Cultura e anticultura
 











In un paese che ormai da lungo tempo passa l’esistenza  tra “sberleffi e canzonature” e non conosce cosa siano “bellezza e ideali” (lo scrisse  con straordinaria lungimiranza Giacomo Leopardi nel 1824 nel “Discorso  sopra lo stato presente dei costumi  degl’ Italiani”), parlare di cultura  - e della sua crisi -  suona tutt’alpiù come un “divertissiment” gioviale, un qualcosa da mettere  all’ordine  del giorno nelle conversazioni “a perdere”,  giusto per ingannare un po’ il tempo, in attesa che arrivi qualcosa di più interessante di cui occuparsi. E malgrado ciò, si direbbe che in molti ci “ostiniamo” a  voler parlare di cultura, a porla  anzi al centro di convegni e dibattiti,  nell’illusione recondita che ne valga  ancora la pena.
Ovviamente ne varrebbe la pena, eccome! Vista la situazione di squallido degrado in cui siamo precipitati e proprio per assenza di valori autenticamente culturali. Ma ilguaio è per così dire che se ne parla con i  rituali di sempre, vale a dire con lamentazioni  da una parte e buoni propositi dall’altra,  il tutto condito con  immancabile  autoreferenzilità e spirito  autoassolutorio  che non è in grado  poi -  e i risultati lo dimostrano, e non da ora –  di andare da nessuna parte. Salvo semmai discendere un ulteriore gradino verso l’abisso.
Allora varrebbe la pena  di ricordare con Dante che “non fa scienza sanza lo avere inteso”. E qui la comprensione sta nell’affermare che la sola strategia messa in atto nel nostro paese è stata quella della anticultura, nel senso che, al di là delle chiacchiere,  in Italia la sola politica culturale che si è realizzata è stata rivolta alla demolizione  sistematica proprio della cultura. E  non c’è nemmeno bisogno che l’Eurostat ci ricordi, come ha fatto di recente, che il  Belpaese è l’ultima ruota del carro per quanto riguarda gliinvestimenti destinati alla tutela e allo sviluppo della cultura e dell’istruzione. Viceversa  troppo spesso ci autoconsoliamo  ricordando a noi stessi che l’Italia è la terra  che detiene il più grande  giacimento di beni culturali e che l’Unesco assegna al  nostro paese il maggior numero di stiti etichettati come “patrimonio universale dell’umanità”.Addirittura sembra che questo sia sufficiente per  concederci una specie di passaporto immunitario, un qualcosa che ci assolve da tutte le colpe e soprattutto dalla atavica incapacità di tutelare, sviluppare e promuovere quello che  proprio tale patrimonio rappresenta o meglio potrebbe  rappresentare in termini di sviluppo economico e finanziario. Si organizzano da più parti   “giornate” dedicate alla cultura e questo va bene, anzi benissimo, ma contemporaneamente si pensa di alienare i gioielli di famiglia, di (s)vendere i pezzi più pregiati del patrimonio esistente. E a chi? E per farecosa? Risulta anche che alcune agenzie di valutazione (sempre loro!) stiamo fissando i prezzi. E pare anche che la valutazione del nostro Colosseo sia inferiore di parecchio a quella della Tour Eiffel (sic!). Stando così le cose è possibile  ancora  ragionevolmente parlare di cultura nel nostro paese? E vogliamo vedere (sapere)  allora chi sono i custodi ai quali è affidato tanto valore?. Basterebbe ricordare che la nostra Costituzione è stata disattesa o meglio tradita in quanto l’articolo 9 dice chiaramente che “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.Visto come sono andate le cose, c’è da supporre che coloro che intendono cambiare la nostra carta lo facciamo anche  (o soprattutto) per  vedersi  “condonare” macchie e scelleratezze decisamente uniche nel panorama universale.
Antonio Filippetti






2013-04-29


   
 

 

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