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Secondo un’affermazione di John Donne, uno dei maggiori poeti metafisici del Seicento, ogni volta che muore qualcuno dobbiamo registrare una perdita per l’umanità tutta intera. È la condivisibile asserzione racchiusa nella formula di ”per chi suona la campana”. Tuttavia quando scompare un artista, un poeta ,uno scrittore questa perdita si fa più amara e dolorosa nel senso che viene a mancare quella sponda ideale con cui sia pure inconsapevolmnte confrontarsi ed a cui ispirarsi per il procedere di tutti i giorni; perché, com’è noto, gli scrittori rappresentano col proprio talento meglio di altri l’epoca in cui viviamo. La recente scomparsa di Nicola Pugliese ci invita a qualche riflessione più profonda, resa forse imperiosa da parte di chi, come il sottoscritto, ha avuto modo di condividere con lui una determinata esperienza umana e professionale. Pugliese è l’autore di un unicum ( cosa ormai eccezionaleper le nostre abitudini visto che gli scrittori sono capaci di scrivere anche due romanzi all’anno), vale a dire di quel libro di cult che si intitola “Malacqua”. Un romanzo scritto e pubblicato oltre trent’anni fa al quale non ha fatto seguito più nulla (salvo i raccontini di “La nave nera” apparsi qualche anno fa - e pure strappati all’autore - ma che non hanno nulla a che vedere con quel libro). “Malacqua” è un testo come detto di cult, che viene citato spesso per disquisire su Napoli e i suoi mali, ma è praticamente introvabile non essendo stato più ristampato. Chi ne parla lo fa spesso per sentito dire, senza averne conoscenza “di prima mano”. Avviene del resto nella nostra epoca ormai per tutto, nel senso che manca quasi sempre diremmo la “sensata esperienza” e tuttavia si continua a discettare a mo’ di Soloni, spesso affermando tutto e il contrario di tutto. Pugliese non amava questa giostra del nulla e si eraritirato a vivere in campagna dedicandosi alla pittura e agli amici. Viveva volutamente in disparte (qualcuno ora dice che era diventato una specie di Salinger, quello del “Giovane Holden”, della Campania). Rifiutava ogni genere di “compromissione” pubblica. Personalmente ho condiviso con lui un certo periodo di vita professionale, proprio negli anni della stesura di “Malacqua” di cui parlavamo spesso nella redazione che ci eravamo creati per il supplemento culturale domenicale che si intitolava appunto “Il Roma della domenica” e che usciva in uno con quel quotidiano. Finito il lavoro di redazione ci trattenevamo a discutere di arte e letteratura e ovviamente del suo libro che era e resta una straordinaria metafora sulla città perennemente in attesa di un “evento”. Si tira qui in ballo Beckett, l’epifania di Joyce e così via. Ma occorre dire che quel testo attende ancora d’essere messo al centro di una vera e produttiva analisi della città edel suo divenire, cosa che è finora mancata malgrado la pletora di convegni, simposi, presentazioni librarie,ecc. che si organizzano su ogni argomento. Quando “Malacqua” venne finalmente pubblicato, ci fu il problema di diffonderlo e farlo conoscere (malgrado l’imprimatur editoriale prestigioso di Einaudi). In quegli anni non si allestivano le tante cerimonie per libri e cose del genere che assorbono oggi buona parte della vita conviviale. All’epoca, una sera, insieme con l’amico e collega Mimmo Carratelli, il sottoscritto andò a parlare del romanzo in una radio privata (allora si definivano libere ed era un fenomeno in grande espansione) di cui non ricordo più il nome. Nel tempo lo scrittore è stato dimenticato, salvo poi a citarlo in maniera snob nelle occasioni canoniche. Sarebbe il caso ora che Nicola ci ha lasciati di capire un po’ di più, di mettere al centro dell’attenzione quel libro per meglio intendere questo tempo impervio che stiamoattraversando. Lui che non voleva saperne di comparire in pubblico, può essere utile oggi col suo romanzo per noi che restiamo. Se, come sostiene giustamente Giulio Ferroni, la letteratura è per “dopo la fine”, è arrivato allora il momento di capire le ragioni per cui “Malacqua” è un libro utile oltre che affascinante.
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