero, altrimenti non riusciremmo a spiegarci il livello di ignoranza che attanaglia la maggior parte dei nostri connazionali per ciò che riguarda usi, tradizioni, culture e stili di vita degli altri. E’ anche vero che non basta guardare ma bisogna – soprattutto – capire e per farlo occorre essere dotati “in partenza” di un’adeguata attrezzatura.Ma questo è un altro discorso. Sta di fatto che per quanto riguarda la passione per le lingue, in particolare l’inglese, tutti ormai si cimentano con alcuni luoghi comuni gergali della terra di Albione.Dal ministro allosportivo, dall’imprenditore rampante allo studente e alle casalinge (disperate o meno) tutti ricorrono almeno una volta nell’arco della giornata ad una espressione ricavata dalla lingua di Shakespeare. Ricordate le famose tre “i” di Letizia Moratti, le esternazioni “choosy” dell’ex ministro Fornero? Ma poi tutte le espressioni della politica, ovvero del politichese privilegiano la lingua inglese: “fiscal compact”, “exit strategy”, “spending review”, “step by step”, “moral suasion”, “road map”, “golden share” e poi “welfare” e “devolution” (espressioni queste assegnate per un periodo addirittura in dote ministeriale ai leghisti Maroni e Bossi!). Senza contare le centinaia di espressioni quasi onomatopeiche usate dai giovani dell’ultima generazione: quella degli iphad, dei navigatori satellitari,ecc. Da qualche giorno si è dato spazio ad una “new entry” (il termine non poteva che essere inglese). Si parla tanto di “cool”, riferitoin particolar modo a quella che dovrebbe essere la “new age” (e dalli!) del partito democratico. Il termine l’ha usato il più “trendy” (ci risiamo) dei politici nostrani, il beneamato Matteo Renzi che non perde occasione per mettersi in mostra con qualche “scoop” (non c’è niente da fare). Potremmo in questo caso parafrasare uno dei film più famosi e straordinari di Billy Wilder, ”A qualcuno piace caldo” declinando il tutto con “a qualcuno piace cool”. L’accostamento non è poi tanto fuori luogo tenuto conto che nel titolo del film si allude a quella particolare versione del jazz (caldo) in contrapposizione al filone “freddo”. In questo caso avremmo una via di mezzo: nè caldo nè freddo, ma fresco, “cool” appunto. Potremmo però con uno sforzo della volontà proporre a costoro un’altra espressione gergale inglese che utilizza il termine in questione e suggerire a tutti “be cool” ciòè state calmi, ma anche, e più appropriatamente,lasciateci in pace. E non sarebbe poi del tutto sbagliato rivolgerci infine alla lingua napoletana per ripeterci, magari in maniera un po’ fatalistica ma sorretti anche da un titolo famoso di Salvatore Di Giacomo : “lassamme fa’ a Dio”. Antonio Filippetti |