Elogio del silenzio
 







di Antonio Filippetti




La comunicazione di massa  ci ha fatto diventare, chi più chi meno, (e verrebbe da dire purtroppo) consumatori  attivi e passivi di pensieri e parole lanciati più che proposti a ritmo continuo e spesso senza un’adeguata  misura di riflessione. Ci dicono, ormai da troppo tempo, che il mondo va così, che è necessario farsi ascoltare e allora più si alza la voce e meglio è o almeno si crede di poter avere, così facendo,  una speranza di successo, o anche solo di “accesso” presso gli altri.
Si grida (e anche sgrida) a più non posso e pressochè in ogni occasione. Paradossalmente accade però anche che ciascuno  di noi più che comunicare e  conseguentemente dare e ricevere  informazioni e punti di vista, mira  unicamente ad esprimere se stesso attraverso  parole e suoni. Si manifesta   allora, rabbia, malumore, dissenso, timore quasi sempre a senso unico, senza misurarsi con gli altri, avviando un procedimento che èper così dire l’esatto contrario di un ragionamento  filosofico che ha lo scopo di far capire ma soprattutto di intendersi scambievolmente. I mezzi di comunicazione di massa tradizionali, la carta stampata e la televisione, ci sparano letteralmente addosso miglialia  e migliaia di notizie attraverso i loro paladini di sventura quasi sempre ignorando che si tratta di dati, notizie e circostanze  in massima parte ancora da verificare, bisognosi cioè di passare al vaglio di ulteriori accertamenti. Chi non è per così dire provvisto di un accesso ufficiale alle reti comunicative  si rifà ampiamente con  la messa in campo dei vari blog, tanto è vero che è ormai nata una vera e propria professione, quella appunto  del blogger che nella nostra lingua non sapremmo nemmeno tradurre, o trovare un equivalente esplicativo, giusto per capire esattamente  di cosa si tratta.Ma ancora una volta -  e questo è un caso di scuola -  ciò che più conta non  è  la certezza di un’identità  ma l’imposizione di una   presenza.
A farci caso, sembra davvero  di essere entrati in una nuova era, quella dell’espressione  unidimensionale, che è poi ciò  che verifichiamo ogni giorno. Non che manchino per così  dire  i contrasti o le opposizioni ma il fatto è che nessuno ne tiene conto, ovvero nessuno ha voglia di prestare attenzione,  o solo  di prendere in considerazione il pensiero dell’altro: in barba viene da dire  a qualsiasi politica (o anche solo aspirazione) di integrazione, cooperazione, solidarietà,ecc.ecc.
Il paradosso è che malgrado tutto questo non ci vengono fornite né siamo in grado (o forse non ne abbiamo voglia) di prendere in considerazione quei dati e quelle notizie su cui occorrerebbe riflettere per davvero, avviare un confronto per una soluzione dei problemi che quelle notizie riferiscono. L’elenco è lunghissmo ma pare non interessi nessuno, tanto èvero che continuiano a dibattere sulle solite cose, forse anche per esorcizzare altre paure o chissà cos’altro ancora. Viviamo certamente ormai  nella civiltà (civilta?) delle chiacchiere. Registriamo cioè il predominio assoluto di quei “pamphlets” referenziali e propagandistici  il cui avvento preconizzò, occorre dire   con straordinaria intuizione,  il grande Leopardi negli anni proprio  del soggiorno napoletano allorchè ne scrisse (usando volutamente il termine inglese, esempio unico in tutta la sua produzione  poetica) nella illuminante  “Palinodia”. Sta di fatto che al giorno d’oggi nessuno vuole stare zitto perché tutti ritengono di aver cose di valore da dire (salvo poi che nessuno le ascolta). Basta entrare in una classe di una qualsiasi scuola od anche un’aula universitaria o parlamentare per rendersi conto della “caciara” che  si registra e del disinteresse con cui la predetta “caciara” viene recepita dagli altri. Sarebbe quantomai  produttivo oltre che necessario ritornare ad un operoso silenzio se non altro per cercare di capire e comportarsi di conseguenza. E qui  viene in mente il finale/testamento dell’ultimo film di Federico Fellini, “La voce della luna”, allorquando il protagonista invita chiaramente ad abbassare i toni perché “se tutti facessimo un po’ di silenzio  forse potremmo capire”. Ecco: paradossalmente non siamo più in grado di comunicare  proprio mentre ci illudiamo di “gridare” ai quattro venti  i nostri pensieri.






2012-03-30


   
 

 

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